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Sulla riforma costituzionale del senato il PD sceglie di epurare l’opposizione PD (Corradino Mineo) all’interno della commissione affari costituzionale, così 13 senatori si autosospendono.Il senatore Pd Andrea MarcucciIl voto degli elettori è stato inequivocabile: il Pd ha avuto un ampio mandato popolare per portare a casa le riformeRenzi da Pechino
Conta molto di più il voto degli italiani che il veto di qualche politico che vuole bloccare le riforme
è una musica già usata in passato, un cantilena che nasconde il grido del popolo uscito dalle urneMandato popolare…larga maggioranza…ma ci fate ? o ci siete ?Questa è decisamente “neo-lingua” o meglio “neo-matematica”.Alla elezioni europee che non sono certo elezioni per la presidenza del consiglio questo è stato il risultatoAventi diritto al voto 49.256.169Voti per il PD 11.172.861 = 22,7 %Ovvero meno di 1 / 4 degli italiani ti ha dato mandato eventualmente di fare le riforme, possibilmente bene …
Ma a guardare bene i dati del voto ...
Seguendo il vostro modo di interpretare o rileggere la realtà (insieme a quello dei media compiacenti), se c'è un mandato chiaro non è a te Renzi o al PD, ma a tutto il resto dei tuoi non elettori o dei non elettori, che insieme o separati hanno tutto il diritto o meglio avrebbero il sacro dovere, di mandarti a casa a calci nel culo. Avrebbe il popolo italiano, tutto il diritto o meglio avrebbe il sacro dovere di invocare un movimento di liberazione nazionale.#Renziacasa o meglio a Pechinoe poi ? e poi vediamo...
... visti i risultati in tabella, i popoli del SUD potrebbero tentare la riunificazione del Regno delle Due Sicilie e con qualche annessione compiacente istituire una nuova Repubblica o un nuovo Stato Pontificio!# Renzistaiserenosei suITALIA2 -
http://sollevazione.blogspot.it/
foglio telematico del Movimento Popolare di Libereazione
di Moreno Pasquinelli
22 maggio. Molti sono i fattori che determinano la scelta di voto dei cittadini. Si può votare questa o quella lista per adesione alla visione del mondo di cui è portatrice, per prossimità coi suoi principi etico-culturali, per il vincolo determinato dall’appartenenza ad una classe sociale, per simpatia verso uno specifico candidato, per un atteso vantaggio clientelare, perché votando questa lista si fa un dispetto a quell’altra. E si potrebbe proseguire.
Un fatto è certo: non siamo più nell’Italia del ‘900, dove al potente bipolarismo sociale tra le classi corrispondeva un’altrettanto radicale polarizzazione politica tra blocchi politici, ognuno dei quali era portatore di una visione della società, capitalista da una parte, socialista dall’altra.
Caduti il Muro di Berlino e l’Urss, trasformato, anche formalmente, il partito comunista in un partito borghese, squagliata la comunità proletaria coi suoi organismi difensivi, con la nascita della “Seconda Repubblica”, si riproponeva il bipolarismo di un tempo ma tra due blocchi entrambi capitalisti.
Poi è sopraggiunta la grande crisi sistemica la quale, come noi facilmente intuimmo, era destinata a terremotare l’intero contesto e quel peloso bipolarismo. Sarebbero cresciuti disoccupazione, precarietà, miseria, povertà, disperazione, rabbia, ciò che avrebbe creato lo spazio per un terzo campo politico.
Chi abbia occupato questo campo è evidente: il Movimento 5 Stelle il quale, nel giro di due o tre anni, è diventato il primo partito con influenza di massa: il partito più votato dagli operai, dai disoccupati, dai giovani, dagli studenti, dal popolo delle partite Iva, dai piccoli imprenditori.
Certo contano, e molto, le qualità istrioniche e pirotecniche di Grillo, ma il carburante della sua avanzata è la decomposizione sociale causata dalla crisi sistemica. Chi non capisce questo, come dire, è un cretino, e coi cretini discutere è solo tempo perso.
In poche parole proprio la grande crisi sta dando forma ad un blocco sociale, al blocco di chi sta sotto, di contro a quello di chi sta sopra. Questo organismo ancora informe, ma pulsante, sarà pure microcefalo, non è già un blocco antagonista, tuttavia solo nel “non ancora” c’è la potenza che può diventare atto, l’embrione dell’Italia che sarà.
Chi abbia davvero a cuore la possibilità di trasformare da cima a fondo questo Paese è accanto e con questo nuovo organismo vivente che deve stare, per dargli una forma adeguata, una testa, e non invece marcire nel regno dei morti. Noi di MPL questa scelta abbiamo fatto da tempo, e le prossime elezioni, per quel che valgono (e varranno) confermeranno che siamo nel giusto.
È forse più chiaro, ora, perché abbiamo deciso, l’anno passato, di dare indicazione di voto per M5S. Quanto accaduto da un anno in qua non ci ha fatto cambiare idea, al contrario!
Gli amici che fanno una scelta elettorale astensionista (stendiamo un velo pietoso su quelli che voteranno gli zombi della Lega o Fratelli d’Italia) si sbagliano profondamente.Hanno deciso solo in base al criterio binario “euro sì euro no”, un formalismo autoreferenziale schiacciato sul presente, del tutto incapace di guardare al futuro, di intuire o immaginare quali saranno le future dinamiche dello scontro sociale.In secondo luogo il difetto del discorso astensionista, tra gli altri, è quello di fermarsi ad osservare con la lente potentissima la superficie dei fenomeni politici, mentre la lente a poco serve, poiché occorre il bisturi per squarciarla, e quindi capire cosa pulsi sotto la pelle e sia destinato a manifestarsi, a trasformarsi, quindi a mutare la pelle medesima. In terzo luogo c’è di mezzo una concezione della tattica e della funzione di una posizione politica. Per una piccola organizzazione rivoluzionaria una scelta è anzitutto il modo per posizionarsi (accanto ai vivi? accanto ai morti? accanto al nulla?), e quindi uno strumento, una leva, per incidere sui processi politici di massa. L’astensione, in questo caso, è una non-posizione, è una leva sul puro niente. E niente potrà produrre.
ADDENDUM
Se sono stati colossali i fattori oggettivi la causa più profonda del successo di M5S, adesso, alle porte del 25 maggio, dobbiamo chiederci: i fattori oggettivi che hanno determinato lo sfondamento dei Cinque Stelle sono scemati? si sono affievoliti? oppure hanno aumentato la loro potenza? Io ritengo che questi fattori oggettivi sono ancora più determinanti di un anno fa.
Solo pochi ma indicativi dati.
La disoccupazione è cresciuta senza freni. Migliaia di aziende continuano a chiudere. Come dimostra la ridicola vicenda della TASI, la pressione fiscale continua a crescere (le entrate tributarie sono salite nel trimestre del 5,6% a 27,6 miliardi). Nel frattempo il debito pubblico ha sfondato la quota di 2.120 miliardi, con il particolare che è cresciuta la dipendenza dalla speculazione finanziaria (gli “investitori” esteri detengono ora 652 miliardi di titoli). I consumi, invece di salire, tra gennaio e marzo sono scesi del 3,7%. Il Pil è di nuovo sceso, compreso l’export (-0,8%. Parlavano di “ripresa” e l’inizio 2014 dice che l’Italia è sempre dentro la recessione.
In poche parole abbiamo sotto gli occhi non solo la crescita del pauperismo sociale, ma il totale fallimento delle cure da cavallo mercantiliste.
Le urne non potranno che fotografare questo stato di cose, portando consensi al partito della protesta sociale e diminuendo quelli al fronte della conservazione, approfondendo la crisi di regime e forse gettando il Palazzo nel panico.
I primi ad essere consapevoli che questa sia la tendenza sono proprio le forze dominanti le quali, dopo lo tsunami elettorale del febbraio 2013, sono corse ai ripari, muovendosi su due direttrici: primo, passare di corsa ad un sistema politico compiutamente oligarchico e post-democratico, che quindi blindasse il regime dalla possibilità di una sua caduta; secondo, hanno tirato fuori e fatto scendere in campo la “grande novità”, il “rottamatore” Matteo Renzi.
Per quanto attiene alla prima direttrice, di concerto, le forze di regime, hanno escogitato una legge elettorale fascista che ha uno scopo preciso: fare fuori il Movimento 5 Stelle. Lo ammettono gli stessi Lorsgnoori. L’ex- Ministro della difesa Mario Mauro, a fine gennaio, nella trasmissione Porta a Porta, apertis verbis, affermò: “Non è vero che la nuova legge elettorale è contro i piccoli partiti, è una legge per far fuori un grande partito, il Movimento Cinque Stelle”. Non fosse chiaro il concetto, il viceministro alle infrastrutture Riccardo Nencini ha ribadito: “L’Italicum è nato per mettere fuori gioco M5S”.
A chi convenga una sconfitta elettorale di M5S dovrebbe essere chiaro. Se il blocco dei dominanti terrà le sua posizioni (se cioè il Pd avanzasse in modo consistente) esso si sentirà legittimato a proseguire sulla strada tracciata. Se invece avanzerà M5S e il Pd non ottenesse la vittoria campale attesa, il regime potrebbe piombare in una crisi senza uscita.
Per quanto attiene alla seconda direttrice, i dominanti hanno puntato tutto su Matteo Renzi, considerato l’ultima risorsa prima del diluvio. Partito lancia in resta convinto di stravincere, man mano che la data fatidica del 25 maggio si è avvicinata, egli è passato dalla ostentata tranquillità ad un palese nervosismo. Nel suo comizio del 14 maggio a Palermo, tra i fischi, come in altre piazze, Renzi ha affermato minaccioso: “Le prossime elezioni europee del 25 maggio sono un referendum dove si sceglie la nostra Italia o l’Italia di Grillo“.
Non si poteva esprimere meglio il senso di queste elezioni.
La sera del 21 maggio, ospite della Gruber, Renzi ha ammesso che non spera nemmeno di raggiungere i risultati che il Pd ottenne come Veltroni. Indicativo! Ma ancor più significativo è quando, a domanda sui risultati che si attende, ha affermato: “Grilllo prenderà, in voti assoluti, meno dell’anno scorso. Il Pd un po’ di più di quelli che prese con Bersani”. Un ridimensionamento evidente della aspettative iniziali.
Vedremo. Di certo ai voti assoluti che occorre fare attenzione quando si dovrà capire come saranno andate le cose. Ammesso e non concesso che vada come prevede Renzi, per lui sarà una mezza sconfitta.
E se invece, come ritengo, M5S, i voti li aumentasse?Significherebbe che i fattori oggettivi della crisi si imporranno nelle scelte di milioni di elettori, a scapito dei tentativi diabolici e cosmetici del regime.La sconfitta apparrebbe inoppugnabile. E quindi saremmo entrati in una nuova fase della crisi, col regime indebolito e le forze sociali del cambiamento più forti. -
In vista delle prossime elezioni europee..
1.700 addetti per un fatturato di oltre 120 milioni di euro l'anno. Non parliamo di una multinazionale, ma dell'esercito di lobbisti che affolla le istituzioni europee a Bruxelles e della quantità di denaro fornita ogni anno da banche e altre imprese del settore per sostenerne le attività. Sono alcuni dei dati riassunti nel rapporto pubblicato il 9 aprile da Corporate Europe Observatory - CEO e intitolato "la potenza di fuoco della lobby finanziaria".
Se è banale, se non ingenuo, pensare di sorprendersi di fronte alla notizia di un mondo finanziario che esercita una fortissima attività di lobby sulle istituzioni europee, ben diverso è vedere nero su bianco i dati e le cifre in gioco. Ogni regola, Direttiva, o ricerca passi da Parlamento, Commissione, BCE o qualsivoglia altra istituzione europea è soggetta a questa "potenza di fuoco". "Probabilmente la lobby più potente del mondo"; parole non di un qualche gruppo di complottari, ma del Commissario Europeo Algirdas Semeta.
Così come non sono gruppi di complottari ma decine di parlamentari europei di diversi partiti e schieramenti che già a giugno 2010 sottoscrivono un appello nel quale testualmente si segnala che "possiamo vedere ogni giorno la pressione esercitata dall'industria bancaria e finanziaria per influenzare le leggi che li governano. Non c'è nulla di straordinario se queste imprese fanno conoscere il proprio punto di vista e hanno discussioni con i legislatori. Ma ci sembra che l'asimmetria tra il potere di questa attività di lobby e la mancanza di una esperienza opposta ponga un pericolo per la democrazia".
Questo "pericolo per la democrazia" diventa purtroppo evidente scorrendo il rapporto di CEO. In sede europea il mondo finanziario supera la spesa in attività di lobby di ogni altro gruppo di interesse per un fattore di 30 a 1. Per fare un esempio tra i molti possibili, una recente discussione al Parlamento europeo su una Direttiva riguardante hedge fund e private equity, 900 emendamenti sui 1.700 totali sono stati redatti non da parlamentari ma da lobbisti del mondo finanziario.
Al Parlamento europeo sono attivi gruppi come il European Parliamentary Financial Services Forum (EPFSF) che comprende membri del Parlamento e lobbisti finanziari per "promuovere un dialogo tra il Parlamento europeo e l'industria dei servizi finanziari". Questo dialogo comprende ad esempio inviti ai parlamentari per "seminari educativi sul trading dei derivati". Il forum è finanziato principalmente dai suoi 52 membri, tra i quali JP Morgan, Goldman Sachs International, Deutsche Bank, Citigroup e altri. È possibile saperlo perché ad oggi è l'unico gruppo di rilievo in ambito finanziario a rivelare il nome dei propri membri. Il "Registro per la Trasparenza" delle attività di lobby, istituito in UE nel 2008 per provare a fare chiarezza, è infatti unicamente volontario, lasciando a imprese e lobbisti la scelta di registrarsi o meno. Sta di fatto che un singolo parlamentare europeo rivela di avere ricevuto qualcosa come 142 inviti in due anni dal mondo finanziario per "eventi", "seminari" o simili.
Secondo il rapporto, dopo lo scoppio della crisi la lobby finanziaria ha partecipato ad almeno 1.900 incontri e consultazioni con la Commissione e le altre istituzioni europee. Un numero da mettere in relazione con il centinaio di incontri che coinvolgevano reti e organizzazioni della società civile e con gli 84 con il mondo sindacale.
Analogamente, il dato (prudenziale) di 120 milioni di euro l'anno speso per le lobby finanziarie è da mettere a confronto con una disponibilità intorno ai 4 milioni per ONG, società civile e sindacati. Un rapporto superiore a 30 a 1 che fa impallidire i pur evidenti squilibri presenti in altri settori. Ad esempio per quanto riguarda l'agro-alimentare, la stima è di 50 milioni di euro dell'industria a fronte di 12 milioni per associazioni di consumatori, ONG e sindacati.
Lo squilibrio è se possibile ancora più impressionante quando si va a vedere la composizione dei "gruppi di esperti" ovvero gli organi consultivi ufficialmente costituiti da Commissione, BCE o agenzie di supervisione finanziaria per ricevere consigli e pareri su aspetti e normative specifiche. In molti casi la rappresentanza supera abbondantemente il limite della decenza, se non quello del ridicolo. Nel De Larosière Group on financial supervision in the European Union 62 membri dal mondo finanziario, 0 da società civile, sindacati o altri gruppi di interesse; sulla MIFID, direttiva fondamentale sul funzionamento dei mercati finanziari europei, 77 contro 5; nel gruppo di esperti sui Derivati, 86 esperti del mondo finanziario, 0 tra Ong, consumatori o sindacati. Secondo il rapporto, in totale oltre il 70% dei consulenti e degli esperti nei gruppi della Commissione ha legami diretti con il mondo finanziario, a fronte di uno 0,8% delle Ong e del 0,5% dei sindacati.
Se possibile va ancora peggio alla BCE, che ha promosso degli "Stakeholder Groups". La parola stakeholder viene solitamente tradotta in italiano con "portatore di interesse" e dovrebbe indicare chiunque ha appunto un qualche interesse in una determinata impresa o istituzione. Il gruppo presso la BCE prevedeva 95 membri provenienti dal settore finanziario, e 0 (zero!) tra organizzazioni della società civile, consumatori, sindacati. Veniamo così a scoprire che le politiche della Banca Centrale Europea non hanno evidentemente nessun interesse per cittadini e lavoratori europei.
I risultati? Qualsiasi proposta di regolamentazione va avanti nel migliore dei casi con il freno a mano tirato, e le legislazioni in materia finanziaria vengono diluite fino a renderle spesso totalmente inefficaci. Il mondo finanziario in massima parte responsabile dell'attuale crisi continua a lavorare indisturbato, mentre al culmine del paradosso sono Stati e cittadini che la stessa crisi l'hanno subita a ritrovarsi con il cerino in mano e a dovere accettare sacrifici e austerità.
La burocrazia europea procede a ritmi impressionanti quando si tratta di imporre vincoli e controlli, se non una vera e propria ingerenza, sugli Stati sovrani, i loro conti economici e le loro politiche. Ma dall'altra parte la bozza di Direttiva sulla tassa sulle transazioni finanziarie rimane impantanata tra infinite discussioni e veti incrociati. La separazione tra banche commerciali e banche di investimento, che tutti gli studi riconoscono come un passo essenziale per evitare il ripetersi di disastri come quello degli ultimi anni, è ancora un vago progetto. A settembre 2013 il Commissario europeo Barnier annuncia tranquillamente in un comunicato stampa che "dobbiamo ora affrontare i rischi posti dal sistema bancario ombra". Mentre gli Stati sono sottoposti a un controllo strettissimo, per il gigantesco sistema bancario ombra che si muove al di là di qualsiasi regola o controllo, a cinque anni dal fallimento della Lehman Brothers e oltre sei dallo scoppio della crisi, la Commissione, bontà sua, dichiara che è tempo di mostrare un qualche interesse.
Se le istituzioni europee avessero dimostrato verso il gigantesco casinò finanziario che ci ha trascinato nella crisi solo una frazione dell'impegno messo per imporre sacrifici e austerità a chi ne ha pagato le conseguenze, probabilmente oggi i cittadini europei starebbero leggermente meglio. In una recente intervista, Luciano Gallino ricorda che "il paradosso è che la crisi, fino all'inizio del 2010, è stata una crisi delle banche. Poi è iniziata una straordinaria operazione di marketing: si è fatta passare l'idea che il problema fossero i debiti pubblici degli stati". Da oggi riusciamo a capire un po' meglio con quali mezzi e risorse tale straordinaria operazione di marketing sia stata e continui ad essere realizzata.
Il rapporto integrale è disponibile sul sito di Corporate Europe Observatory
Scritto anche sul Manifesto -
"Muoia Sansone con tutti i filistei", si legge ora su alcuni blog a proposito del premier Silvio Berlusconi, che afferma: "non mollo", ed i blog sottointendono: "il Paese perisca con me".
Brunetta aveva assicurato, cinque minuti prima che ieri pomeriggio si diffondesse la voce che il "pregiudicato" aveva aperto la crisi di governo, il Capo dello Stato Giorgio Napoletano che il clima politico stesse per rasserenarsi. Pure Angelino aveva rassicurato Letta che il clima volgeva al meglio. Cosa e' successo ? Nel pomeriggio ad Arcore sono arrivati i vertici dei falchi (Verdini e Santache') che appoggiandosi all'avvocato Ghedini hanno con poche battute convinto il "pregiudicato"
a rombere gli indugi. Secondo il Corriere della Sera e' bastata una battuta di Ghedini ("Vogliono farti fare la fine di Silvio Pellico ...") per far cambiare umore a Berlusconi. Secondo i "falchi" dopo che Berlusconi sara' dichiarato decaduto da senatore, il 4 ottobre prossimo, partiranno da varie procure del paese alcuni mandati di arresto nei suoi confronti per reati pesantissimi, corruzione e simili. Il "pregiudicato" -che giusto oggi compie 77 anni- e' caduto in depressione nell'ascoltare simili scenari e nel prefigurarsi in galera. Ha chiamato Capezzone perche' redigesse il comunicato di preludio alla crisi di governo. Cicchitto adesso si chiede perche' Berlusconi un quarto d'ora prima che si diffondesse il contenuto del comunicato lo avesse assicurato che non ci sarebbe stata crisi di governo per iniziativa pdl. Se questa versione dei fatti e' piu' o meno aderente alla realta' dei fatti c'e' da vergognarsi, da preoccuparsi in quanto italiani. Significa che il nostro paese e' stato da 20 anni in mano ad un personaggio il cui motto finale e' "muore Sansone con tutti i filistei". A Berlusconi interessano le vicende sue personali. Del destino della nazione non interessa nulla a lui
tratto da: http://contessioto.blogspot.com
..........Sotto le macerie perirono 3.000 filistei, compreso lo stesso Sansone che prima di morire urlò la famosa frase, "Muoia Sansone con tutti i filistei". ( tratto da: quotidiano americano ) Tornando ai nostri tempi, vediamo un'Italia avvilita, sull'orlo del disastro economico (il rapporto debito-Pil è del 119%) equiparato a quello greco (143%, dati: Eurostat). Un paese diviso che l'"International Herald Tribune" (del "The New York Times") chiama "Repubblica delle Banane" e con ben cinque membri della maggioranza governativa accusati di associazione a varie mafie e quattro indagati per corruzione. Un Parlamento con 84 membri (49 del Pdl) sotto inchiesta giudiziaria. Un Paese dove la criminalità organizzata detta legge, con un tasso di crescita (Pil) di soli 1,1% e disoccupazione che sfiora il 9% (27,9% per i giovani, dati: Ocse). Vediamo un'Italia con una leadership senza etica né morale; un'evasione fiscale che sottrae allo Stato 115 miliardi di euro l'anno e una corruzione (aumentata del 30% nel 2010 rispetto al 2009, dati: Corte dei Conti) che tocca tutti i settori, calcio incluso. Un Paese il cui servizio radio-Tv statale è diventato governativo e con buona parte della stampa filo-governativa, il cui potere viene da una maggioranza (a detta di "la Repubblica") retta grazie a varie "campagne acquisti" da parte di Berlusconi. Un'Italia la cui leadership viene derisa in tutto il mondo. Insomma, un Paese che ha toccato il fondo e che Berlusconi vuol far perire assieme a lui: una specie di "Muoia Berlusconi con tutti gli italiani". Comunque, la parte piú triste di questa storia bibilica aggiornata è che l'Italia non sembra, per ora, offrire una leadership al di sopra del "fondo". -
Le nuove generazioni sono senza padri, sono figlie di NN, dal latino "Nomen nescio : nome non conosco". Sulle loro carte di identità, sui loro documenti di lavoro, nei libretti universitari alla voce "figlio di" risulta la sigla NN, figlio di nessuno, figlio della colpa, figlio di padre ignoto, figlio di vecchi puttanieri che si sono giocati ogni possibile lascito testamentario indebitando gli eredi. Non ci sono però responsabili conclamati della miseria, della mancanza di un futuro, di una qualunque prospettiva a cui sono stati condannati questi ragazzi. Nessuno ammette responsabilità di sorta. E' opera del destino cinico e baro, dello Spirito Santo, della moderna divinità chiamata mercato che si manifesta all'improvviso come un nume iroso che chiede sacrifici umani. Lo sfascio ha origini soprannaturali, non è causa dei dilettanti, cialtroni, delinquenti che hanno smontato con determinazione e scientificità lo Stato italiano negli ultimi vent'anni. Quei padri che rifiutano ogni addebito del disastro nazionale, che percepiscono però vitalizi e doppie pensioni, gente canuta che non ha mai avuto il problema della disoccupazione e del pane quotidiano, è ancora qui, ancora a spiegarci come e perché siano le nuove generazioni, i choosy, i bamboccioni, i veri colpevoli. A raccontarci la favola che affidandosi a loro, alla loro esperienza e capacità e senso dello Stato, si cambierà il Paese. Questo dicono i Padri Puttanieri, quelli che hanno sulle spalle la più grande rapina ai danni delle giovani generazioni. Questi padri che chiagnono e fottono sono i Bersani, i D'Alema, i Berlusconi, i Cicchiito, i Monti che ci prendono allegramente per il culo ogni giorno con i loro appelli quotidiani per la governabilità. Hanno governato a turno per vent'anni, hanno curato i loro interessi, smembrato il tessuto industriale, tagliato lo Stato sociale, distrutto l'innovazione e la ricerca. Pdl e pdmenoelle sono vent'anni che ci prendono per il culo e non hanno ancora il pudore di togliersi in modo spontaneo dai coglioni dopo Penati, Tedesco, Dell'Utri, Cuffaro, Monte Paschi di Siena, dopo il Lodo Alfano, lo Scudo Fiscale e cento leggi abominio. Vent'anni senza riuscire a produrre una legge contro la corruzione e contro il conflitto di interessi, vent'anni per trasformare la legge elettorale in una caricatura anticostituzionale, senza mai trovare il tempo (ah, il tempo...) per cambiarla. I figli di NN vi manderanno a casa, in un modo o nell'altro, il tempo è dalla loro parte. Hanno ricevuto da voi solo promesse e sberleffi, non hanno nulla da perdere, non hanno un lavoro, né una casa, non avranno mai una pensione e non possono neppure immaginare di farsi una famiglia. Vi restituiranno tutto con gli interessi.Immagine: Particolare di
Saturno che divora i suoi figli,
di Francisco Goyahttp://www.beppegrillo.it/ -
di Eugenio Orso
Voglio presentare un’ultima analisi prima dell’epilogo della vicenda elettorale, che è ormai imminente. Per tale motivo mi sono dato da fare, i giorni precedenti, e ho scritto il saggio popolare che oggi presento. Tre sono le “famiglie” politiche in lista: i revisionisti, gli inaffidabili interni al sistema e quella che ho deciso di chiamare – per distinguerla dalla vera Rivoluzione – la nuova Jacquerie movimentista, sulla quale do un giudizio prudentemente positivo. Nel pdf c’è la versione estesa del saggio, a disposizione di chi vorrà scaricare e stampare. Spero che il mio particolare punto di vista, a riguardo del panorama elettorale italiano di oggi, susciterà il vostro interesse e la vostra critica costruttiva. Se non altro, sarà un buona occasione per riflettere prima del voto, o dell’astensione dal voto.Buona letturaEugenio Orso
Versione estesa pdf: I revisionisti, gli inaffidabili e la nuova Jacquerie_Eugenio Orso_15 2 2013.pdfBreve premessa La questione da anteporre a tutte le altre, nell’Italia di oggi, chiamata al voto come se fosse una gentile concessione dei poteri esterni, è proprio l’alternativa, chiara e netta, fra un revisionismo che non cambia i connotati essenziali del sistema, ma lo preserva, e non salva i posti di lavoro, il reddito popolare, l’industria, l’inefficiente ma irrinunciabile stato sociale, e la Rivoluzione, quel re-volvere che implica un cambiamento profondo, superando lo status quo e imponendo un nuovo modello politico e di organizzazione sociale. Il revisionismo comporta un falso cambiamento, soltanto parziale e insufficiente o addirittura illusorio, mentre la Rivoluzione, ben lungi dal rappresentare un semplice cambio di governo, comporta la ridefinizione integrale dei meccanismi del potere e l’affermazione di un nuovo rapporto sociale. Ma la Rivoluzione difficilmente si fa in modo pacifico, con le elezioni liberaldemocratiche. In Grecia, la presenza di syriza in parlamento non ha spostato i termini della questione, la situazione sta precipitando, il governo collaborazionista prospera e i greci stanno soccombendo alla troika. Sì, perché l’esigenza fortissima che oggi sentiamo, e che niente e nessuno all’interno del sistema vigente può soddisfare, è quella di un nuovo rapporto sociale che consenta il superamento del neocapitalismo e della dominazione finanziaria. Solo così si potrà salvare una prospettiva futura decente di convivenza civile, per noi e soprattutto per le generazioni a venire. Solo così si potranno riattivare in forma nuova i meccanismi di solidarietà comunitaria e di classe. Solo per questa via si scardineranno le porte del nuovo Palazzo d’Inverno per condividere con le masse la decisione politico-strategica. Ma nell’Italia di oggi, chiamata al voto politico, ci sono i revisionisti, gli inaffidabili interni al sistema e la novità assoluta di una moderna Jacquerie movimentista. Di questo si tratterà nei tre successivi capitoletti.I revisionisti in Italia Ci sono due revisionismi, in Italia, e una di queste posizioni, in piena campagna elettorale, è quella del presidente del consiglio Mario Monti, che si accinge a riprendersi il governo, o almeno il suo controllo, per continuare le riforme strutturali in senso neoliberista. Monti si definisce un sostenitore dell’”economia sociale di mercato” alla tedesca, ma il suo approccio, negli incarichi di governo, è quello di un ultraliberista che non vede il sociale, o più probabilmente finge di non vederlo. Per lui, certe cose sono invisibili, non degne di attenzione: dai suicidi dei piccoli produttori agli esodati, dagli ex ceti medi che vanno alla caritas ai disoccupati che s'impiccano. I riformatori di Monti sono esecutori, invero con scarsa autonomia, dei programmi decisi dagli organi della mondializzazione, europei e internazionali. Lo stesso Monti, primo riferimento tecnopolitico nel paese delle élite finanziarie internazionalizzate, che manovrano lui e gli organismi europidi, ha un’autonomia programmatica limitata ed è principalmente un “executive” di alto livello, espressione degli interessi di potenti banche d’affari e della falsa europa unionista. Per lui, che crede o finge di credere nel libero mercato planetario, (s)vendere allo straniero i pezzi ancora appetibili della struttura produttiva nazionale è una cosa naturale, scontata. L’altro revisionismo, inevitabilmente convergente con il primo, è quello del pd-cs, il quale, nonostante un conclamato “laburismo”, condivide le linee programmatico-strategiche decise all’esterno del paese con i cosiddetti riformisti di Monti. I revisionisti sono destinati a convergere in esecutivi soggetti all’autorità e al controllo unionista e a governare il paese per conto delle élite finanziarie dominanti. La funzione di Monti e degli esponenti del suo cartello elettorale è quella di adoperarsi e vigilare perché l’esecutivo in carica porti a compimento le controriforme nei tempi previsti. La funzione degli altri revisionisti, quelli “di sinistra”, è duplice: (a) collaborare con Monti al governo concretando l’unico programma neoliberista attraverso finanziarie e decreti, nel rispetto della tabella di marcia, (b) ingannare le masse di dominati che subiscono le controriforme, in prima battuta agitando in campagna elettorale la carota delle promesse, millantando l’applicazione di politiche socialmente più misericordiose, e successivamente facendo digerire alle masse le controriforme adottate – ben diverse dai volatili programmi elettorali – senza che si verifichino gravi scossoni nella società italiana, lunghi scioperi generali (ma a evitare questi fastidi ci pensa la “collegata” cgil) o addirittura insurrezioni spontanee. Infatti, se il pd era critico nei confronti del recepimento del pareggio di bilancio in costituzione, poi “ha chiuso un occhio” e l’ha votato e accettato. A differenza dei revisionisti-riformisti del centro euromontiano che non si pongono la questione sociale, i revisionisti “di sinistra” del pd devono porsela, vista la composizione del loro elettorato, e soprattutto devono far digerire con ogni mezzo (e menzogna) l’impoverimento di massa alle masse progressivamente impoverite.Gli inaffidabili interni al sistema Sono quei partiti e quei cartelli elettorali che non godono della piena fiducia della classe globale dominante e che quindi si tende a ridimensionare e addirittura a demolire con le inchieste della magistratura, il battage mediatico conseguente, gli attacchi dei media stranieri e dei politici eurounionisti, o addirittura degli Usa. In Italia gli inaffidabili sono essenzialmente il pdl guidato da Berlusconi e l’alleato leghista, anche se ve ne sono altri minori, come ad esempio l’idv dipietrista che però è già stata distrutta dai media e dalle divisioni intestine. Ma si tratta di forze politiche perfettamente inserite nel sistema liberaldemocratico che potrebbero appoggiare, in particolari condizioni e in caso di necessità, governi eletti o non eletti espressione degli interessi globalisti dominanti. Così ha fatto il pdl che ha appoggiato Monti a lungo, abbassando la testa e votando una cinquantina di volte la fiducia al governo. Si tratta di forze con qualche esecrabile lineamento populista (dal punto di vista neoliberale), non perfettamente allineate, anche se non osano esprimere, o non sono in grado di esprimere, veri e propri programmi alternativi all’unico programma delle élite finanziarie egemoni. Nessuno di loro ha il coraggio di affermare chiaramente che per salvare il paese si deve uscire dall’euro e dalla ue. I suddetti possono però servire, nei rituali liberaldemocratici, per interpretare la parte dell’opposizione e dare l’impressione che esistono veri e propri programmi alternativi, in competizione reciproca. Sono utili ai dominanti per creare l’illusione della scelta fra una pluralità di prodotti, come accade in campo commerciale e nel marketing, anche se i più indisciplinati rischiano di essere ridimensionati o addirittura distrutti per via giudiziaria e/o mediatica, come nel caso della lega e dell’idv. Non si può negare che il pdl e la lega (ed anche l’idv confluita in rivoluzione civile) hanno qualche lineamento “populista”, in contrasto con i piani e le politiche dettate dal grande capitale finanziario. Un esempio è la richiesta di rinegoziazione delle condizioni di partecipazione dell’Italia all’euro, espressa in modo vago da Berlusconi, se riuscirà a riprendersi governo. Il pericolo per i globalisti è che queste forze – complici i rigori della crisi strutturale e il diffondersi di un profondo malessere sociale nel paese, fra gli stessi imprenditori colpiti dalla globalizzazione e dall’euro – possano sfuggirgli di mano e iniziare a “fare sul serio”. Ci sono poi i falsi inaffidabili, cioè coloro che simulano posizioni non ortodosse, critiche nei confronti del libero mercato, della finanza e della moneta unica, ma che in verità hanno la funzione di attrarre voti popolari imbrogliando gli elettori. E’ questo il caso di Vendola e del sel, principale alleato del pd di Bersani. Ciò che unisce gli alleati sel e pd, oltre all’unico programma neocapitalistico deciso all’esterno dell’Italia, ma non rivelabile nella sua crudezza agli elettori, è la comune funzione di ingannare le masse.La nuova Jacquerie movimentista A rappresentare queste forze sorte più o meno spontaneamente nel paese vero, in rappresentanza diretta di una popolazione che ha perso fiducia nei revisionisti ed anche negli inaffidabili, in Italia abbiamo Beppe Grillo, con l’inseparabile consigliere Gianroberto Casaleggio e il movimento 5 stelle. Il 5 stelle è un po’ come il vecchio popolo che alla fine del Medioevo ha cercato di mettersi in marcia, guidato dai suoi capi e dal desiderio di giustizia sociale e distributiva, scontrandosi con gli apparati coercitivi e repressivi del potere dell’epoca. A differenza dei seguaci trecenteschi di Jacques Bonhomme, gli “autoconvocati” di m5s hanno un’origine squisitamente virtuale, i loro primi vagiti sono stati uditi in rete (grazie al blog di Grillo edito dalla Casaleggio Associati), ma negli ultimi tempi hanno invaso il malconcio mondo reale, e i quotidiani comizi di piazza di Beppe Grillo, il suo pellegrinaggio di città in città lo testimoniano ampiamente. Dai primi V-day al parlamento, passando attraverso le liste locali amministrative con il “bollino blu”, ormai sembra che l’approdo nel mondo reale, funestato da problemi apparentemente irresolubili, sia pienamente riuscito e sia definitivo. Non si tratta di piraten monotematici scaturiti dalla rete e ancora prigionieri di quella realtà parallela, ma di un fenomeno virtuale che è diventato una questione politica e sociale concreta, sempre più rilevante e aderente alle aspettative popolari in un lungo periodo di crisi, senza precedenti dal dopoguerra del novecento a oggi. Ascoltando Grillo, in certi passaggi si ha l’impressione che evochi, con un linguaggio popolaresco a tutti comprensibile, una sorta di nuovo Lavoratore Collettivo Cooperativo Associato quale immagine attualizzata del General Intellect marxiano. Un nuovo Lavoratore Collettivo, animato da rinnovati vincoli solidaristici e comunitari, che dovrà gestire in condizioni di emergenza e forse in stato di assedio (ue, usa, nato, poteri finanziari), dopo la rotta della partitocrazia e la débâcle sistemica, non un’azienda, uno stabilimento, una fabbrica, ma molto di più: un intero stato. Balzana ma significativa l’idea di Grillo di cooptare nel governo una madre di famiglia, con figli, esperta in gestione dei bilanci familiari e attenta al risparmio (ai tagli di spesa!) per affrontare le spese di casa. Emerge da questa metafora grillesca una concezione amministrativa dell’economia quale “buona economia” – l’oikos nomos degli Elleni, applicabile sia alla casa sia allo stato – contrapposta a cremata, al far danaro con il danaro, alla crematistica nuovo-capitalista nutrita dalla velocizzazione della creazione finanziaria del valore. La contrapposizione è antica, e anche i recenti richiami comunitari di Grillo testimoniano una volontà, per quanto genericamente manifestata, di superamento del rapporto sociale neocapitalistico fondato sulla peggiore crematistica. Non sappiamo se la rotta della partitocrazia è imminente, come sperano Beppe Grillo e i suoi, perché ci sono potenti forze esterne che sorreggono il sistema così com’è, disposte a farlo fino alle estreme conseguenze, ma la nuova Jacquerie si è messa in moto e si vede, accompagnata da un “sentiment” popolare inedito che non potrà non riflettersi sul voto politico di febbraio. Fra le file di questo movimento non si sente ripetere l’ossessivo e odioso ritornello “io sono liberale”, “io sono liberale”, “io sono liberale”, tipico dei revisionisti e anche di molti inaffidabili del sistema, servitori del neocapitalismo che così testimoniano la loro miseranda fede e tentano di accreditarsi. Se revisionisti e inaffidabili sono di casa negli studi televisivi, sempre pronti per l’ennesimo talk-show, sorridenti e coperti di cerone, gli m5s difficilmente vi mettono piede, e non solo per il divieto di Grillo, ma perché ben dispongono di ben altri canali comunicativi. Che fine faranno i nuovi Jacques Bonhomme Grillo, Casaleggio e le schiere popolari che li seguono? Non è dato sapere, ma la Jacquerie, estesasi nel mille e trecento come un’onda di proteste politiche e sociali, non portò alla Rivoluzione e si fermò, o fu fermata, prima di oltrepassare quella linea rossa oltre la quale c’è la trasformazione delle società umane e il cambio di Evo. Inoltre, una cosa è governare un comune di duecentomila abitanti come Parma, per quanto oberato da qualche centinaio di milioni di euro di debiti, ma ben altra cosa è governare un intero stato, privo di sovranità monetaria e oberato da debiti ben maggiori nei confronti delle banche. Aspetti di nuova Jacquerie, frammisti però a lineamenti liberisti e ostilità nei confronti del settore pubblico, sono presenti anche nel piccolo movimento “fare per fermare il declino” del giornalista Oscar Giannino, deluso da Monti e da Berlusconi. Le convergenze di fare con m5s riguardano la legalità, l’estraneità nei confronti del sistema dei partiti, la necessità di cambiare la legge elettorale e tagliare i costi della politica, ma non gli aspetti economici e le (necessarie) nazionalizzazioni di banche e industrie paventate da Grillo. I seguaci di Giannino sono imprenditori e professionisti che rischiano la rovina a causa della crisi strutturale, e quindi si sono messi in moto – da liberali e liberisti! – contro un sistema neoliberale e neoliberista che minaccia di schiacciare anche loro. Qualche traccia di Jacquerie del ventunesimo secolo si può trovare, infine, nella rivoluzione civile che segue l’ex magistrato Ingroia, ma qui il discorso si fa più sfumato e incerto, perché i “reduci” del sistema dei partiti che stanno dietro a Ingroia vanno dalla rifondazione comunista ai dipietristi dell’idv, passando per i verdi, e alcuni di questi personaggi hanno fatto carriera in politica e hanno avuto incarichi di governo, come Paolo Ferrero e Antonio Di Pietro. Alcuni fra questi sono lì come ripiego, perché i revisionisti del pd non li hanno voluti in coalizione (Di Pietro, Ferrero e altri). Se le piccole Jacquerie entreranno in parlamento con la grande, riusciranno a trovare il minimo comun denominatore per fare un’opposizione vera, destabilizzante per il sistema, in attesa di una vera Rivoluzione? Speriamo che almeno questo sia possibile.Nota di chiusura Se questo è il panorama elettorale italiano, descritto in sintesi, non ci resta che auspicare la sconfitta dei revisionisti (Monti e il pd) per mano di Jacques Bonhomme e degli inaffidabili. Il risultato sarà un temporaneo congelamento delle controriforme neocapitalistiche e un ritorno alle urne in tempi brevi, una volta constatata l’ingovernabilità. I morsi della crisi, lo spread e gli attacchi speculativi faranno precipitare ancor di più, nel breve, le condizioni di vita della popolazione, e a quel punto non servirà che lo dica l’istat, o il censis, perché ciascuno lo sentirà sulla propria pelle. Ma ci sarà pur sempre la speranza che le successive elezioni registrino una sconfitta più pesante dei revisionisti e un’avanzata decisiva della nuova Jacquerie. Allora sarà più difficile “restare in Europa” e avremo, forse, una possibilità per salvarci. La Rivoluzione, come chiarito nella premessa, è l’unica strada sicura per uscire definitivamente dal neocapitalismo e dal suo inquietante ordine sociale, che separa definitivamente i dominanti globalisti dalle masse pauperizzate, riducendo gli stati e le nazioni a docili strumenti nelle mani del libero mercato. Ma purtroppo non è ancora questa la direzione di marcia della storia. La moderna Jacquerie, suscitata dai Bonhomme contemporanei rimessisi in cammino, è una speranza, un antefatto, un preludio rivoluzionario, un segnale che la storia sta svoltando, o soltanto una protesta di popolo destinata a rientrare, a spegnersi nel tempo o a essere repressa? I prossimi due anni saranno decisivi e lo chiariranno definitivamente. Due anni, volendo andare larghi, “perché ormai non c’è più tempo”, come va ripetendo nelle piazze, in questi giorni, Jacques Bonhomme … pardon, Beppe Grillo.Precisazioni in merito all’ultimo post “I revisionisti, gli inaffidabili e la nuova Jacquerie” pubblicato il 18 febbraio di Eugenio Orso
Nella presente integrazione del post pubblicato lunedì mi voglio occupare della nuova Jacquerie movimentista, presente nel panorama elettorale italiano e incarnata dal cinque stelle di Beppe Grillo.Mentre Grillo, davanti a una piazza stracolma, intima la resa ai partiti sistemici, promettendo che non gli sarà fatto del male se si faranno “spontaneamente” da parte, circolano voci secondo le quali il suddetto avrebbe già superato Berlusconi, in termini di consensi, e non gli resterebbe che vedersela con Bersani, per diventare il primo partito. Ha ottenuto l’importante appoggio di Celentano, che potrebbe portargli nuovi consensi, e la presenza sul palco di Milano di Dario Fo. E’ chiaro che l’apparato ideologico-massmediatico che fa tutt’uno con il cosiddetto sistema dei partiti potrebbe a questo punto non bastare, per fermare la sua avanzata e quella del movimento. Grillo, pur essendo un pericoloso “populista” e un “antidemocratico” che non partecipa agli show televisivi, come asseriscono i guitti neoliberali del sistema (ad esempio Bersani), non è Benito Mussolini, e intende aprire il parlamento come una scatoletta, non certo per farne un bivacco di manipoli, ma per consegnarlo al movimento popolare che lo segue. Oggi, il più vicino alla popolazione italiana, truffata e sfruttata dalla politica di sistema per conto dei poteri finanziari dominanti, è proprio lui, e soltanto lui ne interpreta la rabbia, le frustrazioni, i desideri e una risorgente, per quanto ancora confusa, volontà di riscatto. E’ inutile negare l’evidenza, perché è proprio così e questo l’ha compreso anche l’apparato, che sente la minaccia e cercherà di correre ai ripari. Le televisioni, che rappresentano altrettante fonti di condizionamento, disinformazione e propaganda sistemica, non si possono più permettere di nascondere completamente la realtà, e devono perciò mostrare le piazze piene, i comizi del cinque stelle, i volti anonimi di decine di migliaia di partecipanti, mentre gli studi televisivi, trasformatisi in ridotta del potere, pullulano di nullità politiche che si agitano scompostamente, angosciate per i quozienti prossimi venturi. La perdita di legittimità del sistema e di credibilità dei suoi subagenti politico-mediatici sembra ormai irrimediabile. Non si tratta soltanto di una lotta fra le nuove forme di comunicazione e le vecchie utilizzate dal sistema, una lotta fra la rete e la tv, oppure fra la carta stampata e l’informazione via internet, né di un anacronistico ritorno al comizio di piazza, caratteristico della prima repubblica. La vera lotta è quella fra le masse pauperizzate, diventate bestiame da macello sociale, e i collaborazionisti, i kapò dell’occupatore del paese,ossia le élite finanziarie che controllano l’unione europoide e i mercati globali. Ci sarà una clamorosa sorpresa, nella notte fra il 25 e il 26 febbraio? Non mi sento di affermarlo, ma sicuramente la nuova Jacquerie movimentista che invade le piazze è un fenomeno sociopolitico nuovo, autenticamente di popolo, insidioso per la tenuta della liberaldemocrazia assolutistica e sgradito ai poteri esterni che manovrano i vari Monti, Bersani, Casini e compagnia cantante. Grillo come il Bonhomme francese Étienne Marcel o il capo dei Ciompi Michele di Lando? A differenza delle rivolte trecentesche dei Ciompi fiorentini e dei Bonhomme parigini, movimenti di popolo che in quel secolo nacquero e si spensero senza annunciare la Rivoluzione, questa grande insubordinazione di massa, indipendentemente dal suo esito nel breve, può annunciare l’avvio di un processo che ci porterà fuori dalle secche del presente e dalla dominazione finanziaria neocapitalistica, quindi l’innesco di un vero e proprio processo rivoluzionario. O almeno servirà per scuotere la popolazione italiana e consentirle di vincere il torpore nel quale è caduta, da un paio di decenni a questa parte. Del resto, Beppe Grillo ha ben compreso la situazione, ha capito che siamo vicini a un punto di rottura storico, e in piazza ha affermato con chiarezza, senza fronzoli, che se il movimento cinque stelle non riuscirà a “far andare a casa” tutti i politici, mettendoci una croce sopra, quelli che verranno dopo le croci le metteranno veramente. Non è ancora una Rivoluzione, la sua, ma è la prova di un parziale risveglio dei dominati e delle loro coscienze. -
Povero Giannino, sputtanato sul filo di rasoio delle elezioni. Non solo non era masterizzato alla Booth di Chicago, ma nemmeno le lauree erano reali. Nell’estate scorsa, prendendomi anche un bel po’ di insulti osai dire che Giannino era
un’orecchiante di economia e si capiva benissimo: non a caso era stato per anni il guru di Ferrara al Foglio per le questioni economiche (qui). Un simpatico orecchiante messo alla gogna con orologeria perfetta da un professore di economia che spunta come il prezzemolo nelle vicende italiane e si offre come consigliori a chi offre di più: quel tal Zingales (insegna qui e già si capiscono molte cose) che non è molto diverso da lui, a parte il pezzo di carta .
Ora voi vi chiederete se c’è una ragione per infierire su Giannino e indirettamente su tutte quelle simpatiche canaglie dell’economia che ci menano per il naso, proprio oggi che la campagna elettorale offre insieme le comiche finali ( il falso rimborso del’Imu di Berlusconi, le manovre su La7, il nuovo scandalo piemontese che travolge la Lega, Celentano che canta Grillo) e il disvelamento di ciò che alla fine era l’inevitabile approdo: una coalizione Pd – Monti, con in più il Pdl. La fotocopia dell’anno appena trascorso con i grandi successi che sappiamo e per la quale viene chiesto il voto utile. Ma insomma, sorvoliamo sulle miserie. Sì una ragione per parlare di Giannino, trasversalmente c’è: il Guardian ha beccato con le mani nel sacco due delle molte “innocue” organizzazioni che canalizzano i soldi degli ultra ricchi per influenzare l’opinione pubblica sia sui temi ambientali che politici. Due organizzazioni anglo americane, la Donors’ Trust e la Donors’ Capital Fund, hanno speso 108 milioni di dollari per finanziare 102 sedicenti organizzazioni scientifiche o singoli, dediti a contestare i cambiamenti climatici. E nel periodo 2002 -2010, hanno investito altri 311 milioni per finanziare gruppi che appoggiano le tesi liberiste sulla diminuzione delle tasse ai ricchi, l’abbassamento delle tutele, del welfare e la “riduzione dello stato”.
I soldi provenivano dalla famiglia Koch, proprietaria dell’omonima multinazionale (chimica e petrolio) tra i maggiari finaziatori del Tea party e dai DeVos dell’Amway. Ma si tratta solo della punta di iceberg di un fiume di denaro che attraverso fondazioni, istituti trust, fondi e persino organizzazioni di beneficenza finanziano gruppi di pressione che barano sulle competenze presentandosi come preparate ed esperte in vari campi e che soprattutto si definiscono indipendenti. Le due Donors colte sul fatto dal Guardian, hanno finanziato per esempio l’American Enterprise Institute, la American Legislative Exchange Council, l’ Hudson Institute, la Competitive Enterprise Institute, la Reason Foundation, l’Heritage Foundation, Americans for Prosperity, la Mont Pelerin Society e la Discovery Institute. Tutte organizzazioni notoriamente reazionarie.
Ma a noi interessa da vicino La Mont Pelerin, una congrega, fondata da von Hayek, nata in funzione della guerra fredda e delle sue necessità ideologiche, divenuta una palestra del reaganismo e via via convertitasi al più becero fondamentalismo liberista. Ha avuto come presidenti Milton Friedman e anche Bruno Leoni. Si, proprio il Leoni cui è dedicato l’omonimo istituto, una vera e propria scuola coranica del mercato nel quale Giannino figura come senior fellow, proprio l’istituto dal cui sito è scomparsa la corposa biografia accademica del leader di fermare il declino che, a quanto pare, si riduce a qualche esame di giurisprudenza.
Come si vede siamo pariti da Giannino e a lui siamo tornati, attraversando però le acque velenose e inquinate di un’informazione che a livello mondiale è fortemente condizionata da fondi segreti , operazioni di depistaggio, organizzazioni ambigue, competenze inesistenti o comprate, trompe l’oeil destinati a nascondere la lotta di classe dei ricchi contro i poveri a influenzare i media e i governi. O a governare direttamente se capita. Si tratta di una nuova frontiera della politica nella quale i potentati economici e finanziari, non vengono allo scoperto e pagano fiumi di soldi perché altri apparentemente indipendenti ed estranei agli interessi in gioco, a volte anche convinti di esserlo, lo facciano al posto loro riuscendo a influenzare costantemente il dibattito pubblico, a imporre tesi deliranti e a depistare la rabbia verso altri obiettivi, spesso molto lontani. E’ il declino organizzato delle speranze in una società diversa. Altro che fermarlo.Fonte:http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/ -
ANSA
Giudici: 'Evasione notevolissima' anche dopo discesa in campo. Condonati 3 anni. L'ex premier interdetto per 5 anni da pubblici uffici. Alfano: 'Accanimento giudiziario'
26 ottobre, 20:10Silvio Berlusconi è stato condannato a quattro anni di reclusione, per ''frode fiscale'', nel processo sull'acquisizione diritti Tv Mediaset. Dei quattro anni inflitti a Berlusconi tre sono stati condonati sulla scorta dalla legge sull'indulto, la Legge 241 del 2006. Una condanna tuttavia piu' dura rispetto alla richiesta dei pm di 3 anni e 8 mesi. L'ex premier è stato condannato a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. E' stato invece condannato a tre anni di interdizione dagli uffici direttivi delle imprese. La condanna diventerà esecutiva solo quando la sentenza passerà in giudicatoCon il sistema dei costi gonfiati nella compravendita di diritti tv, scrivono i giudici, è stata realizzata "una evasione notevolissima": 17,5 miliardi di lire nel 2000, 6,6 milioni di euro nel 2001, circa 4 milioni nel 2002 e circa 2 milioni nel 2003. I giudici richiamano anche una testimonianza, nella quale si parla di un sistema "per evidenti fini di evasione fiscale". Sistema che, secondo i giudici, anche altri testi hanno confermato. Vi è "la pacifica e diretta responsabilità di Silvio Berlusconi" nello "sviluppo del sistema" che ha permesso di "mantenere disponibilità estere" in diverse società, in "un contesto più generale di ricorso a società offshore", affermano i giudici nelle motivazioni lette in aula.Il meccanismo di compravendita dei diritti tv Mediaset fu dunque un sistema "fraudolento", che non aveva "una logica commerciale" e attraverso il quale "i prezzi hanno subito dei rincari non giustificati". Il "sistema" dei diritti tv aveva un "duplice fine": una "imponente evasione fiscale" e la "fuoriuscita" di denaro "a suo favore". Berlusconi "rimane al vertice della gestione dei diritti" e del meccanismo fraudolento anche "dopo la discesa in campo", perché "non c'era un altro soggetto" a gestire il sistema di frode."Ero certo di essere assolto da una accusa totalmente fuori dalla realtà. E' una condanna politica incredibile e intollerabile. Non si può andare avanti così. E' la conferma di un vero e proprio accanimento giudiziario. l'uso della giustizia a fini politici - afferma Silvio Berlusconi ai microfoni di Studio Aperto su Italia 1 - So che certamente non si può andare avanti così. Si deve fare qualcosa". Con certi giudici "un Paese diventa incivile, barbaro, invivibile e cessa di essere una democrazia. dispiace ma è così. Per me non c'è "nessuna connessione" con il passo indietro e la scelta delle primarie per il Pdl. ''Io e i miei avvocati ritenevamo impossibile una condanna in questo processo".Oltre a Berlusconi sono tre gli altri imputati condannati: il produttore statunitense Frank Agrama a 3 anni (integralmente condonati per l'indulto) e gli ex manager Daniele Lorenzano Gabriella Galetto, rispettivamente a 3 anni e otto mesi e a un anno e due mesi.Assolto invece il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri. Le altre sei persone finite sotto processo, tra cui il fondatore della Arner Bank Paolo Del Bue e Giorgio Dal Negro, sono state assolte per prescrizione o con formula piena.I giudici hanno disposto un versamento a titolo di provvisionale di 10 milioni di euro da parte dei condannati all'Agenzia delle Entrate."Ora non dichiaro nulla, prima voglio ascoltare le motivazioni", ha detto Niccolò Ghedini, uno dei difensori di Silvio Berlusconi a chi gli ha chiesto un commento a caldo sulla condanna. Ghedini ha rimandato così il suo commento al termine della lettura delle motivazioni della sentenza, che il presidente del collegio Edoardo D'Avossa sta esponendo in aula."E' l'ennesima prova di un accanimento giudiziario nei confronti di Silvio Berlusconi. Una condanna inaspettata e incomprensibile con sanzioni principali e accessorie iperboliche. Siamo certi che i prossimi gradi di giudizio gli daranno ragione e speriamo che questi giudizi giungano in fretta". Così Angelino Alfano in una nota."Il fatto che contro Silvio Berlusconi sia giunta una condanna addirittura superiore alle richieste dell'accusa dice molto...E' una sentenza sconcertante, sulla quale anche gli avversari di Berlusconi farebbero bene a riflettere, a meno di avere riflessi e reazioni meccaniche e dipietriste", dice il portavoce del Pdl Daniele Capezzone."Tutti i nodi vengono al pettine. Nonostante tutte le leggi ad personam che Berlusconi si è fatto e nonostante la continua delegittimazione e denigrazione dei magistrati, la verità è venuta a galla", così in una nota il leader dell'IdV Antonio Di Pietro. "Da oggi gli italiani - prosegue - possono prendere atto che una sentenza di primo grado considera Berlusconi un delinquente, colpevole di frode fiscale e con l'interdizione dai pubblici uffici per i prossimi tre anni". -

Il conto alla rovescia è iniziato e il toc toc rimbomba nelle stanze della nuova amministrazione, siamo al 9 agosto fuori i termini ordinari per la presentazione del bilancio di previsione 2012 ma ancora in tempo(?) per la proroga degli asini di fine agosto, ahimè ancora rinviata al 31/10/2012 perché probabilmente l’ “asinite” è contagiosa.
E se il bilancio sarà ancora creativo probabilmente era meglio farlo prima evitando di inserire le minori entrate da parte dello
stato frutto di una multa per lo sforamento del patto di stabilità.
Siamo andati bene, solo 192.000 euro in meno che verranno sottratti dai fondi erogati, c’è chi come Santa Flavia riceverà zero e ne dovrà versare allo Stato 272.000 , faranno la colletta al mercato del pesce e manderanno i cittadini alla fiera dell’est.
A questo punto con una proroga al 31/10 i comuni possono straziare la pazienza dei cittadini mantenendo ancora occulte le finanze comunali, spendendo poco o nulla.
Poco Importa, sarà difficile battere il record di ritardo sul bilancio di previsione 2011 che con tanta fatica abbiamo ottenuto vedendolo poi sfumare di fronte alle amenità del comune di Cefalù, si narra che sia tornato addirittura dall’oltre tomba l’occultista Britannico Aleister Crowley e che dall’abbazia di Thelema con il suo gigante Gargantua figlio del RE D’Utopia abbia fatto strani magheggi pur di battere Bel-Monte lui che si definiva l’uomo più cattivo che sia mai esistito.
Questione di principi, morali e economici, sarà stato il Gigante Gargantua sotto il controllo di Crowley che amava dire “Fai ciò che vuoi” ad influenzare le amministrazioni dei 119 “comuni sanzionati” (e cittadini incaprettati) ma ancor di più chi quelle leggi becere le mette in piedi.
Ma quel fai ciò che vuoi non era certo indirizzato a tutti ma solo agli adepti, ma non è che per caso “i Monti” siano figli di Thelema ?"In ogni dove il suo governo sta prendendo radice. Osservate da voi stessi la decadenza del senso del peccato, la crescita dell’innocenza e dell’irresponsabilità, le strane modificazioni dell’istinto riproduttivo, la confidenza infantile nel progresso combinata con la paura da incubo di una catastrofe"* Aleister Crowley detto la Bestia
Se quest’anno è andata “bene” dal prossimo i comuni inadempienti (saranno di più, al 100%, potete scommettere) non dovranno reintegrare un tetto massimo del 3% sulle entrate correnti ma tutta la somma sforata . . . vuol dire gettare nel baratro mezza Italia costringendo i comuni a continuare con una sfilza di tagli senza dargli la possibilità di comprare un po’ di cotone per ricucire gli strappi. Fai ciò che vuoi ! Di fatto vista la nota creatività di super Mario nel dare nomignoli ai suoi DL poteva anche chiamarlo CAPPOTT’ITALIA.
Un made in Italy degno dei Migliori Montezemolo che fa drizzare i capezzoli a sua altezza Mario Draghi.
Si pagheranno gli abbonamenti quest’anno (si presume) ma per quanto ancora esisteranno servizi minimi garantiti ? Dov'è lo Stato Sociale ?
Quest’economia è malata e fin tanto che nessun leader politico o una massa consistente di persone incazzate non ne chiederà conto potremmo solo assistere ad un declino continuo, che priverà ancora di diritti precedentemente acquisiti, che ci metterà gli uni contro gli altri.
In un economia malata non può esserci una sana giustizia né sociale né penale.
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Non sarà facile dare una risposta ma questo video chiarisce approfondisce un po....
Il video inizia cosi ...<< Sono di ritorno dal Festival di Filosofia che si è tenuto a Brescia dove ho parlato sulla dignità umana.
Lentamente ci si sta rendendo conto che molte delle motivazioni economiche che venivano portare per criticare in maniera molto forte, rigorosa,la possibilità di un'uscita dall'euro sono cadute in secondo piano.
Perché? Perché dopo le tante falsità dette e scritte sui giornali, sulle televisioni, eccetera, praticamente il popolo di internet - chiamiamolo ormai così - che vive di un'informazione nuova,che non è quella dei giornali, che non è quella, in gran parte, delle televisioni, si è fatta già una cultura diversa e sa che tutto quello che in gran parte gli hanno raccontato sono una serie di falsità, come quella che appunto l'uscita dell'Italia dall'euro rappresenterebbe una catastrofe economica per il nostro paese.Ora, poiché questa carta sembra ormai bruciata, non convince più l'opinione pubblica, non convince più gli italiani, bisognava trovare un nuovo sistema per cercare sempre di difendere questa moneta, allora ecco la nuova uscita di questi giorni che è quella che se noi usciamo dall'euro non è soltanto un problema economico. Anzi dopo aver scritto sugli stessi giornali che sarebbe stata una catastrofe, si ammette ora che no, una catastrofe non lo è più dal punto di vista economico,anzi sarebbe addirittura un bene.
Ma come? Avete detto fino all'altro giorno che era una catastrofe mondiale e adesso è diventato un bene?
No, ma la catastrofe adesso è politica. La catastrofe è politica perché l'uscita dall'euro,anche se ci consentirebbe di star bene sotto il profilo economico,comporterebbe la fine della democrazia in Italia e addirittura la fine dello stato nazionale.( continua sul video ).
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Era l'inizio del 1989 quando l'accademico francese Jaques Rupnik si sedette alla scrivania, per preparare un report sullo stato delle riforme economiche nell'Unione Sovietica di Mikhail Gorbaciov. Il termine che usò per descrivere il rantolo dell'impero fu "Catastroika".Ricordati di abilitare i sottotitoli, cliccando sul tasto CC in basso a destra sotto al vide
Ai tempi di Yeltsin, quando la Russia istituì forse il più grosso e fallimentare esperimento di privatizzazione in tutta la storia dell'umanità, il Guardian diede al termine inventato da Rupnik un significato diverso. Catastroika divenno sinonimo della completa distruzione del Paese per mano delle forze che governano il mercato, della svendita dei beni pubblici e del rapido deterioramento degli standard di vita dei cittadini. Ora, l'unità per misurare la "catastroika" era diventata ladisoccupazione, l'impoverimento sociale, il declino delle aspettative di vita, così come la nascita di una nuova casta di oligarchi che prende le redini di una nazione.
Qualche anno dopo, la produzione di uno sforzo analogo nella privatizzazione massiccia delle proprietà pubbliche nella Germania riunificata (presentato ora come modello per la Grecia) creò milioni di disoccupati e alcuni dei più grossi scandali nella storia dell'Europa.
E' questa "Catastroika"(*) che si sta abbattendo sulla Grecia, e che dobbiamo evitare si abbatta anche sull'Italia.
byoblu
(*) Catastroika è il documentario che prosegue naturalmente il percorso iniziato con Debtocracy, nel quale i produttori, Katerina Kitidi e Aris Chatzistefanou, esaminano in una visione unitaria le cause della crisi dei debiti sovrani in Grecia e negli altri paesi europei.
















