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di Massimo Costa*
A tutti coloro che hanno sinora votato o militato nei partiti politici tradizionali, vedendo sistematicamente mortificate le loro istanze per il bene della Sicilia,
A tutti coloro che credono nella Costituzione della Repubblica Italiana, compresa quella parte di essa mai attuata che è lo Statuto della Regione Siciliana,A tutti coloro che pensano che i “mercati” siano fatti per l’uomo e non l’uomo per i “mercati”, e che pensano che i lavoratori, gli imprenditori, i cittadini tutti siano soprattutto i destinatari dei frutti del lavoro e non solo oggetto o fattore della produzione ridotto a merce,
A tutti coloro che ancora sognano per la nostra Terra un futuro normale, in cui ogni persona possa realizzare se stessa, costruire la propria vita, senza sentire più mortificanti litanie sul sottosviluppo, la colonizzazione, la disoccupazione, l’emigrazione, il degrado, la corruzione, il malaffare, in una parola il lento annientamento di una delle terre più belle e ricche che ci siano al mondo,
A tutti coloro che vogliono tornare ad essere orgogliosi di essere e dirsi Siciliani, in Italia, in Europa e nel Mondo.
Ci sono momenti storici in cui non si può restare a guardare gli “altri” che fanno politica. Gli “altri” siamo noi. Mai, come adesso, i Siciliani hanno l’opportunità e anche il potere di prendere di nuovo in mano il loro destino. Ma, per fare questo, dobbiamo uscire dalla visione di “cortile” che ci ammorba: sei di destra? di sinistra? mi devo alleare con quello? ma c’è anche quell’altro e allora non ci sto! e chi “c’è dietro”? Basta! Sono tutte divisioni ipocrite. L’unica discriminante sulla quale bisognerebbe confrontarsi è quella della difesa della Sicilia e dei suoi interessi vitali.
Da un lato c’è chi intende perpetuare, dietro le contese politiche di maniera, l’eterno colonialismo che affoga la Sicilia, e con esso il feudalesimo dei grandi e piccoli potenti, con le loro immonde clientele. Dall’altro c’è chi ha finalmente capito che quell’epoca è finita e non resta altro che una vera e propria rivoluzione di popolo, in cui i Siciliani si riprendono il loro paese, e cominciano ad essere “autonomi dentro”, prima ancora che esserlo solo da un punto di vista formale, dipendendo poi in tutto e per tutto da fuori.
Non è solo una questione identitaria, anche se l’identità del Popolo Siciliano, la sua storia, i suoi peculiari interessi, giustificano di per sé questa presa di coscienza e questa ripresa in mano della propria storia dopo tanto sonno o semiveglia. Non è però solo questo; è anche una questione di semplice sopravvivenza. La Sicilia non ce la fa più, schiacciata da duecento anni circa di subalternità politica alla Penisola, da centocinquant’anni di colonialismo interno, e ora soggetta pure allo strozzinaggio dei poteri forti della globalizzazione e di un’Europa che, se non rifondata dalla base, ci appare fallita e senza più alcun futuro.
Non è il tempo delle mediazioni, del politichese. Qui, se continuiamo ad essere troppo “educati”, ci tolgono il pane, ci tolgono tutto, il presente come il futuro. E in più il sistema politico “ufficiale” è a un passo dal collasso. Basta uno strattone e viene giù tutto.
Ma saremo capaci di raccogliere questa eredità con una classe dirigente completamente rinnovata? Secondo me sì, ma dobbiamo anche con intelligenza mutuare una parte, la meno peggiore, di quella attuale. Il settarismo purista e la pura testimonianza non servono nei momenti rivoluzionari quale quello che stiamo vivendo. Noi oggi POSSIAMO incidere e DOBBIAMO incidere.
E per questo che mi risolvo ad uscire dal mio isolamento di studioso e a rivolgere un appello che, se adeguatamente raccolto, può stroncare sul nascere tanto i desideri di continuare come se nulla fosse il ménage attuale, quanto quelli di progettare una vera e propria “restaurazione” dei partiti italiani in Sicilia, proprio gli stessi che ci hanno condotto al collasso e alla disperazione. Dobbiamo scardinare questo progetto e lo possiamo fare soltanto unendo le forze, creando un grande blocco sociale e politico che sia unito su poche cose importanti e che decida democraticamente sulle altre.
Ebbene sì, alla fine ci vuole una macchina politica. Chiamatela “partito”, chiamatela “movimento”, chiamatela come vi pare, ma ci vuole. Se non si costituirà, magari per ora come “costituente”, ma meglio sarebbe ancora se saprà poi organizzarsi in maniera democratica ma unitaria, allora non ci sarà alcuno spazio per la riscossa e saremo sconfitti ad uno ad uno, nella nostra debolezza e nella nostra solitudine.
Per questo lancio un appello, che è anche una sfida, a tutte le formazioni politiche non subalterne agli interessi dei partiti nazionali, a tutti i circoli, a tutti i movimenti, ma soprattutto ai Siciliani. Se siete d’accordo su un programma, perché andate divisi? Ambizioni? Personalismi? La Sicilia vi giudicherà per questo. Timore di contare poco nella nuova formazione? Conterà chi avrà più consenso. Si chiama democrazia! Chi si tirerà fuori resterà isolato, e non conterà nulla.
Qual è dunque il programma minimo che questa forza politica dovrebbe proporre ai Siciliani? Provo a mettere alcuni punti essenziali, tralasciandone altri, in cui credo, ma che potrebbero creare divisioni.
Credo che il discrimine, tra chi vorrebbe dirsi di nuovo orgoglioso di essere Siciliano e tagliare completamente i ponti con decenni di pratiche impresentabili e chi è servo dentro, dovrebbe essere almeno il seguente:
1- Applicazione integrale e radicale dello Statuto della Regione Siciliana:
a) Completa autonomia finanziaria e tributaria della Regione che potrà creare un proprio ordinamento tributario e una propria fiscalità di vantaggio e si vedrà attribuire la totalità delle entrate pubbliche maturate nel territorio della Regione, acque territoriali incluse, salve le poche transazioni tra Sicilia e Italia espressamente previste dallo Statuto,
b) Passaggio totale di funzioni dallo Stato alla Regione, con la sola eccezione degli esteri e della difesa e costituzione dell’amministrazione statale nell’isola, per le sole materie soggette a legislazione esclusiva statale, in Ministero della Repubblica posto alle dipendenze del Presidente della Regione,
c) Integrazione dei Trattati europei con un protocollo in cui siano garantiti i diritti costituzionali della Sicilia;
2- Moneta complementare regionale, emessa da Banca Centrale Regionale pubblica, la quale svolga nell’Isola anche le funzioni di Banca Centrale e come tale partecipi all’emissione di euro; richiesta di ridefinire le condizioni di partecipazione dell’Italia all’Euro (superamento delle logiche neo-liberiste del pareggio di bilancio e creazione di trasferimenti fiscali intracomunitari perequativi) come condizione per restare nell’Unione Monetaria;
3- Fissazione di diritti minimi del contribuente, fra i quali una aliquota massima di reddito oltre la quale non è possibile tassare, un reddito minimo intassabile, revisione dei criteri di riscossione per renderli più sopportabili, impignorabilità della casa di prima abitazione che non sia di lusso, aliquota massima da porre anche su IVA e accise petrolifere;
4- Pubblica amministrazione: cura dimagrante con l’abolizione di tutti gli enti e commissioni pubbliche inutili e di tutti i livelli intermedi di sottogoverno parassitari; ridefinizione razionale degli organici ma anche riqualificazione delle risorse pubbliche con adeguamento dei livelli retributivi generali a soglie dignitose e premi di produttività basati su criteri oggettivi; superamento progressivo del dramma del precariato con inquadramento di tutti gli esuberi in un ruolo unico e, se necessario, accordo finanziario a termine con lo Stato per rientrare, a tappe forzate, nell’arco di un decennio da tutti gli esuberi: chi sarà regolarizzato, chi accompagnato alla pensione, chi sostenuto da interventi assistenziali, differenziando le posizioni ma senza alcuna “macelleria sociale”;
5- Politica industriale a sostegno del settore agricolo, della pesca e dell’agro-alimentare: controlli sulla qualità dei prodotti importati, realizzazione di infrastrutture e favore per la formazione di consorzi di settore che aumentino il potere contrattuale delle imprese, favore per la filiera corta e per le esportazioni di beni qualitativamente eccellenti; revisione delle politiche comunitarie improntate alla globalizzazione;
6- Energia da fonti rinnovabili diffusa nella produzione e nella distribuzione; controllo pubblico regionale sulle grandi fonti di energia e sulla trasmissione; politiche selettive di esportazione di energia finalizzate al mantenimento di un basso costo di approvvigionamento locale e di redditi e tributi per la comunità siciliana nel suo complesso;
7- Proprietà pubblica inalienabile sui beni indisponibili (con eventuale gestione lucrativa privata sotto controllo pubblico) e mantenimento di centralità del ruolo pubblico nei campi dell’istruzione, della sanità, della previdenza e dei servizi a rete (raccolta e smaltimento rifiuti, acqua, energia, …);
8- Difesa del credito e del risparmio siciliano con una presenza attiva della Regione e incentivo alle banche che mantengono in Sicilia i loro centri decisionali e le loro sedi legali;
9- Difesa “militare” del patrimonio ecologico, naturale, ambientale e culturale della Sicilia da ogni tipo di svendita o speculazione;
10- Investimento privilegiato delle risorse pubbliche in cultura, istruzione, ricerca e infrastrutture produttive, in particolare per il trasporto interno all’isola ed esterno/internazionale;
11- Politica culturale identitaria a difesa della Sicilianità: costituzione di un servizio pubblico di informazione siciliano e introduzione OBBLIGATORIA della storia, lingua e cultura siciliana nelle scuole, con riconoscimento del Siciliano quale lingua regionale tutelata ai sensi della Carta Europea delle lingue regionali e minoritarie;
12- Requisiti minimi di onorabilità e preparazione fissati per i candidati a tutte le consultazioni.
Questo il programma di massima. Chiunque lo voglia realizzare, senza compromessi e nella misura in cui avrà il sostegno dei Siciliani, sarà considerato amico dei siciliani stessi. Da alcuni contatti avuti in questi giorni il sostegno e l’entusiasmo sono diffusi e generali. Altri contatti seguiranno nei prossimi giorni.
Se non si dovesse raggiungere la massa critica, pazienza. Lasceremo che la politica siciliana vada verso il proprio destino. Potremo dire di averci provato. Ma se – come sembra – la scelta venisse raccolta da più parti, senza veti e senza condizioni, allora organizzeremo una grande Assemblea dei Siciliani, possibilmente in un luogo simbolicamente importante, per lanciare in grande stile la costituente per un nuovo soggetto politico Siciliano che potrà cambiare il destino della nostra Terra.
È il nostro momento, il momento di un nuovo Vespro. Forse, alla fine di tutto ciò, consegneremo a noi e ai nostri figli una Sicilia libera, ricca e finalmente rispettata nel mondo.
W la Sicilia!
Massimo Costa*
*(docente di Economia Aziendale presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università degli Studi di Palermo)
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La trattativa Stato-Regione sull’autonoma finanziaria siciliana, in vista dei decreti attuativi del federalismo fiscale, ha fatto un passo in avanti. Ve lo abbiamo raccontatoin questo articolo, in cui lanciamo l’appello, affinché a portarla avanti sia il professor Massimo Costa, che ha delineato le proposte programmatiche portate a Roma. Questo per evitare che, in caso di interruzione della legislatura regionale, la trattativa possa subire un
arresto per mancanza di interlocutori. Costa è un tecnico, e per questo, fuori dai giochi delle altalene politiche. Potrebbe essere un punto di riferimento fermo. Intanto, lo abbiamo intervistato: ”Rispetto alle bozze degli uffici e ai “miei” innesti “eversivi” (scherzo) ci sono state solo poche modifiche, tutte molto puntuali e giuridicamente ben fondate” ci dice per cominciare a proposito del documento portato a Roma. E ancora: “In due mosse abbiamo rigirato a favore della Sicilia la strategia dello Stato”. Ma andiamo con ordine: prima domanda.
Prof. Costa, l’assessore Armao sbandiera un grande ottimismo per quanto riguarda la trattativa tra Stato e Regione. Lei, quale componente della Commissione tecnica di supporto in questa trattativa cosa ne pensa? È un ottimismo ben fondato?
“In effetti quello che sta avvenendo in queste settimane e mesi, da quando a gennaio lo Stato ha accettato di sedersi (dopo 66 anni) finalmente al tavolo con la Regione per discutere della “Questione Siciliana” sono successe cose importantissime, riportate distrattamente dai media, ma che influiranno moltissimo nel bene e nel male sul futuro nostro e di chi verrà dopo di noi. Ottimista? Vedremo. Abbiamo l’obbligo di esserlo, ma anche di essere estremamente guardinghi, quasi come in una serrata attività diplomatica. L’Assessore, conoscendo come la penso, mi perdonerà se dico che qui non è una semplice trattativa tra Stato e Regione e meno che mai tra le forze politiche che sostengono il Governo Monti e quelle che sostengono il Governo Lombardo. Qui è in corso una trattativa politica tra Italia e Sicilia. Gli strumentalizzatori almeno oggi depongano l’ascia da guerra e siano uniti nella difesa dei diritti di tutti. Domani litighino su come usare gli strumenti di politica che oggi stiamo portando a casa. Speriamo bene in ogni caso”.
Ma cosa è successo realmente? Come vanno le cose?
“Le cose erano partite maluccio. Lo Stato, interessato solo ai saldi di bilancio, si era presentato al tavolo con una lista minima (ma di grande impatto per i conti della Regione) di funzioni da trasferire dallo Stato a noi, mentre per quanto riguarda le entrate ci ha detto chiaramente che – mi si passi la brutalità – lo Statuto può dire quello che vuole ma lo Stato non è intenzionato a scucire quattrini che spostino di un centesimo gli equilibri della finanza statale. All’inizio la Regione è stata a questo gioco. Ha cercato di quantificare le nuove entrate della Regione e di negoziare sulla difensiva le proprie competenze, poi c’è stata una svolta. A proposito, mi lasci dire che all’interno del Commissione di cui faccio parte, quasi tutta interna alla Regione, ho scoperto due cose che il grande pubblico sconosce: per prima cosa una professionalità altissima, per seconda cosa una passione civica per la Sicilia che rasenta il patriottismo. Non fosse stato per loro non saremmo andati da nessuna parte; la volontà politica da sola non basta. La Sicilia di oggi e di domani deve moltissimo a questi “oscuri” funzionari (mi perdonino se uso questo termine) che stanno facendo un lavoro che va al di là dell’ordinaria amministrazione. Non faccio nomi specifici per non far torto a nessuno, ma devo dire che, per una somma di circostanze favorevoli, oggi la Regione ha un team di tutto rispetto su questa materia. Speriamo che questo patrimonio non si disperda”.
Ha detto che c’è stata una svolta? In che senso? 
“Beh, intanto qualcuno all’interno della Commissione a un certo punto ha detto che quell’approccio dello Stato non era legittimo. Bisogna ripartire dalla Costituzione e dallo Statuto, che sono le prime fonti del diritto interno per quanto riguarda la questione. Poi viene la “Ragioneria”. Parola di professore di ragioneria. Ma non è stato tanto questo, che avrebbe significato nient’altro che una levata di scudi, un irrigidimento inutile nei confronti dello Stato, che poi avrebbe detto di no. La vera novità è stata proprio nel cambio di tattica negoziale”.
C’è il suo “zampino” in questo approccio?
Non mi sopravvaluti. C’è il lavoro di tutti, e soprattutto quello dell’Assessore che si è assunto le responsabilità finali. È stato molto attaccato e discusso in questa legislatura, ma ora sta portando avanti questa battaglia, pur con un governo quasi dimissionario nell’esclusivo interesse della Regione. A prescindere da quello che si voglia pensare della sua azione politica, questo gli fa onore. Io mi sono limitato a scrivere il “libro dei sogni”, che la Regione ha pubblicato sul suo sito, tanto per rimettere i puntini sulle “i”. Ho detto, pubblicamente e privatamente, che lo Statuto non si svende per fare chiudere il bilancio 2012, ma ho trovato in questo manforte in una Commissione che lavora all’unisono. Tuttavia, come dicevo prima, questa puntualizzazione e rivalutazione dell’impianto statutario è stata solo il primo passo. La vera svolta – come le dicevo – è stata tattica. Ci porterà bene? Ancora è presto per dirlo”.
In che consiste questo cambiamento di tattica?
In due “mosse” in cui abbiamo rigirato la strategia statale a favore della Sicilia. Primo: lo Stato ci ha detto che qualunque modifica agli equilibri attuali non può pregiudicare la posizione dello Stato. Ebbene, abbiamo detto che siamo pienamente d’accordo, a condizione che questo valga anche per la Regione. Se lo Stato non “vuole” andare in default per colpa nostra, pensi che voglia abbiamo noi di farlo. Lo Stato ha detto che per ogni centesimo in più di entrate che avrà la Regione, ci darà un corrispondente centesimo in meno di trasferimenti o di funzioni statali in più? Va benissimo. Ma allora che l’operazione sia nel breve termine completamente neutrale. La Sicilia la smette di inviare tasse a Roma e Roma la smette, esattamente per lo stesso importo, di inviare soldi o di svolgere funzioni per la Sicilia. Insomma gli abbiamo detto “facciamo da noi”. Con questi fondi gli equilibri nel breve periodo sono garantiti. Nel lungo periodo dipendono solo da noi, da chi manderemo a governare alla Regione. Però avere i cordoni della borsa e le entrate a casa nostra, anziché doverle piatire a Roma è una rivoluzione copernicana. Pensi ai tagli lineari della Gelmini alla scuola siciliana. Ha lasciato un cumulo di macerie. E quelle lo Stato ci passa. Domani, però, nessuno potrà tagliare una sola cattedra in Sicilia, perché saremo noi a decidere quanta e quale scuola pubblica vogliamo. Non mi sembra un risultato da poco. Secondo: qualunque conto facevamo allo Stato ci dicevano che i conti non erano quelli. Presentavamo i dati della Ragioneria generale dello Stato regionalizzati? Non erano buoni se non per “analisi e studio”. Presentavamo i conti pubblici territoriali? Neanche quelli andavano bene. A questo punto abbiamo invertito l’onere della prova. Abbiamo detto allo Stato: va bene, noi a questo punto ti facciamo l’elenco “qualitativo” delle entrate pubbliche che oggi lo Stato introita al posto della Regione e che ci dovrebbero spettare. I “numeri” metteteceli voi, che avete dati migliori dei nostri, e – a questo punto – decidete anche quali funzioni passarci in funzione di quei numeri. In questo modo lo Stato non ha interesse a sottovalutare gli importi delle entrate, perché poi le spese resterebbero a suo carico e a nostro vantaggio. Ci siamo però riservati, quale clausola di garanzia, di verificare la congruità di quanto lo Stato sostiene sia l’ammontare delle nuove entrate. Insomma, c’è l’opportunità che la Sicilia diventi veramente padrona del proprio destino, senza intaccare l’unità politica del Paese. Non mi sembra poco. Mi sembra poca l’attenzione dei Siciliani su questo tema.
C’è qualcos’altro in questa proposta che la Regione ha fatto allo Stato?
Moltissimo altro. Non posso fare altro che invitarvi a leggerla. Ricordo a memoria i tratti più salienti.L’IMU, per la parte erariale, è nostra e, quando ci sarà dato di poterla manovrare, potremo anche abolirla. Tutte le imposte dirette e indirette maturate (non quelle riscosse) nell’Isola sono di spettanza della Regione. Anche per le accise e per le entrate da giochi e scommesse introitiamo tutto, facendoci carico delle corrispondenti funzioni statali. Addirittura chiediamo un ristorno per il danno ambientale derivato dalle industrie del petrolio. In cambio, però, la Regione si fa carico dei propri enti locali, di tutta la sanità, della scuola, dell’università e, se lo Stato acconsente, regionalizziamo pure l’Agenzia delle Entrate. Avremo il nostro Ministero delle Finanze, come un commonwealth con l’Italia. E se vogliono, tranne la difesa, possono trasferirci tutto ciò che corrisponde alle nuove entrate. Solo abbiamo stoppato la pretesa statale di farci carico delle pensioni di invalidità. Ma lo abbiamo fatto in maniera intelligente. Abbiamo detto: “Volete che ci prendiamo anche quelle? Va bene, ma allora regionalizziamo tutti gli istituti di previdenza e assistenza e devolviamo a questi tutto il patrimonio immobiliare e tutti i contributi previdenziali e assistenziali cumulati nel tempo”. No entrate, no spese. Per questo abbiamo sostanzialmente proposto di stralciare questa parte dagli accordi. I tempi non sono maturi per un “federalismo previdenziale”. Domani chissà. Poi, sulle spese in conto capitale, chiediamo solo il Fondo di Solidarietà Nazionale, ma questo sarà correttamente calcolato. Abbiamo resuscitato un cadavere. Diciamo che quasi quasi è troppo bello per essere vero”. Dobbiamo attenderci quindi una vera rivoluzione nei rapporti finanziari tra stato e Regione?
Se lo Stato accetterà il nostro punto di vista, vedremo. Su una cosa mi sono permesso di impuntarmi in Commissione: la facoltà della Regione di “deliberare” i propri tributi, cioè di farsi da sola la propria fiscalità di vantaggio. E’ scritta nell’artl 36, perché dovremmo rinunciarvi? All’inizio ho trovato un atteggiamento realista che non lasciava spazio a questa rivendicazione. Ma alla fine anche qui abbiamo studiato un atteggiamento “vendibile” in Italia. Noi diciamo allo Stato: “Per ora noi ci limitiamo a introitare i tributi erariali in Sicilia, ma quando la Regione si sarà fatta carico di tutte le funzioni che prevede lo Statuto, allora potrà manovrare le aliquote, le deduzioni, le esenzioni, insomma potrà deliberare liberamente sui propri tributi”. Oggi affermiamo un principio. Domani, messi a posto i conti, quel principio potrà diventare realtà. Forse però nei tavoli tecnici dovremmo insistere un altro poco perché non resti solo un principio, almeno sulle accise petrolifere. E’ bene che i cittadini tocchino con mano da subito qualcosa di tangibile da questa trattativa. C’è l’Europa, lo sappiamo. Ma l’Europa ha consentito recentemente una fiscalità autonoma alle Azzorre e ad altre regioni semi-sovrane come la Sicilia. Perché questa regola non dovrebbe valere pure per noi? E poi con l’Europa tratteremo, ma perché castrarci subito anche sul piano interno? Insomma, sì, una vera rivoluzione silenziosa. Che avrà anche a breve altre puntate, come quelle sul federalismo demaniale. Intanto portiamo a casa l’attuazione degli articoli 36, 37 e 38, ma dichiariamo sin d’ora allo Stato che questo è solo l’inizio di una Sicilia che vuole responsabilizzarsi e camminare sulle proprie gambe. L’assistenzialismo, se passa quest’accordo, resterà solo sui libri di storia.
E l’Assessore avrebbe sposato questa linea in pieno?
“La lettera della Regione allo Stato l’ha firmata lui. Ed è lui che ha detto che lo Stato ha manifestato aperture e disponibilità a chiudere tutto entro luglio prossimo. Rispetto alle bozze degli uffici e ai “miei” innesti “eversivi” (scherzo) ci sono state solo poche modifiche, tutte molto puntuali e giuridicamente ben fondate. In alcuni punti l’Assessore è stato più prudente di me, in altri addirittura più temerario”.
Dove per esempio?
Ma, io, nella mia ingenuità di studioso, avrei chiaramente indicato nella sola difesa ed esteri le funzioni non delegabili alla Regione, l’Assessore – forse giustamente – è stato più prudente sul punto; ovvero io avrei indicato anche il Canone Rai tra i tributi da regionalizzare, e questo oggi non sarebbe stato compreso. Però sui tributi erariali secondo comma dell’art. 36, che prudentemente consigliavo di chiedere al 50 %, l’Assessore sta chiedendo il 100 % e il “rischio” e che gli dicano pure di sì… Insomma c’è uno spirito positivo, e con i tempi bui che corrono in Italia e in Europa, non è poco.
Quindi dobbiamo sperare da Monti?
“Mah, Monti l’ho conosciuto all’Università; lui era Rettore e io semplice studente e avrei anche qualche aneddoto da raccontare. Ho detto pubblicamente che le politiche che lui (e i suoi) stanno portando avanti sono sostanzialmente errate. Lui stesso, di fronte alla crisi del modello Merkel, sta poco poco aggiustando il tiro. Ma la sua concezione dell’Europa, della società, dell’economia, resta molto distante da quella mia. Però questo che c’entra? In un momento di debolezza dell’Italia, chiunque governi, non possiamo portare a casa un risultato? In fondo è un credito che abbiamo dal 1946, per non dire dal 1860″.
E quindi tutto bene per il futuro, se lo Stato accetta questa posizione?
“Ah, non esageriamo! A parte il fatto che ci sono altre parti dello Statuto che attendono attuazione: la Polizia, la Moneta regionale, l’Alta Corte… Ma poi c’è un problema di fondo. Con questi accordi portiamo a casa una macchina. Con questa macchina possiamo andare in paradiso o all’inferno. Su questo passo ulteriore non voglio alcuna unanimità. Le politiche regionali (cioè di fatto quelle di un piccolo stato) da domani diventerebbero una cosa serissima. Solo una partecipazione diversa dei cittadini siciliani potrà fare la differenza. Sento però che una stagione nuova si stia aprendo per la Sicilia. E soprattutto sono convinto che una strategia pacifica e negoziale sia più efficace di rotture violente che oggi ci vedrebbero sicuramente perdenti. Abbiamo delle pagine bianche su cui scrivere la nuova storia della Sicilia. Ora dipende da noi”.
22/05/2012 Belmonte Mezzagno
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"giunge anche un momento in cui uno studioso ha il dovere di dire a chi studioso non è come crede che stiano realmente le cose e quale sia la strada per uscirne. "
"questa Europa per noi è come appartenere ad un club che ci impone un tenore di vita insostenibile. Si ricordi che un anno di accise petrolifere date alla Sicilia azzera il debito della Regione e due anche quello degli enti locali e andiamo in tripla A, davanti agli USA."
Come hanno fatto le Faer Oer e altre regioni a statuto speciale, anche la Sicilia potrebbe stare meglio dicendo addio all’Europa. Come? Lo spiega a BlogSicilia, Massimo Costa, docente di Economia Aziendale presso l’Università degli Studi di Palermo.
Professor Costa, cos’è questa nuova idea che ci propone? Non le sembra questa volta di esagerare con il suo autonomismo?
So che con questa uscita mi farò molte, moltissime antipatie, nemici e perdita di stima da parte di colleghi e amici e forse anche editori i quali, credo, sinora mi hanno onorato del loro rispetto. So che non sarò capito soprattutto oltre lo Stretto. Ma giunge anche un momento in cui uno studioso ha il dovere di dire a chi studioso non è come crede che stiano realmente le cose e quale sia la strada per uscirne.
La mia idea è che non ha senso parlare di sopravvivenza economica (e quindi anche sociale, culturale, demografica, etc.) della Sicilia ovvero di “applicazione dello Statuto” dentro questa Europa. In questa Europa sottolineo, dentro “questa” Europa, e non quella che poteva avere in mente Altiero Spinelli o quella che ci hanno raccontato da ragazzi, non è possibile alcuna autonomia regionale per la semplice ragione che non è possibile neanche alcuna autonomia statale, né alcuna democrazia. Il recente accordo sullo spossessamento delle potestà fiscali e la loro messa sotto tutela delle istituzioni centrali europee (e quindi, in buona sostanza, della BCE, e quindi ancora, in ultima sostanza, delle spudorate oligarchie finanziarie che abbiamo ancora il coraggio di chiamare “i mercati”) fa pendant con i due recenti colpi di stato in Grecia e in Italia con i quali una casta inetta di politici ha venduto il Paese, il “nostro” Paese, in cambio del mantenimento di alcuni privilegi e di alcune rendite di posizione.
Ebbene in questo quadro io faccio una semplice catena di deduzioni logiche che mi porta a dire che l’unica soluzione per la sopravvivenza della Sicilia è soltanto la fuoriuscita unilaterale dall’Unione Europea, magari dopo un plebiscito e magari dopo un negoziato, ma che sia molto rapido e gestito con mano ferma e senza titubanze.
Da dove nasce questa catena di deduzioni che dice Lei?
Non è pensabile che la Sicilia sopravviva senza che detenga una qualche forma reale di autogoverno, poiché essa è un sistema economico equivalente a quello di una qualunque media nazione europea. L’unico possibile autogoverno che non metta in discussione l’unità politica dell’Italia, e quindi l’unico praticabile senza spargimento di sangue, è l’attuazione integrale e immediata dello Statuto del 1946. Ma lo Statuto del 1946, dopo il Trattato di Lisbona, e ancor piú dopo il recente accordo fiscale, non potrebbe che sopravvivere a brandelli, con l’aggravante che le poche decisioni in cui gli stati continuano a partecipare, sarebbero prese dall’Italia al posto nostro. In una parola l’Europa oggi equivale all’azzeramento della nostra Autonomia e allora bisogna scegliere: o schiavi in Europa o liberi in Sicilia e fuori dall’Europa. Io consiglio vivamente la seconda opzione. Poi…
Ma, sa, a sentirla, con tutte le titubanze che ci sono sullo Statuto, potrebbe venire anche di gettare la spugna. Dicono che i Siciliani non sappiano autogovernarsi, che vogliono privilegi oggi insostenibili, che comunque il dispositivo di questo Statuto sia vecchio. Insomma, saremmo uno scandalo al sole e lei difende l’idea dell’Autonomia sino al punto da volerla difenderla a prezzo di un incredibile isolamento?
Ancora con questi luoghi comuni? Ma per favore! I Siciliani che non sanno autogovernarsi sono quelli che hanno affidato per mezzo secolo ai partiti italiani la loro regione pseudo-autonoma. Mi trovi una regione autonoma in Europa, anzi nel mondo, che possa funzionare con gli stessi partiti che stanno al centro. È quello il controsenso. Poi, è vero, talvolta la lettera dello Statuto è “vecchiotta”, ma lo spirito, in ogni sua parte, è chiarissimo ed attuale. Si tratta di adattare agli istituti attuali un rapporto radicalmente confederale senza fare marcia indietro su alcun punto di quell’impianto originale, che mantiene tutta la propria validità. Ancora, non voglio proprio sentire parlare di privilegi: con lo Statuto che l’Italia non ci ha fatto mai applicare, non chiediamo piú niente a nessuno, tranne la perequazione infrastrutturale. O anche questa è un privilegio? Ci si deve decidere: o siamo italiani, e allora avere pari infrastrutture è un nostro preciso diritto, o non lo siamo, e allora non solo di autonomia, ma di indipendenza a questo punto si deve parlare. Quanto all’isolamento è solo una leggenda metropolitana. Piú autonomi si è, piú ci interfacciamo direttamente con il mondo esterno, meno sequestrati dal mondo siamo.
Ma come funzionerebbe nel concreto quel che propone?
Semplice, usciamo dall’Unione e da tutti i suoi obblighi, mantenendo a termine la legislazione per evitare il caos. Niente piú direttive e regolamenti che si applicano automaticamente, niente piú criteri di convergenza e patti di stabilità, niente piú corridoi europei o obblighi di fusione del nostro mercato nel grande mercato continentale che ci vede per forza soccombenti: forse al limite si potrebbe pensare anche ad una revoca dell’unione doganale e la creazione di una zona franca di libero scambio al centro del Mediterraneo. In realtà, se c’è buona volontà dalle altre parti, penserei ad un accordo simile a quello della Norvegia, non a caso anch’essa produttrice di petrolio, cioè dentro lo Spazio Economico Europeo e Schengen, ma fuori da tutto il resto, Eurozona inclusa ovviamente. Anche se su questo punto il discorso è un po’ complesso.
Ma è tecnicamente possibile? Facciamo parte dell’Italia.
E sulle materie che spettano all’Italia, dalla grande politica estera alle guerre, non metteremmo naso. Anche se lo Statuto – va ricordato – persino su queste materie ci concede un diritto di proposta. Quindi, tutt’al piú diciamo la nostra, ma lasciamo fare al Paese di cui facciamo parte. Se l’Italia su queste materie, o su quelle comunque statali, come i codici civile, procedurali e penale, vuole delegare in tutto o in parte le proprie funzioni all’Europa, su quelle, solo su quelle, seguiremo l’Europa anche noi, ma perché in essa vedremmo l’equivalente dello Stato italiano. Su tutte le altre materie no, decisamente no! Sulle competenze siciliane l’Italia non può, non avrebbe mai potuto, delegare materie che non erano di sua competenza alle istituzioni europee. Sulle materie a noi riservate dall’Autonomia del 1946, decidiamo noi e basta!
E cosí non moriremmo di fame?
Solo se avessimo un’economia da esportazione di prodotti finiti siciliani in Europa. Oggi abbiamo soltanto un’economia di rapina. Le nostre risorse, in buona sostanza, sono degli altri, che le comprano a quattro soldi. Domani dovrebbero pagarle. Non possono fare a meno delle nostre risorse energetiche né della nostra posizione geografica. E anche a beni culturali e ambientali, se li sfruttiamo bene, siamo messi proprio bene. Siamo in una posizione di forza e di monopolio, ma dobbiamo essere al di fuori del raggio d’azione della Commissione, della BCE e di altri strozzini di professione.
Insomma propone le stesse cose della Lega?
Ma io dico per davvero, non per acchiappare voti. Del resto per la cosiddetta “Padania” va detto che non è cosí facilmente separabile dall’Europa. Si tratta di due cose completamente diverse. E, con l’occasione, mi lasci dire una cosa. Tutto questo va fatto per salvare la democrazia e la libertà, anche quella di mercato, quella vera intendo. Quello che mi preoccupa nella deriva di questi mesi è che gli unici avversari dell’anarco-liberismo usurocrate imperante, travestito da liberalismo, non siano veri liberali e democratici, ma, di volta in volta, comunisti ortodossi, nazifascisti, nostalgici dell’antico regime, fanatici religiosi, e altri poco credibili nemici della modernità. E invece siamo noi gente comune che ci dobbiamo ribellare, non solo in Sicilia, e pur sempre nel nome di quei valori che sono scritti nella Costituzione repubblicana, vero monumento di civiltà giuridica che stiamo archiviando un po’ troppo in fretta.
Chi ci guadagna in sostanza da questa proposta in Sicilia?
In una battuta? Tutti quelli che oggi protestano piú fortemente, ma anche i tanti infelici che non hanno piú nemmeno la forza di protestare. Gli studenti che assaltano le banche sappiano che, con una nostra banca pubblica e regionale, la moneta emessa sarà sociale e gli istituti di credito con sede in Sicilia saranno assoggettati ad un nuovo regime etico, piú vicino all’uomo e lontano dalla speculazione globale. I produttori e i coltivatori oggi affamati dal brokeraggio globale sappiano che i loro prodotti arriveranno nei supermercati siciliani e saranno competitivi sul mercato esterno. Insomma, coltivare i campi o fare impresa, diventerà finalmente conveniente. Gli autotrasportatori pagherebbero finalmente meno il carburante, ma cosí anche tutti noi. Con la defiscalizzazione che ci potremo permettere attireremo investimenti e occupazione. Gli imprenditori pagheranno meno tasse, gli studenti e i giovani troveranno lavoro in Sicilia, i pensionati e i lavoratori dipendenti avranno una busta paga piú pesante. Insomma ci guadagneremmo tutti, tranne gli speculatori esterni e qualche potere forte nazionale.
Ma non è una proposta un po’ “separatista”? Non potrebbe proporre, come fanno in tanti oggi, più semplicemente l’uscita dell’Italia intera dall’Eurozona o addirittura dall’Unione Europea?
In tanti? Veramente mi sembra che, a parte alcune voci eccentriche, l’attuale governo, direttamente nominato dall’Europa, cioè dai soliti “mercati”, abbia al più qualche fronda ma pochi veri dissensi. Veda, l’Italia non è solo “troppo grande per fallire”, è anche “troppo grande per uscire” dall’Europa. La sua uscita sarebbe un cataclisma al quale né l’Europa, né l’Euro sopravviverebbero, e con queste, con ogni probabilità nemmeno il mondo occidentale come lo abbiamo conosciuto sinora. Per la Sicilia, invece, è molto diverso: si tratta di una regione transfrontaliera e insulare, una marca di confine che può e deve ritagliarsi condizioni particolari se è nel proprio interesse, senza che questo traumatizzi l’economia mondiale. Diversamente, se siamo cosí importanti e centrali, allora facciamola valere questa centralità una volta per tutte nei tavoli che contano, anziché essere dileggiati e umiliati un giorno sì e l’altro pure.
Potrebbe comunque restare un po’ odioso agli altri italiani il fatto che i Siciliani tentino una via di fuga da soli…
Non credo le cose stiano così. Se la Sicilia esce dall’Unione Europea va incontro ad un vero e proprio boom economico che presto dovremmo decidere addirittura di raffreddare. Questo contagerebbe immediatamente il vicino Sud Italia, con la definitiva sconfitta della sempiterna Questione Meridionale. Per l’Italia tutta sarebbero maggiori redditi tributari, sia per quei pochi che dalla Sicilia prendono la via del Continente, sia per quelli prodotti nel Sud, senza parlare della vicinanza di un nuovo mercato in espansione. Una vera frustata di salute all’economia del Paese. Tutto ciò le sembra poco? Certo, se la sudditanza semicoloniale del Sud, o il dualismo strutturale dell’Italia, devono essere assunti come dogmi, allora il tutto può sembrare eversivo. Ma di eversivo oggi vedo la continua discriminazione dei Siciliani che, da 150 anni, sono cittadini di serie C, persino dietro quelli di serie B del Centro-Sud.
In ogni caso non resta improponibile che una semplice Regione possa uscire dall’Unione?
Guardi che non saremmo la prima. Già la Danimarca, che conta due regioni a statuto speciale, lí si chiamano “Contee”, le ha viste uscire entrambe, una dopo l’altra, dall’Unione. La Groenlandia, che è rimasta “PTOM”, cioè appartenente ai “paesi e territori d’oltremare”, associati all’Europa con un regime di scambi “post-coloniale”, o forse dovrebbe dirsi “neocoloniale”, piú o meno come le ex-colonie europee, oggi chiamate ACP (paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico). Ma anche le Faer Oer, che sono uscite del tutto e senza tanti complimenti. Ci sono le Isole del Canale e l’Isola di Man, formalmente piccole corone in unione personale con il Regno Unito, di fatto sue piccole regioni a statuto speciale, che nell’Europa non sono mai entrate, come Gibilterra, del resto. E si potrebbe continuare: ci sono le regioni “ultraperiferiche”, che stanno dentro ma solo a metà, come le Canarie ad esempio, che sono fuori dalla linea doganale europea; poi ci sono eccezioni fiscali di ogni sorta, per regioni insulari come la Corsica, o di montagna come il Galles, o transfrontaliere o artiche. A quanto pare l’unica regione derelitta per cui non è possibile alcuna deroga in modo assoluto sembra essere proprio la Sicilia.
Vuole dire che in questa Europa la legge “non è uguale per tutti”?
Certo che no. Quando, tempo addietro, la Sicilia tentò di usare l’autonomia fiscale scritta nel suo Statuto, che è legge costituzionale, il Commissario Mario Monti bloccò ogni iniziativa in tal senso, bollandola come “aiuto di stato”. Ora che simili potestà sono accordate a regioni come la Navarra o la Catalogna o la Scozia, ovviamente non parla nessuno. Tutti i cittadini europei saranno eguali davanti alla legge, ma di certo i Siciliani lo sono meno degli altri.
E con la moneta come la mettiamo?
Beh, tanto per cominciare la Sicilia potrebbe accontentarsi di emettere una moneta complementare regionale, che però abbia valore legale all’interno del suo territorio, in doppia circolazione con l’euro. Questa moneta, emessa da una Banca Centrale Regionale in totali mani pubbliche, ed emessa totalmente a beneficio del Governo siciliano, emanciperebbe da sola la Sicilia dallo strozzinaggio europeo. Per liberarci del tutto dell’Euro, invece, o del “pizzo” del Dollaro per gli scambi internazionali, i tempi non mi sembrano maturi. La Sicilia oggi è ancora debole, e forse deve accettare i compromessi di una sovranità limitata. Nondimeno l’Italia ha il dovere restituire alla Sicilia le riserve auree confiscate al Banco di Sicilia nel 1926 e da quelle si deve ripartire per costituire delle riserve auree e valutarie autonome, con le quali cominciare a giocare la nostra piccola partita, di stato regionale autonomo, peraltro come già previsto dallo Statuto del 1946, che voleva proprio che la Sicilia gestisse in autonomia le proprie riserve.
Ma cosí perdiamo i fondi FAS e in genere tutte le misure strutturali dell’Europa.
Che in tanti anni hanno creato solo assistenzialismo e mai vere infrastrutture allo sviluppo. Del resto l’intermediazione italiana su questi fondi si è rivelata cosí pesante da renderli del tutto vani. Credo però che sarà interesse dell’Europa, almeno in parte, negoziare con noi alcuni aiuti di carattere infrastrutturale sotto forma di cooperazione allo sviluppo, esattamente come si fa con i paesi decolonizzati. Con la differenza che ancora noi ci dobbiamo decolonizzare. È del tutto inutile fingere di essere in Assia, quando siamo praticamente nel Maghreb; rischiamo di restare sospesi con il peggio di entrambe le condizioni: quella di essere e quella di non essere in Europa.
Insomma una Sicilia italiana ma non piú europea. Pensa che i Siciliani sarebbero d’accordo?
Italiana, nel senso di regione veramente autonoma, e non solo sulla carta o per i privilegi dei deputati dell’ARS, sì. E non piú europea, proprio così, almeno nel senso della sudditanza all’Unione. Vorrà dire che come gli inglesi diremo che “Il Continente è isolato”. Ma, quanto al consenso dei siciliani, se ci facciamo un giro per i mercati o i bar a chiedere che cosa ne pensano dell’Euro, e dell’attuale governo, credo che questa uscita sarebbe acclamata a furor di popolo. Poi, ad ogni modo, ho detto che ci vuole un referendum, anzi un plebiscito. Chi ha paura di ricorrere al voto popolare per sapere cosa pensano i siciliani?
Quindi via dall’Europa, senza rimpianti?
Senza neanche pensarci due volte, questa Europa per noi è come appartenere ad un club che ci impone un tenore di vita insostenibile. Si ricordi che un anno di accise petrolifere date alla Sicilia azzera il debito della Regione e due anche quello degli enti locali e andiamo in tripla A, davanti agli USA.
E delle bandiere europee che sventolano dappertutto che ne facciamo?
Non me lo faccia dire esplicitamente, credo di rischiare qualche reato.
E il Presidente della Repubblica? E quello del Consiglio? Ci rimarrebbero male.
Se ne faranno una ragione. Ricordi il Presidente che ad accoglierlo in Sicilia ci sono state solo bandiere siciliane e che ancora non ha risposto ad un pubblico appello di cittadini che gli chiedevano com’era andata a finire con l’applicazione dello Statuto.
Un’ultima osservazione. E se per colpa nostra l’Italia andasse in default e con essa cadesse l’Europa intera?
Ma che dice? Che l’Europa sta in piedi per miracolo e che se togliamo la pietruzza della Sicilia da sotto crolla tutto? Suvvia. Non ci sopravvalutiamo. Comunque, se cosí fosse, vorrebbe dire che stanno vivendo alle nostre spalle. Ci faremo una ragione anche di questo evento. Il sole l’indomani sorgerà, e forse sarà ancora piú radioso, rispetto a questo euroincubo.
Di Antonella Sferrazza (BlogSicilia)
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"giunge anche un momento in cui uno studioso ha il dovere di dire a chi studioso non è come crede che stiano realmente le cose e quale sia la strada per uscirne. "
"questa Europa per noi è come appartenere ad un club che ci impone un tenore di vita insostenibile. Si ricordi che un anno di accise petrolifere date alla Sicilia azzera il debito della Regione e due anche quello degli enti locali e andiamo in tripla A, davanti agli USA."
Come hanno fatto le Faer Oer e altre regioni a statuto speciale, anche la Sicilia potrebbe stare meglio dicendo addio all’Europa. Come? Lo spiega a BlogSicilia, Massimo Costa, docente di Economia Aziendale presso l’Università degli Studi di Palermo.
Professor Costa, cos’è questa nuova idea che ci propone? Non le sembra questa volta di esagerare con il suo autonomismo?
So che con questa uscita mi farò molte, moltissime antipatie, nemici e perdita di stima da parte di colleghi e amici e forse anche editori i quali, credo, sinora mi hanno onorato del loro rispetto. So che non sarò capito soprattutto oltre lo Stretto. Ma giunge anche un momento in cui uno studioso ha il dovere di dire a chi studioso non è come crede che stiano realmente le cose e quale sia la strada per uscirne.
La mia idea è che non ha senso parlare di sopravvivenza economica (e quindi anche sociale, culturale, demografica, etc.) della Sicilia ovvero di “applicazione dello Statuto” dentro questa Europa. In questa Europa sottolineo, dentro “questa” Europa, e non quella che poteva avere in mente Altiero Spinelli o quella che ci hanno raccontato da ragazzi, non è possibile alcuna autonomia regionale per la semplice ragione che non è possibile neanche alcuna autonomia statale, né alcuna democrazia. Il recente accordo sullo spossessamento delle potestà fiscali e la loro messa sotto tutela delle istituzioni centrali europee (e quindi, in buona sostanza, della BCE, e quindi ancora, in ultima sostanza, delle spudorate oligarchie finanziarie che abbiamo ancora il coraggio di chiamare “i mercati”) fa pendant con i due recenti colpi di stato in Grecia e in Italia con i quali una casta inetta di politici ha venduto il Paese, il “nostro” Paese, in cambio del mantenimento di alcuni privilegi e di alcune rendite di posizione.
Ebbene in questo quadro io faccio una semplice catena di deduzioni logiche che mi porta a dire che l’unica soluzione per la sopravvivenza della Sicilia è soltanto la fuoriuscita unilaterale dall’Unione Europea, magari dopo un plebiscito e magari dopo un negoziato, ma che sia molto rapido e gestito con mano ferma e senza titubanze.
Da dove nasce questa catena di deduzioni che dice Lei?
Non è pensabile che la Sicilia sopravviva senza che detenga una qualche forma reale di autogoverno, poiché essa è un sistema economico equivalente a quello di una qualunque media nazione europea. L’unico possibile autogoverno che non metta in discussione l’unità politica dell’Italia, e quindi l’unico praticabile senza spargimento di sangue, è l’attuazione integrale e immediata dello Statuto del 1946. Ma lo Statuto del 1946, dopo il Trattato di Lisbona, e ancor piú dopo il recente accordo fiscale, non potrebbe che sopravvivere a brandelli, con l’aggravante che le poche decisioni in cui gli stati continuano a partecipare, sarebbero prese dall’Italia al posto nostro. In una parola l’Europa oggi equivale all’azzeramento della nostra Autonomia e allora bisogna scegliere: o schiavi in Europa o liberi in Sicilia e fuori dall’Europa. Io consiglio vivamente la seconda opzione. Poi…
Ma, sa, a sentirla, con tutte le titubanze che ci sono sullo Statuto, potrebbe venire anche di gettare la spugna. Dicono che i Siciliani non sappiano autogovernarsi, che vogliono privilegi oggi insostenibili, che comunque il dispositivo di questo Statuto sia vecchio. Insomma, saremmo uno scandalo al sole e lei difende l’idea dell’Autonomia sino al punto da volerla difenderla a prezzo di un incredibile isolamento?
Ancora con questi luoghi comuni? Ma per favore! I Siciliani che non sanno autogovernarsi sono quelli che hanno affidato per mezzo secolo ai partiti italiani la loro regione pseudo-autonoma. Mi trovi una regione autonoma in Europa, anzi nel mondo, che possa funzionare con gli stessi partiti che stanno al centro. È quello il controsenso. Poi, è vero, talvolta la lettera dello Statuto è “vecchiotta”, ma lo spirito, in ogni sua parte, è chiarissimo ed attuale. Si tratta di adattare agli istituti attuali un rapporto radicalmente confederale senza fare marcia indietro su alcun punto di quell’impianto originale, che mantiene tutta la propria validità. Ancora, non voglio proprio sentire parlare di privilegi: con lo Statuto che l’Italia non ci ha fatto mai applicare, non chiediamo piú niente a nessuno, tranne la perequazione infrastrutturale. O anche questa è un privilegio? Ci si deve decidere: o siamo italiani, e allora avere pari infrastrutture è un nostro preciso diritto, o non lo siamo, e allora non solo di autonomia, ma di indipendenza a questo punto si deve parlare. Quanto all’isolamento è solo una leggenda metropolitana. Piú autonomi si è, piú ci interfacciamo direttamente con il mondo esterno, meno sequestrati dal mondo siamo.
Ma come funzionerebbe nel concreto quel che propone?
Semplice, usciamo dall’Unione e da tutti i suoi obblighi, mantenendo a termine la legislazione per evitare il caos. Niente piú direttive e regolamenti che si applicano automaticamente, niente piú criteri di convergenza e patti di stabilità, niente piú corridoi europei o obblighi di fusione del nostro mercato nel grande mercato continentale che ci vede per forza soccombenti: forse al limite si potrebbe pensare anche ad una revoca dell’unione doganale e la creazione di una zona franca di libero scambio al centro del Mediterraneo. In realtà, se c’è buona volontà dalle altre parti, penserei ad un accordo simile a quello della Norvegia, non a caso anch’essa produttrice di petrolio, cioè dentro lo Spazio Economico Europeo e Schengen, ma fuori da tutto il resto, Eurozona inclusa ovviamente. Anche se su questo punto il discorso è un po’ complesso.
Ma è tecnicamente possibile? Facciamo parte dell’Italia.
E sulle materie che spettano all’Italia, dalla grande politica estera alle guerre, non metteremmo naso. Anche se lo Statuto – va ricordato – persino su queste materie ci concede un diritto di proposta. Quindi, tutt’al piú diciamo la nostra, ma lasciamo fare al Paese di cui facciamo parte. Se l’Italia su queste materie, o su quelle comunque statali, come i codici civile, procedurali e penale, vuole delegare in tutto o in parte le proprie funzioni all’Europa, su quelle, solo su quelle, seguiremo l’Europa anche noi, ma perché in essa vedremmo l’equivalente dello Stato italiano. Su tutte le altre materie no, decisamente no! Sulle competenze siciliane l’Italia non può, non avrebbe mai potuto, delegare materie che non erano di sua competenza alle istituzioni europee. Sulle materie a noi riservate dall’Autonomia del 1946, decidiamo noi e basta!
E cosí non moriremmo di fame?
Solo se avessimo un’economia da esportazione di prodotti finiti siciliani in Europa. Oggi abbiamo soltanto un’economia di rapina. Le nostre risorse, in buona sostanza, sono degli altri, che le comprano a quattro soldi. Domani dovrebbero pagarle. Non possono fare a meno delle nostre risorse energetiche né della nostra posizione geografica. E anche a beni culturali e ambientali, se li sfruttiamo bene, siamo messi proprio bene. Siamo in una posizione di forza e di monopolio, ma dobbiamo essere al di fuori del raggio d’azione della Commissione, della BCE e di altri strozzini di professione.
Insomma propone le stesse cose della Lega?
Ma io dico per davvero, non per acchiappare voti. Del resto per la cosiddetta “Padania” va detto che non è cosí facilmente separabile dall’Europa. Si tratta di due cose completamente diverse. E, con l’occasione, mi lasci dire una cosa. Tutto questo va fatto per salvare la democrazia e la libertà, anche quella di mercato, quella vera intendo. Quello che mi preoccupa nella deriva di questi mesi è che gli unici avversari dell’anarco-liberismo usurocrate imperante, travestito da liberalismo, non siano veri liberali e democratici, ma, di volta in volta, comunisti ortodossi, nazifascisti, nostalgici dell’antico regime, fanatici religiosi, e altri poco credibili nemici della modernità. E invece siamo noi gente comune che ci dobbiamo ribellare, non solo in Sicilia, e pur sempre nel nome di quei valori che sono scritti nella Costituzione repubblicana, vero monumento di civiltà giuridica che stiamo archiviando un po’ troppo in fretta.
Chi ci guadagna in sostanza da questa proposta in Sicilia?
In una battuta? Tutti quelli che oggi protestano piú fortemente, ma anche i tanti infelici che non hanno piú nemmeno la forza di protestare. Gli studenti che assaltano le banche sappiano che, con una nostra banca pubblica e regionale, la moneta emessa sarà sociale e gli istituti di credito con sede in Sicilia saranno assoggettati ad un nuovo regime etico, piú vicino all’uomo e lontano dalla speculazione globale. I produttori e i coltivatori oggi affamati dal brokeraggio globale sappiano che i loro prodotti arriveranno nei supermercati siciliani e saranno competitivi sul mercato esterno. Insomma, coltivare i campi o fare impresa, diventerà finalmente conveniente. Gli autotrasportatori pagherebbero finalmente meno il carburante, ma cosí anche tutti noi. Con la defiscalizzazione che ci potremo permettere attireremo investimenti e occupazione. Gli imprenditori pagheranno meno tasse, gli studenti e i giovani troveranno lavoro in Sicilia, i pensionati e i lavoratori dipendenti avranno una busta paga piú pesante. Insomma ci guadagneremmo tutti, tranne gli speculatori esterni e qualche potere forte nazionale.
Ma non è una proposta un po’ “separatista”? Non potrebbe proporre, come fanno in tanti oggi, più semplicemente l’uscita dell’Italia intera dall’Eurozona o addirittura dall’Unione Europea?
In tanti? Veramente mi sembra che, a parte alcune voci eccentriche, l’attuale governo, direttamente nominato dall’Europa, cioè dai soliti “mercati”, abbia al più qualche fronda ma pochi veri dissensi. Veda, l’Italia non è solo “troppo grande per fallire”, è anche “troppo grande per uscire” dall’Europa. La sua uscita sarebbe un cataclisma al quale né l’Europa, né l’Euro sopravviverebbero, e con queste, con ogni probabilità nemmeno il mondo occidentale come lo abbiamo conosciuto sinora. Per la Sicilia, invece, è molto diverso: si tratta di una regione transfrontaliera e insulare, una marca di confine che può e deve ritagliarsi condizioni particolari se è nel proprio interesse, senza che questo traumatizzi l’economia mondiale. Diversamente, se siamo cosí importanti e centrali, allora facciamola valere questa centralità una volta per tutte nei tavoli che contano, anziché essere dileggiati e umiliati un giorno sì e l’altro pure.
Potrebbe comunque restare un po’ odioso agli altri italiani il fatto che i Siciliani tentino una via di fuga da soli…
Non credo le cose stiano così. Se la Sicilia esce dall’Unione Europea va incontro ad un vero e proprio boom economico che presto dovremmo decidere addirittura di raffreddare. Questo contagerebbe immediatamente il vicino Sud Italia, con la definitiva sconfitta della sempiterna Questione Meridionale. Per l’Italia tutta sarebbero maggiori redditi tributari, sia per quei pochi che dalla Sicilia prendono la via del Continente, sia per quelli prodotti nel Sud, senza parlare della vicinanza di un nuovo mercato in espansione. Una vera frustata di salute all’economia del Paese. Tutto ciò le sembra poco? Certo, se la sudditanza semicoloniale del Sud, o il dualismo strutturale dell’Italia, devono essere assunti come dogmi, allora il tutto può sembrare eversivo. Ma di eversivo oggi vedo la continua discriminazione dei Siciliani che, da 150 anni, sono cittadini di serie C, persino dietro quelli di serie B del Centro-Sud.
In ogni caso non resta improponibile che una semplice Regione possa uscire dall’Unione?
Guardi che non saremmo la prima. Già la Danimarca, che conta due regioni a statuto speciale, lí si chiamano “Contee”, le ha viste uscire entrambe, una dopo l’altra, dall’Unione. La Groenlandia, che è rimasta “PTOM”, cioè appartenente ai “paesi e territori d’oltremare”, associati all’Europa con un regime di scambi “post-coloniale”, o forse dovrebbe dirsi “neocoloniale”, piú o meno come le ex-colonie europee, oggi chiamate ACP (paesi dell’Africa, Caraibi e Pacifico). Ma anche le Faer Oer, che sono uscite del tutto e senza tanti complimenti. Ci sono le Isole del Canale e l’Isola di Man, formalmente piccole corone in unione personale con il Regno Unito, di fatto sue piccole regioni a statuto speciale, che nell’Europa non sono mai entrate, come Gibilterra, del resto. E si potrebbe continuare: ci sono le regioni “ultraperiferiche”, che stanno dentro ma solo a metà, come le Canarie ad esempio, che sono fuori dalla linea doganale europea; poi ci sono eccezioni fiscali di ogni sorta, per regioni insulari come la Corsica, o di montagna come il Galles, o transfrontaliere o artiche. A quanto pare l’unica regione derelitta per cui non è possibile alcuna deroga in modo assoluto sembra essere proprio la Sicilia.
Vuole dire che in questa Europa la legge “non è uguale per tutti”?
Certo che no. Quando, tempo addietro, la Sicilia tentò di usare l’autonomia fiscale scritta nel suo Statuto, che è legge costituzionale, il Commissario Mario Monti bloccò ogni iniziativa in tal senso, bollandola come “aiuto di stato”. Ora che simili potestà sono accordate a regioni come la Navarra o la Catalogna o la Scozia, ovviamente non parla nessuno. Tutti i cittadini europei saranno eguali davanti alla legge, ma di certo i Siciliani lo sono meno degli altri.
E con la moneta come la mettiamo?
Beh, tanto per cominciare la Sicilia potrebbe accontentarsi di emettere una moneta complementare regionale, che però abbia valore legale all’interno del suo territorio, in doppia circolazione con l’euro. Questa moneta, emessa da una Banca Centrale Regionale in totali mani pubbliche, ed emessa totalmente a beneficio del Governo siciliano, emanciperebbe da sola la Sicilia dallo strozzinaggio europeo. Per liberarci del tutto dell’Euro, invece, o del “pizzo” del Dollaro per gli scambi internazionali, i tempi non mi sembrano maturi. La Sicilia oggi è ancora debole, e forse deve accettare i compromessi di una sovranità limitata. Nondimeno l’Italia ha il dovere restituire alla Sicilia le riserve auree confiscate al Banco di Sicilia nel 1926 e da quelle si deve ripartire per costituire delle riserve auree e valutarie autonome, con le quali cominciare a giocare la nostra piccola partita, di stato regionale autonomo, peraltro come già previsto dallo Statuto del 1946, che voleva proprio che la Sicilia gestisse in autonomia le proprie riserve.
Ma cosí perdiamo i fondi FAS e in genere tutte le misure strutturali dell’Europa.
Che in tanti anni hanno creato solo assistenzialismo e mai vere infrastrutture allo sviluppo. Del resto l’intermediazione italiana su questi fondi si è rivelata cosí pesante da renderli del tutto vani. Credo però che sarà interesse dell’Europa, almeno in parte, negoziare con noi alcuni aiuti di carattere infrastrutturale sotto forma di cooperazione allo sviluppo, esattamente come si fa con i paesi decolonizzati. Con la differenza che ancora noi ci dobbiamo decolonizzare. È del tutto inutile fingere di essere in Assia, quando siamo praticamente nel Maghreb; rischiamo di restare sospesi con il peggio di entrambe le condizioni: quella di essere e quella di non essere in Europa.
Insomma una Sicilia italiana ma non piú europea. Pensa che i Siciliani sarebbero d’accordo?
Italiana, nel senso di regione veramente autonoma, e non solo sulla carta o per i privilegi dei deputati dell’ARS, sì. E non piú europea, proprio così, almeno nel senso della sudditanza all’Unione. Vorrà dire che come gli inglesi diremo che “Il Continente è isolato”. Ma, quanto al consenso dei siciliani, se ci facciamo un giro per i mercati o i bar a chiedere che cosa ne pensano dell’Euro, e dell’attuale governo, credo che questa uscita sarebbe acclamata a furor di popolo. Poi, ad ogni modo, ho detto che ci vuole un referendum, anzi un plebiscito. Chi ha paura di ricorrere al voto popolare per sapere cosa pensano i siciliani?
Quindi via dall’Europa, senza rimpianti?
Senza neanche pensarci due volte, questa Europa per noi è come appartenere ad un club che ci impone un tenore di vita insostenibile. Si ricordi che un anno di accise petrolifere date alla Sicilia azzera il debito della Regione e due anche quello degli enti locali e andiamo in tripla A, davanti agli USA.
E delle bandiere europee che sventolano dappertutto che ne facciamo?
Non me lo faccia dire esplicitamente, credo di rischiare qualche reato.
E il Presidente della Repubblica? E quello del Consiglio? Ci rimarrebbero male.
Se ne faranno una ragione. Ricordi il Presidente che ad accoglierlo in Sicilia ci sono state solo bandiere siciliane e che ancora non ha risposto ad un pubblico appello di cittadini che gli chiedevano com’era andata a finire con l’applicazione dello Statuto.
Un’ultima osservazione. E se per colpa nostra l’Italia andasse in default e con essa cadesse l’Europa intera?
Ma che dice? Che l’Europa sta in piedi per miracolo e che se togliamo la pietruzza della Sicilia da sotto crolla tutto? Suvvia. Non ci sopravvalutiamo. Comunque, se cosí fosse, vorrebbe dire che stanno vivendo alle nostre spalle. Ci faremo una ragione anche di questo evento. Il sole l’indomani sorgerà, e forse sarà ancora piú radioso, rispetto a questo euroincubo.
Di Antonella Sferrazza (BlogSicilia)