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I beni confiscati sono circa 12.000 in Italia; di questi più di 5000 sono in Sicilia. Si parla di un business di circa 30 miliardi di euro. Questi beni sotto sequestro vengono affidati a un amministratore giudiziario scelto dal giudice del caso, che dovrebbe gestirlo mantenendolo in attività e tenerlo agli stessi livelli che precedevano il sequestro. Tuttavia il 90% delle imprese, aziende, immobili, confiscati alla mafia in Italia finiscono in malora spesso prima ancora di arrivare a confisca. Per tutti i delitti di mafia; per chi ogni giorno rischia la vita a favore della legalità; perché denunciare e parlare diventi una cosa normale e non un’eccezione: chiediamo un database costantemente aggiornato di tutti i beni mobili, immobili, comparti aziendali e gli importi dei conti correnti in sequestro. Chiediamo, inoltre, che venga reso pubblico il percorso del bene: da sequestro a confisca, da confisca a confisca irrevocabile. Questi provvedimenti comporterebbero un maggiore controllo sul sistema clientelare, a tutt’oggi esistente, dei beni in sequestro alla mafia. Sono Presidente dell'"Associazione nazionale per le verità scomode" e mi occupo di inchieste. Questa petizione è voluta da me e da: - Marco Ligabue, musicista. - Othelloman, rapper, conduttore radiofonico, DJ. - Lello Analfino, musicista. - Valeria Grasso, imprenditrice palermitanta che ha avuto la forza di denunciare i propri estorsori, ora testimone di giustizia. Vuoi unirti anche tu? Firma questa petizione!
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La norma che mirava ad abolire il vitalizio per coloro che sono stati condannati per reati legati alla mafia, è stata bocciata a grandissima maggioranza dall’Ars.
“E’ un verdetto vergognoso – affermano i deputati Cinquestelle – che manda un brutto messaggio alla gente. E la gravità del gesto è ingigantita dal plebiscito contro l’emendamento”.
Intanto è arrivato il parere della Corte dei Conti, che promuove le spese del gruppo parlamentare 5 Stelle, e che invece boccia tantissimi altri partiti all’Ars: Pid, Grande Sud, Pd, Udc, Partito dei Siciliani, Pdl, Drs.
“Lo abbiamo sempre detto – affermano i deputati – che avremmo chiarito tutto. A noi, del resto, venivano contestate cose veramente insignificanti, a dispetto dell’enorme e incredibile rilievo che la cosa ha avuto sui giornali. Capiamo che sono tantissimi quelli che aspettano di beccarci con le mani nella marmellata, ma temiamo che rimarranno delusi in eterno. Ora ci aspettiamo che coloro che hanno titolato con grande trasporto ed enfasi su di noi facciano lo stesso con chi, secondo la Corte dei conti, ha tantissime cose da chiarire”.
http://www.sicilia5stelle.it/
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estratto da I Siciliani Giovani aprile 2014 n°19
Beni Confiscati: così non funziona
di Salvo Vitale, Pino Maniaci, Christian Nasi
La Comest
Quella dei fratelli Cavallotti di Belmonte Mezzagno è una storia allucinante. Sono cinque fratelli che, negli anni ‘90 cominciano a lavorare per alcune aziende legate al nascente affare della metanizzazione in Sicilia. Fiutano che c’è in ballo un fiume di miliardi in arrivo, si parla di 400 miliardi delle vecchie lire, specialmente da parte della Comunità Europea, che li affida alla Regione e decidono di mettersi in proprio, ognuno con una propria azienda relativa a uno specifico settore. E’ tutto in ordine, partecipano ai bandi della Regione, hanno i requisiti richiesti, cominciano ad avere numerosi appalti, specie nelle Madonie, con la clausola del possesso di una gestione trentennale, per poi tornare tutto all’Ente Committente, cioè ai comuni.
Sul mercato nasce, a far concorrenza a loro l’Azienda Gas spa, per iniziativa di un impiegato regionale, di nome Brancato, il quale chiede, per fondare la società, i soldi a Vito Ciancimino, allora all’apice della carriera politica: Ciancimino si serve di un suo commercialista, Lapis, legato ai più discussi politici siciliani, da Cintola a Vizzini: viene stipulato, con l’avallo, a Mezzoiuso, dell’allora Presidente della Commissione Antimafia Lumia, un protocollo di legalità e si aprono le porte per gli appalti: unico ostacolo la Comest e le altre aziende dei fratelli Cavallotti, ma si fa presto a metterli fuori gioco: Belmonte è la patria di Benedetto Spera, uno dei più temuti mafiosi legati a Bernardo Provenzano: attraverso il collaboratore di giustizia Ilardo, infiltrato appositamente, viene trovato un “pizzino” nel quale, con riferimento a un appalto ottenuto ad Agire, è scritto: “Cavallotti due milioni”. Si fa presto a incriminare i Cavallotti, che, come tanti pagavano il pizzo, per associazione mafiosa, e a far disporre il sequestro di tutti i loro beni. Siamo nel 1998, allorchè Vito Cavallotti viene arrestato per reati legati al 416 bis, da cui, nel 2001 viene assolto. Dopo che nel 2002 la Corte d’Appello ha ribaltato la sentenza con una condanna e dopo una serie di vicende processuali, nel 2011 Vito Cavallotti è assolto definitivamente e prosciolto da ogni accusa, ma, qualche mese dopo, nei suoi confronti scattano altre misure di prevenzione personale e patrimoniale, sino ad arrivare al 22.10.2013, allorchè il PG Cristodaro Florestano propone il dissequestro dei beni e la sospensione delle misure di prevenzione nei confronti di tre dei fratelli Cavallotti: ad oggi le motivazioni della sentenza non sono state ancora depositate. All’atto della prima denuncia viene nominato come amministratore giudiziario un certo Andrea Modìca di Moach, il quale già dispone di altre nomine da parte del tribunale , oltre che essere il terminale di altre aziende, tipo la TOSA, di cui si serve per complesse partite di giro, sino ad arrivare all’Enel gas. L’ammontare dei beni confiscati è di circa 30 milioni di euro , ma ben più alto è il valore di quello che i Cavallotti avrebbero potuto incassare nei lavori di metanizzazione dei comuni, mal’azienda non è stata ancora dissequestrata, malgrado siano passati quasi tre anni, anzi, per, viene confiscata una nuova azienda di uno dei fratelli, che si è spostato a Milazzo e nel dicembre 2013 estrema beffa, viene disposto un nuovo sequestro ad un’azienda creata dal figlio, nel tentativo di risollevare la testa, la Euroimpianti plus, e l’amministrazione giudiziaria, revocata al Modìca, viene affidata a un certo Aiello, che si rifiuta di far lavorare in qualsiasi modo, il ragazzo titolare, la cui sola colpa è di essere figlio di uno che è stato indagato, condannato e poi prosciolto dall’accusa di associazione mafiosa.
Gli ultimissimi sequestri riguardano un complesso di aziende edili di Vito Cavallotti, figlio di Salvatore, la Energy clima, la Sicoged la Tecnomet e la Ereka CM, una parafarmacia già chiusa dal 2013. La prima seduta svoltasi il 30.1.2014 è stata rinviata nientemeno che al 22.5 per ritardo di notifica. Tutto ciò malgrado la proclamata innocenza dei Cavallotti. . Per non parlare della rovina nella quale si sono trovate circa 300 famiglie che ruotavano attorno alle aziende. Rimane ancora senza risposta la domanda di questa gente: perché questo accanimento? E il motivo è forse da ricercare nell’ingente somma che il
tribunale dovrebbe pagare per risarcire queste imprese che sono state smantellate da amministratori giudiziari voraci e spregiudicati.
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in merito alla ristrutturazione di una chiesa
La parentela con un boss non è “sinonimo di infiltrazione mafiosa”
La sentenza dei giudici del Tar di Palermo

Si era aggiudicata l’appalto per ristrutturare una chiesa in Corso dei Mille con un appalto di 500 mila euro. La Crs Costruzioni srl aveva avuto i lavori per la chiesa Madonna delle Grazie in Corso dei Mille.
Un progetto per la ristrutturazione del complesso di tutti gli ambienti e l’eliminazione delle barriere architettoniche, realizzando gli impianti tecnologici, restauro dei prospetti.
Ad affidare il Comune di Palermo assistita nel ricorso dall’avvocato Adriana Masaracchia. Una volta affidata però la prefettura aveva inviato un’informativa antimafia del 4 ottobre 2012. Alla luce della informativa il settore opere pubbliche del Comune il 12 novembre dello stesso anno rescindeva il contratto.
Contro tutti questi provvedimenti la società edile ha presentato ricorso al Tar di Palermo. I giudici della prima sezione del Tar presieduta da Filoreto D’Agostino (estensore Caterina Criscenti, Consigliere e Luca Lamberti referendario) hanno accolto il ricorso e restituito di fatto l’appalto alla ditta di Belmonte Mezzagno.
Con la nota del 4 ottobre 2012 la Prefettura di Palermo aveva comunicato che a carico della CRS Costruzioni srl c’era il rischio concreto di infiltrazioni.
Nella ditta, di proprietà della famiglia Corsale, vi è come socio Ciro Corsale che “è zio acquisito del noto boss Spera Antonino – si legge nella sentenza – (avendo quest’ultimo sposato Anna Corsale Anna, figlia del fratello di Ciro) capo mandamento del Comune di Belmonte Mezzagno, condannato a 16 anni di reclusione per associazione mafiosa ed attualmente detenuto” ed a sua volta Spera “è nipote in primo grado del noto boss Benedetto Spera, condannato alla pena dell’ergastolo”.
Sulla base di tale questi elementi la Prefettura aveva ritenuto che “la peculiarità di un contesto socio-economico quale quello di Belmonte Mezzagno fortemente influenzato dalla malavita organizzata – aggiunge la sentenza – la delicata attività imprenditoriale ed il legame di parentela dei soci/amministratori con soggetti di notevole pericolosità sociale del luogo, costituiscono nel loro insieme, elementi sintomatici di una possibile ingerenza della criminalità organizzata nella gestione della ditta”.
Per la ditta Crs solo “un giudizio di permeabilità – si legge ancora nella sentenza – alla luce del solo rapporto parentale, anzi più esattamente di affinità, che lega, peraltro, solo uno dei quattro soci, Corsale Ciro, della società ricorrente con un unico soggetto controindicato, senza alcuna valutazione sull’attualità e concretezza del pericolo di infiltrazioni, attribuendo così al rapporto parentale un inammissibile automatismo presuntivo”.
Per i giudici del Tar la sola parentela non basta stabilire un grado di permeabilità mafiosa. “È assolutamente consolidata la giurisprudenza amministrativa nel ritenere – dicono i giudici – che il puro rapporto di parentela, o affinità con soggetti che hanno precedenti penali o comunque ritenuti in possibile contiguità con la malavita organizzata non è di per sé sufficiente a stabilire l’ipotesi della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, essendo necessari anche altri elementi, sia pure indiziari da fornire obiettivo fondamento al giudizio di possibilità che l’attività d’impresa possa, anche in maniera indiretta, agevolare le attività criminali o esserne in qualche modo condizionata”.
Alla luce della sentenza la prefettura di Palermo è stata condannata al pagamento delle spese processuali quantificate in 2 mila euro.
Fonte:
http://www.si24.it/2014/04/22/la-parentela-con-un-boss-non-e-sinonimo-di-infiltrazione-mafiosa-la-sentenza-dei-giudici-del-tar-di-palermo/48976/
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da repubblica
Frecciata al curaro del governatore per Riccardo Savona, intercettato dalla Dia mentre parlava al telefono con Vito Nicastri, il re dell'eolico ritenuto vicino a Matteo Messina Denaro. Savona si è alzato ed è uscito dalla sala
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| Riccardo Savona |
ome Pio La Torre fece 32 anni fa parlando alla conferenza di organizzazione del Pci a Palermo, il governatore Rosario Crocetta mentre parlava al congresso dei Democratici e riformisti per la Sicilia (Drs) ha notato in platea un politico che stava ascoltando il suo intervento e lo ha invitato ad andarsene. "In questa sala c'è qualcuno che non ci deve stare e deve uscire immediatamente", ha detto Crocetta, citando, appunto, La Torre.
A quel punto Riccardo Savona, deputato regionale dei Drs, si è alzato e ha abbandonato il congresso mentre la gente presente in sala si alzava e applaudiva Crocetta. Savona è stato intercettato dalla Dia mentre parlava al telefono di affari con Vito Nicastri, l'imprenditore considerato il "re dell'eolico" e vicino al boss latitante Matteo Messina Denaro.
Il segretario dei Drs, Edi Tamajo, ha deciso di affrontare la questione convocando una riunione lunedi' prossimo. "In seguito alle notizie di stampa circa un presunto coinvolgimento del deputato Riccardo Savona in indagini giudiziarie che lo riguarderebbero - spiega Tamajo -, pur essendo fiduciosi che riuscira' a dimostrare la sua totale estraneita', per il gruppo parlamentare dei Drs e' obbligatorio lunedi' prossimo fare un riunione sul tema per assumere una determinazione".
Crocetta ha intanto voluto prendere le distanze dal deputato, "la lotta alla mafia e alle connivenze è alla base della mia azione di governo", ha detto il presidente della Regione siciliana a margine dei lavori del congresso, a Campofelice di Roccella. "Savona ha capito che non c'è più trippa per gatti", aggiunge. Ex presidente della commissione Bilancio dell'Assemblea nella precedente legislatura, Savona è tra i deputati piuù longevi del Parlamento siciliano, alla sua quarta legislatura.
Ex Udc, è stato eletto nella lista di Grande Sud, in appoggio a Gianfranco Miccichè, sconfitto nella corsa a governatore, poi transitato nel gruppo Misto e quindi approdato nei Drs, formazione nata pochi mesi dopo l'inizio di questa legislatura. Attualmente è tesoriere del gruppo parlamentare dei Drs, partito che sostiene il governo Crocetta, il cui presidente onorario è l'ex ministro Totò Cardinale, tessera Pd, e tra i fondatori proprio del partito democratico.
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Oggi alle ore 16,00 si è celebrata la cerimonia di consegna dell'immobile confiscato alla mafia, alla famiglia della piccola Irene Benigno, in contrada Casale.
Una cerimonia sobria e semplice.
Un grande gesto per Irene affetta dalla sindrome di Pader-Willi, un grande segnale di civiltà e impegno silenzioso di molti belmontesi Obiettivo raggiunto grazie al lavoro speciale della macchina comunale, politica ed amministrativa del Comune di Belmonte Mezzagno.
di seguito un post da Facebook
Complimenti AL SINDACO che non si è tirato indietro ed in silenzio passo dopo passo è riuscito a realizzare un sogno FAVORENDO UN ECCELLENTE LAVORO DI SQUADRA ACCORCIANDO I TEMPI DELLA BUROCRAZIA
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Incompletezza, contraddittorietà o insufficienza della prova. È il comma (il secondo dell’articolo 530 del codice di procedura penale) con cui il gup Ferdinando Sestito ha assolto l’ex ministro delle politiche agricole Saverio Romano dall’accusa di concorso esterno a Cosa Nostra. Per l’esponente del Pid, il pm Antonino Di Matteo aveva chiesto 8 anni di reclusione.
“Noi puntavamo ad un’assoluzione piena: è un fatto però che si sono dovuti aspettare otto anni prima di avere un verdetto assolutorio di primo grado”, è stato invece il commento soddisfatto dell’avvocato Raffaele Bonsignore, legale di Romano insieme all’avvocato Franco Inzerillo. “Nel 2003 quando ho ricevuto l’avviso di garanzia ho scelto di lasciare la mia attività di avvocato, la mia toga è pulita e spero di poterla presto consegnare a mio figlio” ha invece detto Romano, che poco prima che il giudice Sestino si ritirasse in camera di consiglio ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee, interrompendosi a più riprese per l’emozione.
“In questi anni – ha continuato l’ex ministro – ho più volte giurato sulla Costituzione e le leggi dello Stato che non ho mai tradito. Amo questo Paese ed è surreale trovarmi qua. Ho svolto la mia attività di parlamentare nonostante la mafia, da cui ho anche subito messaggi di morte, che ho denunciato ai carabinieri e non sui giornali. Io ho scelto di contrastare il fenomeno mafioso”. Secondo l’accusa Romano aveva instaurato un
“patto politico elettorale mafioso” con Cosa Nostra sin dal 1991, parallelamente a quello instaurato da
Salvatore Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia che sta scontando sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato.
I legali di Romano hanno rilevato invece come le indagini della procura si concentrassero soltanto in alcuni periodi circoscritti, contestando anche l’attendibilità dei
collaboratori di giustizia. Primo fra tutti l’ex presidente del consiglio comunale di Villabate
Francesco Campanella, che aveva raccontato ai magistrati dell’ormai famoso incontro con Romano a Campo dei Fiori nel 2001. “Francesco vota per me perché siamo della stessa famiglia: scinni a Villabate e t’informi” avrebbe detto l’ex ministro, riferendosi alla possibilità che Campanella non votasse per lui alle elezioni politiche del 2001. “Quella frase per intero non la dice nessun altro, a parte Campanella, che quindi non è completamente riscontrato” aveva rilevato la difesa di Romano. L’ex esponente dell’Udc, dopo le commosse dichiarazioni spontanee, si era allontanato per aspettare la sentenza insieme alla famiglia. In aula sono invece rimasti decine di suoi sostenitori, molti dei quali di
Belmonte Mezzagno, il paese d’origine di Romano e anche di uno dei suoi accusatori, il collaboratore di giustizia
Giacomo Greco. Tra il pubblico anche l’ex consigliere comunale di Palermo
Doriana Ribaudo che durante le dichiarazioni spontanee ha pianto.
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Pietro D'Aì e Giampiero Marchese avrebbero consentito
alle cosche locali di infiltrarsi nell'amministrazione
I carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno notificato due avvisi di garanzia a Pietro D'Aì, sindaco di Misilmeri, paese del palermitano, e Giampiero Marchese, geometra ed ex vicepresidente del consiglio comunale. Entrambi sono indagati per concorso in associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, avrebbero consentito alle cosche di Misilmeri di infiltrarsi nella politica e nell'amministrazione comunale. Nell'ambito della stessa inchiesta, che è una tranche dell'operazione denominata «Sisma» che decapitò il clan, i militari hanno perquisito le abitazioni del capo ufficio tecnico dei Comuni di Misilmeri e Altavilla Milicia e del presidente del cda del consorzio tra Comuni Metropoli Est.,
05 luglio 2012 (modifica il 06 luglio 2012)
corriere del mezzogiorno
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di Giorgio Bongiovanni - 26 giugno 2012 antimafiaduemila.com
Dottor Saverio Lodato, vent'anni dopo l’ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino, tenuto a ridosso del trigesimo della morte dell’amico Giovanni Falcone, sabato si è svolta, nello stesso luogo, l'iniziativa “Senza Tempo”, che ha visto una grandissima partecipazione da parte della società civile. Cosa è successo?
“Sabato, a Palermo, abbiamo avuto la dimostrazione del fatto che vent'anni dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio esiste ancora una Società Civile, non piegata, non rassegnata e che continua a pretendere verità e giustizia su quelle pagine nere che hanno segnato la fine della storia della prima repubblica. Vent'anni dopo non era scontato che accadesse. Ma, purtroppo, sta anche emergendo, con raggelante semplicità ed evidenza, che le Istituzioni di questo Paese devono fare ancora molta strada per apparire agli occhi di tutti gli italiani come Istituzioni Civili, altrettanto interessate all'accertamento della verità come dimostra di essere la Società Civile. La cesura che si manifesta fra Società Civile e Istituzioni è impressionante. Che nessuno si offenda se dico che, sintetizzando, in Italia si potrebbe parlare di una Società Civile e di Istituzioni, invece, al limite dell’inciviltà”.
Da tanto tempo ormai lei si occupa di mafia. Il suo giudizio così duro ha a che vedere con l’indagine sulla trattativa?
“Io non mi riferisco solo alle indagini sulla trattativa. Mi riferisco, più in generale, al fatto che ogni qual volta la verità – e qui si parla solo di mafia, perché il discorso si farebbe sterminato - sembra raggiungibile, palpabile una volta per tutte, puntualmente esplode un grande 'affaire', istituzionale e politico, che ha lo scopo non dichiarato, ma sin troppo scoperto, di bloccare l'attività dei magistrati, buttandola in caciara. Ne seppero qualcosa, quando erano vivi, gli stessi Falcone e Borsellino. Abbiamo già dimenticato? Loro, per primi, furono le vittime di quelle ricorrenti campagne di denigrazione, delegittimazione ed isolamento che si risolvevano in altrettanti 'casi di Stato'. Abbiamo dimenticato gli anni in cui il palazzo di giustizia di Palermo, dove operavano proprio Falcone e Borsellino, era universalmente definito il 'palazzo dei veleni'? Abbiamo dimenticato quel CSM che mandò in panchina Falcone, preferendogli Antonino Meli alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo? Abbiamo dimenticato Paolo Borsellino al quale erano rimasti solo i giornali per lanciare un poderoso S.O.S. sulla lotta alla mafia? Abbiamo dimenticato il Dalla Chiesa mandato allo sbaraglio, in Sicilia, privo di poteri effettivi in un compito che si annunciava titanico? Abbiamo dimenticato gli alti commissari per la lotta alla mafia che a Roma venivano messi sull’aereo con la consegna di rendere la vita impossibile ai magistrati antimafia di Palermo? O abbiamo dimenticato l’emerito capo dello Stato, Cossiga, che di fronte al cadavere ancora caldo di Rosario Livatino espresse il suo giudizio sprezzante sui 'giudici ragazzini'? Credo che possa bastare. Il fatto è che a Roma non hanno mai ben capito cosa sia davvero la lotta alla mafia. E che in molti, poi, abbiano interesse a non capirlo, non aiuta le cose. Verrebbe da dire: 'Niente di nuovo sotto il sole'”
In base alle intercettazioni che si leggono, il primo intervento di Napolitano avviene per tramite del proprio consigliere giudiziario D'Ambrosio per spingere la procura nazionale antimafia a coordinare le altre procure. Il secondo avviene direttamente sulla richiesta d'aiuto del privato cittadino Mancino. Lei come giudica questo intervento da parte del presidente della Repubblica, o chi per lui, per cercare di intervenire in qualche maniera sulle indagini sulla trattativa?
“Guardi. C’è poco da sottilizzare o da distinguere. Anche una sola telefonata sarebbe stata di troppo. In un paese moderno che cerca ancora la verità su stragi in cui persero la vita tanti rappresentanti delle Istituzioni, loro sì Civilissimi Funzionari, ci saremmo aspettati che dal Colle venisse un monito rivolto a chi sta indagando, tanto laconico quanto solenne: 'Andate avanti senza indugi. Non guardate in faccia nessuno'. In altre parole, ciò che chiede, ormai da diversi anni, totalmente inascoltato, Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Sta accadendo qualcos’altro. Tutte quelle telefonate, quel lavorio felpato e dietro le quinte, ci dice che si è trattato ancora una volta di troncare, sopire, anestetizzare l'attività dei magistrati. In altre parole di: 'trattare' sulla 'trattativa'. E’ questo, purtroppo, il tenore di quelle telefonate. O, almeno, si è sperato che fosse possibile, appunto, 'trattare' sulla 'trattativa'.
E gli alti vertici farebbero bene a mettere da parte l’argomento della 'lesa maestà': un indagato, si chiamasse anche Nicola Mancino, non può rivolgere a indirizzi tanto alti la sua richiesta che venga evitato un faccia a faccia processuale che non gli è gradito. E, dall’altro capo del filo, un consigliere del capo dello Stato non può star lì a dire la sua, almanaccare ad alta voce sulla richiesta, ciurlare nel manico di fronte a una richiesta, a priori, irricevibile.
Prendo atto che il procuratore Antonio Ingroia ha correttamente dichiarato di non aver registrato – né lui né i suoi colleghi- da parte del Presidente della Repubblica, alcuna “moral suasion” al fine di un rallentamento delle indagini. Questo ci tranquillizza. Resta il fatto che di quella voce chiara e netta, di cui parlavo prima, ci sarebbe bisogno a maggior ragione ora. Non è mai troppo tardi. Non dimentichiamo infatti che i magistrati che indagano stanno cercando di individuare uomini dello Stato che condussero la 'trattativa' con una mafia stragista e persino i mandanti esterni di quelle stragi che, certamente, non furono di sola mafia. Non stanno cercando ladri di galline. Non meriterebbero dunque un applauso di incoraggiamento e il rispetto di tutti gli italiani? Credo di sì”.
Nei grandi quotidiani nazionali, accanto alla parola trattativa si scrive sempre più spesso la parola presunta. Secondo lei questa ricerca di dialogo, se non di più, tra Stato e mafia c'è stato o no?
“Che la grande trattativa ci sia stata ormai è un dato lapalissiano. Lo hanno capito tutti. Lo sanno tutti. A prova di questa consapevolezza, c'è il fatto che sono scesi in campo, proprio in questi giorni, quelli che io chiamo i fini dicitori del diritto. Sono loro ad interrogarsi, con aria perplessa: 'Ammettendo che questa trattativa ci sia stata, cosa c'è di male se uno stato tratta con il suo nemico?' Quando in Italia entrano in campo le truppe dei fini dicitori del diritto, vuol dire che il fatto c’é. Poi ci sono giornali e televisioni che fanno la lotta alla mafia in alcuni mesi dell’anno e in altri no. Ma questa è un’altra storia”.
Provocatoriamente: cosa c'è di male nel trattare con la mafia?
“Beh dipende dai punti di vista. Intanto ricordiamo che mentre la trattativa era in corso, in Italia le stragi continuavano. Quindi chiunque abbia condotto questa trattativa, ammesso che qualcuno l'abbia portata avanti davvero con l'intento nobile di bloccare il nemico, dovrebbe ammettere che andò incontro ad una clamorosa disfatta. Almeno abbia il coraggio civile, venti anni dopo, di ammetterlo. Le stragi di Milano, Firenze e Roma sono del 1993, e da un anno ormai si 'trattava'. Ora gli esperti di 'realpolitik trattativista' ci spiegano che si fece questa scelta per frenare il nemico corleonese. Evidentemente, il nemico dello stato interpretava diversamente quella trattativa: trattando, gli veniva l’appetito. Poi c'è una considerazione più generale. I fini dicitori del diritto dimenticano di ricordare che, quasi quarant’anni fa, venne mandato a morte Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, con l'argomento inflessibile che lo Stato italiano non trattava con i brigatisti. Allora Leonardo Sciascia venne mediaticamente crocifisso da giornali e quasi tutti i partiti dell'epoca, perché si era permesso di dire che lui 'non se la sentiva di stare con i brigatisti ma neanche con questo Stato italiano' così come si era venuto configurando dopo la Liberazione. Perché, vorrei chiedere ai fini dicitori del diritto, con le Brigate Rosse non si tratta e con la mafia invece sì? Trovo curioso avere un codice diverso per ogni stagione”.
Secondo lei come mai, in questi ultimi tempi, intellettuali e professori di diritto come Giovanni Fiandaca o l'ex senatore Giovanni Pellegrino arrivano a spiegare in maniera ambigua la trattativa bollandola come una questione che non rientra nel penale? Perché vengono fatti ora questi discorsi e perché in questo modo?
“Ogni volta che in Italia accade qualcosa ci si chiede perché è accaduta oggi e non ieri o magari dopodomani. Volendo partecipare anche noi a questo sport nazionale direi che gli 'intellettuali' hanno sbagliato i tempi delle loro esternazioni almeno per tre ragioni. La prima. Paolo Borsellino, anche questo ormai è acclarato, muore, tra tante altre cause, proprio per essersi opposto alla trattativa.
Se la nostra cultura giuridica vuole che si tratti con il nemico mafioso, questi 'intellettuali', che all’epoca erano altrettanto impegnati nella lotta alla mafia, avrebbero dovuto trovare il modo di spiegare a Paolo Borsellino che con la mafia si tratta e che lui, mettendosi di traverso, stava sbagliando. Se lo avessero fatto, con ogni probabilità, gli avrebbero salvato la vita. E Paolo Borsellino magari sarebbe qui, un po' più anziano, insieme a noi, a sorridere di quando, anni addietro, non aveva capito niente dei nostri codici. Secondo ritardo cronologico. Quest’ elaborazione sull'argomento è un po’ fuori tempo, visto che la trattativa è ormai sulla bocca di tutti da quasi una decina di anni. Quindi, anche a non voler risalire alla morte di Borsellino, non sarebbero mancate le occasioni per aprire questo dibattito, visto che si sapeva che le Procure stavano indagando sulla trattativa.
Invece, il terzo elemento cronologico sembrerebbe quasi di una tempistica perfetta. E proprio per questo errore non è, dal momento che ci fornisce la chiave di questa inconsueta macchina del tempo: straordinaria puntualità sta nel fatto che le esternazioni siano avvenute quasi a grappolo, come le ciliegie, una dietro l’altra. Lei ha ricordato il professor Fiandaca e il senatore Pellegrino, ma non dimentichiamo il senatore Emanuele Macaluso, in terza posizione, con metafora sportiva, che ci ha spiegato che lui non ha ancora ben capito cosa sia e a cosa sia servita questa trattativa. Tutti e tre hanno in comune il fatto che hanno parlato all'indomani dell'iscrizione di una dozzina di persone, rappresentanti delle istituzioni e della politica, nel registro degli indagati perché coinvolti a vario titolo nella indagine e con diverse ipotesi di reato. Insomma, vent’anni dopo, gli 'intellettuali' rischiavano quasi di arrivare fuori tempo massimo”.
Lei, nel suo lavoro di cronista, è stato testimone di diversi processi per mafia e di quelli sulle stragi. E' anche riuscito a rivolgere delle domande a un capomafia come Riina. Che impressione ha avuto, all'epoca, riguardo questi criminali che forse, insieme ai mandanti esterni ed occulti delle stesse stragi, sono gli unici a sapere davvero la verità di quanto accaduto?
“Totò Riina, nel suo italiano difficoltoso e sgangherato, ha sempre insistito nel dire che gli avevano fatto fare da parafulmine'”.
Cosa voleva dire?
“Forse che in quelle stragi c'era la mano di mafia, come si è sempre detto, ma non solo. Penso che i vertici di Cosa Nostra lo sappiano benissimo, ma non parlano.
Domanda: Perché ci sono voluti oltre 16 anni perché i rappresentanti delle istituzioni iniziassero a ricordare ciò che sapevano sui primi passi della trattativa?
Risposta: In questa storia, questa è forse la grande madre di tutte le domande. Curiosamente la legge italiana concede centottanta giorni ai pentiti di mafia per dire tutto quello che sanno. Invece, tutti quelle persone che, in qualche modo, sono entrate da protagonisti, comprimari o comparse in questo capitolo nero della trattativa, hanno ritrovato la memoria solo a distanza di sedici anni, ovvero soltanto dopo che il figlio di Ciancimino ha iniziato a parlare aprendo questa falla. E' possibile che uomini politici, rappresentanti delle istituzioni di quei livelli, ricordino certi eventi con 16 anni di ritardo? E' possibile che l'ex senatore Mancino, che è stato ministro degli Interni, oltre che vicepresidente del Csm, continui da dieci anni a sostenere di non ricordare di aver incontrato Paolo Borsellino tra la strage di Capaci e via d'Amelio quando tutti i giornali italiani e le televisioni indicavano ormai Borsellino come l'erede naturale di Giovanni Falcone? Sembra di essere in presenza di una 'setta delle belle addormentate', che si sono svegliate con sedici anni di ritardo. E con l’ingresso in campo delle truppe dei fini dicitori del diritto, che suonano la cetra, il coro è perfetto”.
In quest'ultimi tempi la sensazione che si ha è quella di una fortissima tensione. E' possibile secondo lei che qualche potere forte, pur di fermare questa inchiesta tanto compromettente, se non la più grave della storia della nostra Repubblica, possa organizzare con quel poco di mafia militare che è rimasta una nuova strage? Che si torni a colpire i magistrati prima che tocchino certi fili che non si vogliono mostrare? Può accadere o questa è fantamafia?
“Non ho strumenti investigativi per rispondere positivamente o negativamente a questa domanda. Mi auguro che non accada. Resta il fatto però che ormai è quasi scientificamente provato che lo Stato italiano è in condizione di fare la guerra alla mafia solo sotto il profilo militare. Non è assolutamente in grado, perché non ha l’intenzione, di recidere le complicità alte che hanno reso la mafia quello che è . Dopo 20 anni dalle stragi, non ci sono più Falcone e Borsellino, ma la mafia è ancora presente. Questo è scandaloso, inaudito, intollerabile. Lo è, presente, da 160 anni ed ha stretto ancora di più i propri rapporti con la politica, si è fatta politica, si è fatta Stato essa stessa. Leonardo Sciascia vide davvero lontano quando scrisse che 'se lo Stato volesse davvero sconfiggere la mafia, dovrebbe decidere di suicidarsi'”.
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di Sandra Amurri
Agnese Piraino Borsellino non è donna dalla parola leggera. È abituata a pesarle le parole prima di pronunciarle, ma non a calcolarne la convenienza. È una donna attraversata dal dolore che il dolore non ha avvizzito. I suoi occhi brillano ancora. E ancora hanno la forza per guardare in faccia una verità aberrante che non sfiora la politica e le istituzioni. Una donna che trascorre il suo tempo con i tre figli e i nipotini, uno dei quali si chiama Paolo Borsellino. Le siamo grati di aver accettato di incontrarci all’indomani delle ultime notizie sulla trattativa Stato-mafia iniziata nel 1992, che ha portato alla strage di via D’Amelio, di cui ricorre il ventennale il 19 luglio, e alle altre bombe.
In un’intervista al Fatto l’11 ottobre 2009, Agnese disse: “Sono una vedova di guerra e non una vedova di mafia” e alla domanda: “Una guerra terminata con la strage di via D’Amelio?”, rispose: “No. Non è finita . Si è trasformata in guerra fredda che finirà quando sarà scritta la verità”. A distanza di tre anni quella verità, al di là degli esiti processuali, è divenuta patrimonio collettivo: la trattativa Stato-mafia c’è stata. Sono indagati, a vario titolo, ex ministri come Conso e Mancino, deputati in carica come Mannino e Dell’Utri. Lei che ha vissuto accanto a un uomo animato da un senso dello Stato così profondo da anteporlo alla sua stessa vita, cosa prova oggi?
Le rispondo cosa non provo: non provo meraviglia in quanto moglie di chi, da sempre, metteva in guardia dal rischio di una contiguità tra poteri criminali e pezzi dello Stato, contiguità della quale Cosa Nostra, ieri come oggi, non poteva fare a meno per esistere.
Non la meraviglia neppure che probabilmente anche alte cariche dello Stato sapessero della trattativa Stato-mafia, come si evince dalla telefonata di Nicola Mancino al consigliere giuridico del presidente della Repubblica, Loris D’Ambrosio, in cui chiede di parlare con Giorgio Napolitano e dice: “Non lasciatemi solo, possono uscire altri nomi” (tra cui Scalfaro)? Come dire: le persone sole parlano di altre persone? Questo mi addolora profondamente, perché uno Stato popolato da ricattatori e ricattati non potrà mai avere e dare né pace né libertà ai suoi figli. Ma ripeto, non provo meraviglia: mio marito aveva capito tutto.
Lei descrive i cosiddetti smemorati istituzionali, coloro che hanno taciuto o che hanno ricordato a metà, come “uomini che tacciono perché la loro vita scorre ancora tutta dentro le maglie di un potere senza il quale sarebbero nudi” e disse di provare per loro “una certa tenerezza”. La prova ancora, o ritiene che abbiano responsabilità così grandi da non poter essere né compianti né perdonati?
Non perdono quei rappresentanti delle istituzioni che non hanno il senso della vergogna, ma sanno solo difendersi professandosi innocenti come normalmente si professa il criminale che si è macchiato di orrendi crimini. Alcuni cosiddetti “potenti”, ritenuti in passato intoccabili, hanno secondo me perso in questa storia un’occasione importante per salvare almeno la loro dignità e non mi meraviglierei se qualche comico li ridicolizzasse.
Paolo Borsellino ai figli ripeteva spesso: imparate a fare la differenza umanamente, non è il ruolo che fa grandi gli uomini, è la grandezza degli uomini che fa grande il ruolo. Mai parole appaiono più vere alla luce dell’oggi. Il posto, il ruolo, non è importante, lo diventa secondo l’autorevolezza di chi lo ricopre. Oggi mio marito ripeterebbe la stessa espressione con il sorriso ironico che lo caratterizzava.
Signora, perché ha raccontato ai magistrati di Caltanissetta solo nel 2010, dopo 18 anni, che suo marito le aveva confidato che l’ex comandante del Ros, il generale Antonio Subranni, era in rapporto con ambienti mafiosi e che era stato “punciutu”?
Potrebbe apparire un silenzio anomalo, ma non lo è. I tempi sono maturati successivamente e gli attuali magistrati di Caltanissetta, cui ancora una volta desidero manifestare la mia stima e il mio affetto, sanno le ragioni per le quali ho riferito alcune confidenze di mio marito a loro e soltanto a loro.
Sta dicendo che ha ritenuto di non poter affidare quella confidenza così sconvolgente alla Procura di Caltanissetta fino a che è stata diretta da Giovanni Tinebra?
Il primo problema che mi sono posta all’indomani della strage è stato di proteggere i miei figli, le mie condotte e le mie decisioni sono state prevalentemente dettate, in tutti questi lunghi anni, da questa preoccupazione.
Il pm Nico Gozzo all’indomani della dichiarazione del generale Subranni, che l’ha definita non credibile con parole che per pudore non riportiamo, ha fondato su Facebook il gruppo: ”Fraterno sostegno ad Agnese Borsellino”. Un fiume di adesioni, lettere commoventi , fotografie, dediche struggenti. Come lo racconterebbe a suo marito in un dialogo ideale?
Caro Paolo, l’amore che hai sparso si è tradotto anche in tantissime lettere affettuose, prive di retorica e grondanti di profondi sentimenti, che ho avuto l’onore di ricevere perché moglie di un grande uomo buono. Dove trova la forza una donna che ha toccato il dolore per la perdita del suo più grande amore e ora deve sopportare anche il dolore per una verità che fa rabbrividire?
Nel far convivere i sentimenti emotivi e la ragione, ho fatto prevalere quest’ultima in quanto mi ha dato la forza di sopportare il dolore per la perdita di un marito meraviglioso ed esemplare e per accettare una verità complessa, frutto di una società e di una politica in pieno degrado etico e istituzionale.
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Tra i dodici indagati, mafiosi, politici ed ex ministri. E Ciancimino si dice pronto a confermare le accuse.
di AMDuemila - 14 giugno 2012
Dopo quattro anni sono state concluse le indagini sulla trattativa tra lo Stato e la mafia che vent'anni fa vide seduti intorno allo stesso tavolo rappresentanti delle istituzioni e di Cosa nostra per porre fine a quella che fu la strategia della tensione caratterizzata dalle autobombe del '92-'93. Una vicenda per la quale ieri la Procura di Palermo ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini a dodici indagati. L'atto ha come destinatari due ex ministri, Mancino e Mannino, il senatore Dell'Utri, gli ufficiali dei carabinieri Subranni, Mori e De Donno, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, e i capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano e Nino Cinà. Ai capimafia indagati i pm contestano il reato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. Stessa accusa viene fatta a Mannino, ex ministro dell'Agricoltura e per il Mezzogiorno, già processato e assolto con sentenza definitiva dal reato di concorso in associazione mafiosa e al senatore Dell'Utri.
Di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato rispondono anche l'ex capo del Ros Antonio Subranni, il suo vice dell'epoca Mario Mori e l'allora capitano Giuseppe De Donno. "Hanno agito per turbare la regolare attività dei corpi politici dello Stato - si legge nell'atto d'accusa -. Hanno agito in concorso con l'allora capo della Polizia Parisi e il vice direttore del Dap Di Maggio, deceduti". Per Massimo Ciancimino, invece, il reato contestato è il concorso in associazione mafiosa e di calunnia aggravata nei confronti dell'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Nicola Mancino, nel '92 al dicastero dell'Interno, risponde di falsa testimonianza. Nell'indagine sono finiti anche l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, l'ex capo del Dap Adalberto Capriotti e l'europarlamentare dell'Udc Giuseppe Gargani: per loro l'accusa è di false informazioni al pubblico ministero ma l'avviso di conclusione indagini non è stato notificato. La legge prevede che l'inchiesta, in questo caso, sia bloccata fino alla definizione in primo grado del processo principale, quello, appunto, sulla trattativa.
Secondo l’accusa, in pratica, uomini dello Stato e uomini di Cosa nostra avrebbero agito “in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in concorso tra loro” e con Parisi e Di Maggio. Da una parte c’era la minaccia mafiosa, contro il Governo, con “il prospettare l'organizzazione e l'esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle Istituzioni”. Il tramite sarebbe stato don Vito Ciancimino: ai boss interessava avere una legislazione favorevole, un trattamento carcerario di comodo, processi da chiudere con sentenze di assoluzione. Subranni, Mori e De Donno, dopo avere avviato i contatti con don Vito, avrebbero favorito “lo sviluppo della trattativa fra lo Stato e la mafia, attraverso reciproche parziali rinunce”. Da una parte Cosa Nostra con la rinuncia “alla prosecuzione della strategia stragista”, dall'altra i rappresentanti delle Istituzioni con la rinuncia “all’esercizio dei poteri repressivi dello Stato”. Secondo i pm con questi cedimenti sarebbero stati rafforzati i propositi ricattatori. Altra merce di scambio la prosecuzione della latitanza di Provenzano.
Per quanto riguarda Mannino questi sarebbe intervenuto per salvare se stesso, dopo l’omicidio di Salvo Lima, “esercitando indebite pressioni” a favore dei mafiosi. Bagarella e Brusca, “per il tramite di Vittorio Mangano e di Dell’Utri”, avrebbero invece pressato su Berlusconi. All'ex premier, andato al potere, nel marzo ’94, furono chiesti interventi sulle leggi, i processi e il trattamento carcerario per evitare che ci fossero nuovi attentati, del tipo di quelli di Roma, Firenze e Milano del ’93. Dell’Utri, quindi, avrebbe sostituito Lima e Ciancimino nelle relazioni con la mafia, agevolando “il progredire della trattativa” e “la ricezione di tale minaccia da Berlusconi, dopo il suo insediamento come capo del Governo”.
Per quanto riguarda Massimo Ciancimino all'intero del fascicolo sulla trattativa sono state riunite le indagini per concorso in associazione mafiosa e la più recente per calunnia aggravata. Il figlio di don Vito, il super-teste che ha dato inizio all’indagine, è stato ritenuto estraneo alle intese tra pezzi delle Istituzioni e di Cosa nostra, ma responsabile solo di avere svolto “costantemente il ruolo di latore di messaggi scritti e comunicazioni orali (aventi ad oggetto argomenti di primario rilievo per la predetta organizzazione mafiosa) fra il padre, Vito Ciancimino, e Bernardo Provenzano”.
Nello stesso contesto e allo stesso imputato viene pure contestata la calunnia aggravata nei confronti dell'ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, che l'imputato avrebbe cercato di incastrare fabbricando un pizzino in cui il cognome del magistrato "Di Gennaro", tratto da uno scritto di Vito Ciancimino, sarebbe stato trasferito in un altro biglietto, compilato ancora una volta dall'ex sindaco mafioso e contenente i cognomi di funzionari dello Stato asseritamente infedeli. "Di Gennaro" sarebbe stato fatto passare per "De Gennaro", ma il taroccamento fu scoperto.
Ciancimino fa sapere che ribadirà le sue dichiarazioni e intende provare di non aver manomesso alcun documento. Si è anche detto dispiaciuto perché non tutti i procuratori hanno voluto mettere la propria firma sull’atto, dato che – ha dichiarato – “io in questa vicenda ci ho messo la faccia e la vita” E ha aggiunto: "Io so di essere responsabile di questa trattativa che ha accellerato la morte di Borsellino, ma non sono il solo".
In merito alla conclusione delle indagini è intervenuto il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia: “Fa ancora più impressione sapere che mentre i mafiosi uccidevano e seminavano morte e terrore con le bombe, c'era qualcuno dello Stato che trattava la tregua dietro le quinte". “La mafia - ha proseguito il magistrato - contrariamente ai cliché e ai luoghi comuni, che la intendono come antistato, non è antistato, ma ha una relazione organica e stabile con gli apparati. Con le classi dirigenti del nostro Paese, locali e nazionali, e quindi in questo ambito, l'alternarsi di momenti di guerra e momenti di pace sono in realtà una sorta di braccio di ferro interno al blocco e al sistema di potere che ha governato il nostro Paese in senso economico, sociale e politico".
"La verità è che tutta la storia del confronto fra mafia e Stato non è una storia di guerra, ma di tregue e trattative. Lo Stato italiano, soltanto in brevi periodi e brevi parentesi in cui si sono create emergenze nazionali ed emozioni collettive all'indomani della stragi, ha creato una legislazione forte ed efficace. Ma erano semplicemente delle norme tampone - ha concluso Ingroia - mentre dietro le quinte già ci si dava da fare per stipulare una nuova tregua, un nuovo patto di connivenza". L'avviso conclusivo non e' stato firmato né dal procuratore capo, Francesco Messineo, né dal sostituto Paolo Guido. Messineo non è formalmente titolare del procedimento, anche se ha partecipato a numerosi atti di indagine; Guido, titolare a tutti gli effetti (seppur non dall'inizio dell'inchiesta ndr), ha invece espresso un dissenso rispetto alla linea portata avanti dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene (quest'ultimo subentrato recentemente per la parte che riguarda l'omicidio Lima), che sono gli autori dell'atto di accusa.