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Povero Giannino, sputtanato sul filo di rasoio delle elezioni. Non solo non era masterizzato alla Booth di Chicago, ma nemmeno le lauree erano reali. Nell’estate scorsa, prendendomi anche un bel po’ di insulti osai dire che Giannino era
un’orecchiante di economia e si capiva benissimo: non a caso era stato per anni il guru di Ferrara al Foglio per le questioni economiche (qui). Un simpatico orecchiante messo alla gogna con orologeria perfetta da un professore di economia che spunta come il prezzemolo nelle vicende italiane e si offre come consigliori a chi offre di più: quel tal Zingales (insegna qui e già si capiscono molte cose) che non è molto diverso da lui, a parte il pezzo di carta .
Ora voi vi chiederete se c’è una ragione per infierire su Giannino e indirettamente su tutte quelle simpatiche canaglie dell’economia che ci menano per il naso, proprio oggi che la campagna elettorale offre insieme le comiche finali ( il falso rimborso del’Imu di Berlusconi, le manovre su La7, il nuovo scandalo piemontese che travolge la Lega, Celentano che canta Grillo) e il disvelamento di ciò che alla fine era l’inevitabile approdo: una coalizione Pd – Monti, con in più il Pdl. La fotocopia dell’anno appena trascorso con i grandi successi che sappiamo e per la quale viene chiesto il voto utile. Ma insomma, sorvoliamo sulle miserie. Sì una ragione per parlare di Giannino, trasversalmente c’è: il Guardian ha beccato con le mani nel sacco due delle molte “innocue” organizzazioni che canalizzano i soldi degli ultra ricchi per influenzare l’opinione pubblica sia sui temi ambientali che politici. Due organizzazioni anglo americane, la Donors’ Trust e la Donors’ Capital Fund, hanno speso 108 milioni di dollari per finanziare 102 sedicenti organizzazioni scientifiche o singoli, dediti a contestare i cambiamenti climatici. E nel periodo 2002 -2010, hanno investito altri 311 milioni per finanziare gruppi che appoggiano le tesi liberiste sulla diminuzione delle tasse ai ricchi, l’abbassamento delle tutele, del welfare e la “riduzione dello stato”.
I soldi provenivano dalla famiglia Koch, proprietaria dell’omonima multinazionale (chimica e petrolio) tra i maggiari finaziatori del Tea party e dai DeVos dell’Amway. Ma si tratta solo della punta di iceberg di un fiume di denaro che attraverso fondazioni, istituti trust, fondi e persino organizzazioni di beneficenza finanziano gruppi di pressione che barano sulle competenze presentandosi come preparate ed esperte in vari campi e che soprattutto si definiscono indipendenti. Le due Donors colte sul fatto dal Guardian, hanno finanziato per esempio l’American Enterprise Institute, la American Legislative Exchange Council, l’ Hudson Institute, la Competitive Enterprise Institute, la Reason Foundation, l’Heritage Foundation, Americans for Prosperity, la Mont Pelerin Society e la Discovery Institute. Tutte organizzazioni notoriamente reazionarie.
Ma a noi interessa da vicino La Mont Pelerin, una congrega, fondata da von Hayek, nata in funzione della guerra fredda e delle sue necessità ideologiche, divenuta una palestra del reaganismo e via via convertitasi al più becero fondamentalismo liberista. Ha avuto come presidenti Milton Friedman e anche Bruno Leoni. Si, proprio il Leoni cui è dedicato l’omonimo istituto, una vera e propria scuola coranica del mercato nel quale Giannino figura come senior fellow, proprio l’istituto dal cui sito è scomparsa la corposa biografia accademica del leader di fermare il declino che, a quanto pare, si riduce a qualche esame di giurisprudenza.
Come si vede siamo pariti da Giannino e a lui siamo tornati, attraversando però le acque velenose e inquinate di un’informazione che a livello mondiale è fortemente condizionata da fondi segreti , operazioni di depistaggio, organizzazioni ambigue, competenze inesistenti o comprate, trompe l’oeil destinati a nascondere la lotta di classe dei ricchi contro i poveri a influenzare i media e i governi. O a governare direttamente se capita. Si tratta di una nuova frontiera della politica nella quale i potentati economici e finanziari, non vengono allo scoperto e pagano fiumi di soldi perché altri apparentemente indipendenti ed estranei agli interessi in gioco, a volte anche convinti di esserlo, lo facciano al posto loro riuscendo a influenzare costantemente il dibattito pubblico, a imporre tesi deliranti e a depistare la rabbia verso altri obiettivi, spesso molto lontani. E’ il declino organizzato delle speranze in una società diversa. Altro che fermarlo.Fonte:http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/ -
Proprio mentre abdica il papa, è per me davvero ironico rientrare da Teheran, tornare da una modernissima e brulicante metropoli mediorientale che discute di tecnologie e “soft power”, per ritrovarmi invece in un Occidente monopolizzato dalle discussioni sul potere dei propri capi religiosi, impegnati a ripetere rituali antichi. Quando ci sembra un mondo alla rovescia non è colpa del mondo: lo guardavamo con idee sbagliate.
Faremo bene a prendere sul serio l’Iran per ragioni molto diverse da quelle che vediamo nei nostri media e nei film hollywoodiani. La settimana che ho appena trascorso a Teheran è stata illuminante.
Mentre nella capitale iraniana si celebrava il 31° Fajr International Film Festival, la manifestazione che ogni febbraio propone al mondo lo sguardo iraniano sul cinema, ho partecipato alla conferenza “Hollywoodism”, che da tre anni in qua affianca la manifestazione principale, assieme a intellettuali, giornalisti, cineasti, produttori di tutto il mondo, tanti statunitensi. Se il Festival è la vetrina più nota, Hollywoodism è ormai il forum prediletto dagli organizzatori iraniani: alle tavole rotonde partecipano ministri, viceministri, direttori culturali, registi, critici cinematografici, tutti molto desiderosi di confrontarsi con gli ospiti internazionali. Come mai tanta mobilitazione? Cosa nascerà di nuovo da loro e da noi? Ecco il mondo alla rovescia ed ecco le sorprese del futuro.
Le classi dirigenti iraniane non puntano solo alla padronanza scientifica dell’«hard power» (nelle tecnologie militari, industriali, spaziali e nucleari). Vogliono fare fruttare massicciamente anche il «soft power»: intendono cioè esercitare un’egemonia con ambizioni globali attraverso risorse intangibili nel campo della cultura, dei valori, dell’immaginario collettivo e nella costruzione di una nuova politica con inedite alleanze. Noi che in Occidente viviamo in una bolla mediatica rischiamo di non capire l’importanza di questa nuova realtà con cui faremo i conti. Se usciamo dalla bolla scopriamo che quella di Teheran non è affatto una missione impossibile. E capiamo anche che è tremendamente interessante perfino per chi, come noi, ha valori diversi da quelli della Repubblica Islamica dell’Iran.
L’immagine in voga dell’Iran in Occidente è quella di un paese isolato, mentre invece è il protagonista della rifondazione del Movimento dei paesi Non Allineati, 120 Stati che rappresentano la maggior parte della popolazione mondiale e dell’economia globale. Da noi quasi neanche un rigo su tutto questo importante viavai, di cui Teheran è già il crocevia. L’Iran non è un paese separato dalla «comunità internazionale». È un paese colpito duramente dalle sanzioni di pochi. Gli stessi poteri che a noi impongono la dittatura dello spread.
Hollywoodismo è un concetto indovinato, una sintesi folgorante, una denominazione che descrive l’anima della più penetrante produzione di immagini in movimento nella storia dell’umanità, quella in cui siamo immersi. Le autorità iraniane, a differenza di altri sistemi politici - che hanno sempre sottovalutato l’importanza politica primaria della fabbrica dei sogni e delle distorsioni incentrata sull’immaginario nordamericano - hanno capito che la questione del sistema della comunicazione è centrale, e richiede un’interpretazione d’insieme.
Se diciamo Hollywoodismo, come per tutti gli «-ismi», rischiamo di cristallizzare una materia intellettuale che invece si muove. Tuttavia, l’espressione fa capire che siamo di fronte a un paradigma culturale. Per decenni questo paradigma ci ha sovrastato e inglobato, e molti non lo hanno riconosciuto. A Teheran e altrove (penso all'Argentina, e non solo) lo hanno invece individuato bene. Perciò propongono un altro modello, che rimanda al futuro e che non vogliono costruire da soli.
La critica al paradigma ha trovato buoni argomenti: alla conferenza sono state smontate pezzo per pezzo le più recenti perle propagandistiche del cinema d’Oltreoceano, come il tanto decantato “Argo” di e con Ben Affleck, il grottesco “Dittatore” con Sacha Baron Cohen, il violentissimo “300” di Zack Snyder, il film in favore della tortura “Unthinkable” con Samuel L. Jackson, nonché l’orripilante “Jerusalem Countdown”, una produzione del cinema cristianista che va per la maggiore tra i fanatici integralisti della Bible Belt americana. Ma in ballo non c’è solo una reazione alla produzione industriale di bombe islamofobe e antipersiane. C’è di più.
Cosa ci sia, lo chiedo a uno dei partecipanti alla conferenza, William Engdahl, giornalista statunitense, autore di brillanti editoriali su ">Global Research e profondo conoscitore delle politiche americane in Medio Oriente. Qual è la scoperta che oggi si fa strada rispetto a Hollywood? «Il sistema Hollywood ha formato una delle armi più efficaci fra quelle volte a estendere un’egemonia americana globale», afferma Engdahl, «e questo è avvenuto sin dall’avvento del film muto e ai tempi del matrimonio dei film di Hollywood con i concetti di Propaganda sviluppati durante la Prima guerra mondiale da un gruppo voluto dal presidente Woodrow Wilson». Chi faceva parte di questo gruppo? Engdahl fa un nome importante: Edward Bernays. Nipote di Sigmund Freud, Bernays è stato il capostipite dei moderni “spin doctor”, e fu – nell’ombra - una delle più influenti personalità del XX secolo. «L’espressione “fabbrica del consenso” è stata coniata proprio da Bernays», puntualizza Engdahl. È passato quasi un secolo, ma tra la “fabbrica” hollywoodiana e gli interessi strategici del mondo petrolifero e militare USA non c’è divorzio in vista: il matrimonio è ancora solidissimo.
Naturalmente il sodalizio ha vissuto tante fasi e ha cambiato pelle. Ad esempio, dal 1953 al 1999 operava la USIA (United States Information Agency), l’agenzia che si prefiggeva di «influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico di altri paesi in modo da favorire le politiche degli USA […] nonché di raccontare l'America e le politiche gli obiettivi americani ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, ove possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni». Prima e dopo la USIA hanno operato anche altre agenzie e branche governative, note o perfino occulte, ma tutte hanno coltivato molto da vicino la produzione ideologica hollywoodiana, secondo una logica sistemica. John Kleeves aveva definito il cinema USA come una sorprendente e strana ">“cinematografia di Stato”, abile a ottenere un successo economico proprio fra le masse di spettatori che manipolava.
Quando l’Italia sconfitta cadde sotto le clausole segrete dell’armistizio nel 1943, non dovette solo cedere il suolo alle basi USA e impedirsi di sviluppare certe industrie: senza alcun vincolo di reciprocità, si aprì alla produzione audiovisiva americana, fece invadere i propri cinema dai film doppiati, lasciò inondare la propria programmazione televisiva dai format americani, e così via. Altrettanto accadde in altri paesi. Le industrie audiovisive nazionali e il cinema europeo e furono soggiogati in pochi decenni. Si perfezionò una progressiva colonizzazione dei sogni di sterminate masse di spettatori. Interi movimenti politici popolari non capirono che tutto ciò svuotava dall’interno ogni loro pretesa di sovranità. Per un tipico critico cinematografico occidentale tutto questo può sembrare una legge di natura. Per un tipico dirigente iraniano, no. A Teheran, dove alla sovranità ci tengono davvero, l’allarme è dunque scattato. La novità è che quel dirigente iraniano vuole incontrare genti diverse accomunate dalla stessa idea: quella per cui l’identificarsi con gli Studios non è un dato acquisito per sempre.
Lo stesso dirigente iraniano magari deve tenere conto delle aspre lotte politiche del suo paese, che caricano pesanti sconfitte sui perdenti. Le condanne penali subite da alcuni cineasti nell’ambito della battaglia politica in Iran lo testimoniano. Ma le contraddizioni non ci devono far smarrire l’orizzonte della vicenda più generale. Abbiamo forse le carte in regola, in termini di libertà, in provincia di Hollywood? Niente affatto.
Proprio il canone estetico e ideologico hollywoodiano è passato per una tempesta giudiziaria che a un certo punto lo ha cambiato – spietatamente - per sempre. Durante il maccartismo, negli anni quaranta e cinquanta, la caccia ai comunisti fu solo una scusa, un paravento. Il bersaglio grosso era invece un altro, ossia le produzioni che non si conformavano agli standard della fabbrica: ogni deviazione fu epurata, i dissidenti furono incarcerati, i registi e i produttori scomodi furono intimiditi o esiliati, gli autori e attori definitivamente spaventati con provvedimenti esemplari e carriere spettacolarmente stroncate. Da allora il cinema è quello normalizzato che conosciamo, con una progressiva standardizzazione delle trame dei blockbusters e la sostanziale affermazione di un quadro di valori che non può discostarsi dall’American way of life né dalle visioni dell’Altro più comode per costruire un’immagine del Nemico.
Anche se nessuna persona di buon senso può disconoscere la qualità di quella “fabbrica”, il valore dei suoi attori, la sua capacità di reclutare autori dalla scrittura raffinata e potente, non si deve rinunciare a smascherare i suoi limiti e le sue operazioni più manipolatrici. Per criticare una simile industria serve una visione culturale altrettanto potente, perché a suo modo Hollywood è un luogo che premia il talento. In cambio del disegno generale a cui collaborano, i talentuosi ottengono tanto, tantissimo. Gli autori e attori hollywoodiani possono far sfoggio di un anticonformismo che nel resto della società statunitense è inibito. E viene premiata la loro cultura. Lì non regnano impresari mediatici subdominanti come Silvio Berlusconi: non ti basta avere un bell’aspetto, non fai il salto da un calendario osé al grande giro, non muovi un passo se non hai respirato a fondo le pagine di Shakespeare, che anche nel cinema portano una nozione elevata della drammaturgia, un forte mestiere insieme politico e artistico. Quel che devi sapere è fin dove puoi spingerti davvero e a che punto devi fermarti.
Non c’è un Ministro della propaganda che emani le regole, ma il manuale di autocensura c’è lo stesso, di fatto. Ai tempi del maccartismo lo aveva compilato la sceneggiatrice Ayn Rand, mobilitando tutta la parte conservatrice di Hollywood. Possiamo dire che il manuale ha permeato tutta la produzione, riportando abilmente anche la parte “progressista” dentro il proprio recinto, con l’aiuto delle apposite agenzie governative.
I valori del modello americano si riversano in uno stampino che rende omogenei quasi tutti i film importanti di quella produzione. I personaggi e le ambientazioni storiche cambiano, ma lo sviluppo narrativo segue perlopiù il medesimo cliché: la presentazione del «protagonista», i meccanismi che fanno scattare l’«identificazione» dello spettatore, la «ricerca dell’oggetto agognato», la caratterizzazione dell’«antagonista», il «conflitto», il presentarsi di uno «stato d’eccezione» che giustifica atti straordinari e infine la «risoluzione». Se a questi ingredienti si aggiunge una fuga dal reale, la mancata rappresentazione di intere condizioni sociali, una profonda adulterazione dei fatti storici, un’identificazione del “villain” con un nemico corrente da disumanizzare, una logica individualista che va a ripararsi sotto l’ombrello dei tecnici che risolvono le situazioni eccezionali, abbiamo l’Hollywoodismo. E abbiamo, per contro, un immenso spazio lasciato libero per un cinema che l’Hollywoodismo non potrà contenere. Chi può riempire questo spazio?
Strano chiederselo a Teheran. L’Iran non è forse il luogo dell’oscurantismo? Sai, le cose che si affermano in Occidente sulla condizione della donna, ecc.
Quasi per distrarmi, lo domando a una giornalista americana il cui nome, per un italiano, ha perfino echi cinematografici stranamente familiari, Monica Witt. Attendo che Monica termini un’intervista in inglese con alcune sorridenti studentesse iraniane. Sono ragazze molto rappresentative, devo dire: oltre il 60% degli studenti universitari iraniani sono donne. Si coprono il capo con i loro foulard allo stesso modo in cui faceva mia nonna in Barbagia con il suo “muncadore” sino a pochi anni fa. A differenza di mia nonna, però, armeggiano con degli iPhone 5 e con gli esposimetri delle loro fotocamere di ultima generazione. Realizzo che la popolazione iraniana, essendo costituita per il 70% da giovani, è composta in prevalenza da “nativi digitali” che hanno familiarità con il web, in proporzioni esattamente rovesciate rispetto all’Italia.
Beh, ma sai, quante donne sono star nel cinema, da noi, no? «Sei proprio sicuro di questo?» esordisce la Witt, che annuncia: «io avrei dei dati un po’ diversi, sul ruolo delle donne nella galassia hollywoodiana».
Quali?
«Una fonte autorevole, l’American Psycological Association (APA), l’associazione di categoria degli psicologi USA, ha stilato un ">Rapporto sulla sessualizzazione delle minorenni, che – fra tante altre cose – segnala che fra i primi 101 “film per tutti” girati nel periodo 1990-2004, il 75% dei personaggi erano maschi, l’83% delle persone nelle folle erano maschi, l’83% dei narratori erano maschi, e solo il 28% dei personaggi che proferivano parola erano donne. Il rapporto è del 2010, un anno in cui le statistiche dicono che le donne sono il 51% della popolazione USA».
Monica Witt sorride amaramente e si aggiusta il coloratissimo foulard sui capelli, mentre mi parla proprio dei vestiti delle attrici: «Che dire poi del ritratto delle donne hollywoodiane? Gran parte dei film di Hollywood presenta un campionario limitatissimo di ruoli femminili, che in genere consiste in personaggi ipersessualizzati che hanno poca profondità. Nella maggioranza dei film prodotti dalle major, si tratta di femmine giovani, attraenti, molto più svestite delle controparti maschili. Sono davvero pochissimi i film che abbiano in primo piano forti personaggi femminili intellettuali o donne leader. L’APA ritiene che queste rappresentazioni contribuiscono in modo preoccupante all’oggettivazione e sessualizzazione delle donne nella società».
E nei cartoni animati è perfino peggio. Quali sono le conseguenze?
«Per i bambini e le bambine sono devastanti. Per le giovani donne in generale creano un senso di inadeguatezza rispetto a standard incentrati sul miglioramento legato alla sessualità delle star». Una delle ragazze che assiste al colloquio con Monica ha una benda sul naso, fresca di operazione, come moltissime sue coetanee iraniane che ricorrono al chirurgo plastico per ritoccarsi il profilo. Ha concentrato sul volto lo stesso inseguimento dei modelli che molte occidentali distribuiscono su tutto il corpo. Non so se è una sublimazione di Hollywoodismo. Sento però che la Witt, pur non proponendo ricette alternative, segnala con forza l’esigenza di un cinema che non sia così programmaticamente orientato alla dissoluzione delle società sotto l’ombrello di un’apparente “liberazione”. Il problema non è solo americano o solo iraniano. Ha un respiro mondiale.
Quali progetti allora? Ne parla Nader Talebzadeh, un regista iraniano che ha a lungo insegnato anche alla Columbia University, e al quale le autorità di Teheran intervenute prestano molto ascolto. Talebzadeh è l’autore di “The Messiah”, un film che presenta la figura di Cristo (importantissima anche per l’Islam) secondo la prospettiva musulmana. Il nuovo progetto a cui il regista si dedica mira a creare una Organizzazione non governativa su scala mondiale, dedicata a un’agenda mediatica semplicemente «diversa» da quella incentrata sull’immaginario hollywoodiano. La base sarà «un’associazione internazionale composta da intellettuali indipendenti di diverse nazioni e culture» che lancerà una campagna mondiale di raccolta fondi e mezzi logistici, e stabilirà diversi progetti audiovisivi e «nuove reti fra artisti e liberi pensatori di tutto il mondo», orientati ad acquisire i mezzi oggi negati dall’attuale sistema«per un lavoro diretto a contatto con grandi masse».
Il motore dei nuovi media è dunque acceso in Iran, un luogo che percepisce se stesso al centro di una Rivoluzione spirituale autentica. La cosa sorprendente è che l’Iran non è il luogo dei veli, ma – seppure in modo controverso – un luogo che si apre al mondo. Molti veli dobbiamo toglierli invece alla nostra falsa coscienza occidentale, per arrivare a capire che la nostra narrazione del pianeta non è universale, e che deve accogliere come un dono prezioso lo sforzo di raccontare la vita degli uomini e delle donne nel mondo in modo diverso. Anche da noi migliaia di artisti e di attivisti potrebbero coalizzare i loro sforzi. Serve un progetto. Il seme del progetto è partito in un terreno inatteso.
Pino Cabras
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/9778-iran-e-hollywoodismo-un-progetto-per-cambiare-la-fabbrica-dei-sogni.html
14.02.2013 -
di Eduardo Zarelli - 25/06/2012
Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]Il precipizio di un nuovo conflitto internazionale è di fatto aperto, in Siria. Sull'orlo del baratro, mentre il sangue viene tragicamente versato, è scontato il retrogusto amaro del “già visto”. I recenti avvenimenti in Libia e, più in generale, l’applicazione del “protocollo” occidentale nei conflitti internazionali degli ultimi due decenni (le guerre di aggressione anglo-
statunitensi contro l’Iraq; la guerra “umanitaria” della NATO contro la Serbia; la guerra tuttora in corso contro l’ Afghanistan), fornito mediaticamente di un’ingerenza politico-giuridica giustificata dall’ipocrita “ideologia” di conquista dei “diritti umani” (il “bene” contro il “male”, rigorosamente etnocentrico e a “geometria variabile”) presuppongono in un immediato futuro un'altra guerra propagandata come “umanitaria”, che andrà drammaticamente a sommarsi a quelle che di fatto si combattono a bassa intensità ancora in Libia e, sotto il profilo di un’indotta guerra civile confessionale tra sunniti e sciiti, nell’intero Medio Oriente. Un’escalation probabilmente finalizzata, o meccanicamente concatenata, a raggiungere lo strategico Golfo Persico tramite l’aggressione militare all’Iran.Va in onda, sullo sfondo, “Syriana”, lo spigoloso film – premio Oscar nel 2005 – che metteva in parallelo la geopolitica, le spie e le vite personali. Produzione d’ispirazione liberal, con un credibile George Clooney, il film polemizzava con i metodi dell’Amministrazione repubblicana nel governo degli interessi statunitensi in Medio Oriente. In realtà, il cinismo cruento della stagioneneocon ha una coerente continuità con la sofisticazione dell’attuale Amministrazione democratica e dubitiamo che ora il cineasta e filantropico Clooney – “grande elettore” del presidente Obama – si impegni a dare una continuità cinematografica ai temi affrontati sette anni fa. Eppure la guerra asimmetrica per il dominio globale si è fatta ancora più subdola, con il finanziamento palese del Congresso e l’uso esplicito del terrorismo stragista e del sabotaggio del Paesi che, volenti o nolenti, vengono a rappresentare un oggettivo ostacolo all’egemonia dell’universalismo occidentale.La citazione cinematografica non può essere intesa come una divagazione cinefila, nel contesto di una realistica e concreta analisi geopolitica fatta di strutturali interessi in conflitto. L’aspetto mediatico propagandistico di questa fase epocale dell’occidentalizzazione del mondo ha, nei mezzi di comunicazione e nella loro implicita costruzione narrante, un ruolo fondamentale; per esempio, la svolta operativa dell’intelligence statunitense, nel governare il passaggio dall’ingestibile presenza bellica nel mondo islamico – insostenibile anche finanziariamente, con la crisi economica montante – alla più raffinata “conquista delle menti” della società araba, passa per la morte “virtuale” di Osama Bin Laden: senza entrare nel merito delle circostanze quantomeno contraddittore e manipolatorie – e mai verificate dal circuito “democratico” dell’informazione (rimandiamo, in tal senso, all’intelligente articolo di Archimede Callaioli, “Non si uccidono così anche i cavalli?”, pubblicato sul n. 302 di Diorama Letterario) – in cui sarebbe avvenuto, in coincidenza con il disimpegno dall’Iraq e l’inizio di un analogo processo in Afghanistan, il fatto ha celebrato l’inizio di un addomesticamento dell’immagine statunitense nell’umiliato mondo arabo, imperniata sulle munifiche “petro-monarchie” del Golfo e, quindi, della maggioritaria confessionalità sunnita. Ucciso il capro espiatorio “virtuale” della gretta politica espansiva legittimata dal controverso casus bellis dell’11 settembre 2001 – in cui l’intreccio di interessi tra Stati Uniti e Arabia saudita si è dimostrato quanto mai inquietante – si è operata un’inversione di tendenza politica, fatta di propaganda informativa, di sostegno economico e militare esterno, di utilizzo in forme eterodirette del terrorismo stragista salafita, per indurre – nel terrore – quel solve et coagula necessario a piegare le criticità geopolitiche esistenti agli inalterati obiettivi di potenza mondiale.
Paul Virilio ha scritto che siamo in un mondo «in cui non si guardano più le stelle, ma gli schermi». Jean Baudrillard diceva che la trasformazione del mondo reale da parte di quello virtuale rende il mondo «iperreale», e questo significa che il simulacro, in tale contesto, è sempre più vero dell’originale. «Subiamo una pressione, che mangia il passato», nota a sua volta André Gunthert.Il sociologo di origine polacca Zygmunt Bauman affronta la stessa problematica parlando di “liquidità”: l'avvento della modernità tardiva (detta anche “seconda modernità” o “postmodernità”), spiega, ha segnato il passaggio da una fase solida a una fase liquida, «nella quale le forme sociali non possono più mantenersi in modo duraturo, perché si decompongono in un tempo minore di quanto ne occorra loro per essere forgiate». Il neologismo “surmodernità” è stato creato dall'antropologo francese Marc Augé nello sviluppo della teoria dei non-luoghi. Con il termine “surmodernità” – dal francese surmodernité, ma si potrebbe dire anche “supermodernismo”, nel senso di evoluzione ulteriore rispetto al postmodernismo – si intende fare riferimento a tutti quei fenomeni sociali, intellettuali ed economici connessi allo sviluppo delle società complesse, strutturate, e alla sempre più invasiva diffusione della globalizzazione nella vita degli individui. La condizione di surmodernità rappresenta il rovescio della medaglia, nella cui altra faccia è raffigurata la postmodernità, ed è definita dallo stesso Augé attraverso il simbolo dell'eccesso, nelle sue declinazioni di eccesso di tempo, eccesso di spazio ed eccesso dell'individuo o dell'ego. L'eccesso di tempo si risolve in una difficoltà a pensare il tempo, a causa della sovrabbondanza di avvenimenti del mondo contemporaneo. L'eccesso di spazio è anch'esso una trasformazione accelerata del mondo contemporaneo, che porta, da un lato, al restringimento del Pianeta, rispetto alla conquista dello spazio, e, dall'altro, alla sua apertura – grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e al trasporto rapido – strutturata dalla finanziarizzazione apolide dell’economia. In questa dimensione, i “non-luoghi” fisici si omogeneizzano in un globale iperteso comunicativo digitale, in cui – parafrasando Gilbert Keith Chesterton - si diluiscono le interpretazioni oggettive e tutto diviene relativo – cioè falso - perché potenzialmente “vero” nel simulacro mediatico. L’occidentalizzazione comporta un’autoreferenzialità cognitiva dell’opinione pubblica, per cui l'individuo si considera un mondo a sé, uno spettatore interiormente passivo; si ha, cioè, un'individualizzazione dei riferimenti, perché l'individuo si propone di interpretare da sé, per se stesso, le informazioni che gli vengono date. L’ “ultimo uomo” occidentalizzato osserva il mondo come in una caleidoscopica sala cinematografica, in cui l’esito della proiezione della realtà caotica deve rassicurarlo emotivamente. È su questa base psicologico-culturale che le fonti dell’informazione si rendono manipolative e che, alla declamata morte delle ideologie, se ne sostituisce una incomparabilmente persuasiva, unilaterale, “inconfutabile”, implicitamente totalitaria: la modernità liberaldemocratica. Crescente è, infatti, il rapporto inversamente proporzionale tra informazione e moralismo: quanto meno si spiega fattualmente la realtà, tanto più si predica il “bene” autoriferito di contro al “male” indotto nell’immagine di chi, persona, pensiero o Paese, sia “altro da sé”. Come ricordava Giuseppe Giaccio (v. “I brogli e la democrazia”, pubblicato sul n. 308 di Diorama Letterario), crollato il Muro di Berlino ed esauritosi il complemento ideologico opposto del socialismo reale, gli Stati Uniti hanno sviluppato una strategia atta a costruire platealmente un Nuovo Ordine mondiale che, utilizzando vari pretesti, si propone – indipendentemente dal colore politico dell’inquilino della Casa bianca – come redentore morale dell’umanità, ma in realtà si prefigge di imporre i propri interessi e di impedire con ogni mezzo l’emergere di eventuali competitori, cioè di quello che sarebbe un reale assetto plurale delle relazioni internazionali. La “democrazia imperiale” ( v. di Manlio Dinucci, “La democrazia imperiale” in Il Manifesto del 19/6/2012) agisce così: il giorno dopo che il Parlamento egiziano è stato sciolto dalla Corte Costituzionale, di fatto su ordine del Consiglio Supremo delle Forze Armate, Washington assicura di essere rimasto in stretto contatto, per tutta la “transizione alla democrazia” in Egitto, con il Consiglio Militare Supremo. L’amministrazione Obama ha deciso tre mesi fa di riprendere il finanziamento alle forze armate egiziane, sospeso dal Congresso quando alcuni impiegati di organizzazioni “non-governative” USA erano stati arrestati per avere finanziato sottobanco, con milioni di dollari, vari gruppi egiziani nel quadro dei “programmi di addestramento alla democrazia”. Nello stesso tempo in cui denunciano “violazioni della democrazia” in Siria e in Iran, gli Stati Uniti esportano il loro “modello di democrazia” anche in altri Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Nello Yemen – lo ha ammesso ufficialmente il presidente Obama – forze militari USA conducono operazioni dirette: formalmente, contro Al Qaeda; in realtà, contro la ribellione popolare. Tramite l’Arabia Saudita e la Gran Bretagna, Washington arma il regime yemenita, che riceverà forniture militari per 3,3 miliardi di dollari; lo stesso fa con la monarchia del Bahrain che, dopo avere ferocemente represso – con l’aiuto dell’Arabia Saudita, degli Emirati e del Qatar – la lotta popolare sciita per basilari diritti democratici, ha imprigionato e torturato una ventina di medici, accusati di avere aiutato gli insorti curando i feriti; quindi Washington annuncia nuove forniture di armi, che verranno usate per reprimere nel sangue la lotta per la democrazia… Le Nazioni Unite dichiarano ora che in Siria vi è la “guerra civile”; in realtà, dall’estate del 2011 il Paese è entrato in un conflitto etnico-confessionale, presentato in modo volutamente travisato, in Occidente, come “rivoluzione liberale”. Seppure con colpevole ritardo, il regime aveva dato l’avvio a incoraggianti riforme politiche e istituzionali in chiave laico-pluralista e partecipativa, sistematicamente ignorate fuori e - quindi - dentro la Siria con il chiaro intento di sovvertire la stessa sovranità nazionale. Una meta, questa, sempre perseguita dalla politica estera israeliana fin dalla fondazione come Stato nazionale, nella volontà di David Ben Gurion, e aggiornata, negli anni ’80, da Odded Yinon, che ha teorizzato la volontà di frammentare, ri-tribalizzare, in una segmentata moltitudine di piccoli “emirati”, i Paesi arabi. È un progetto ben avviato in tutto il Medio Oriente – in oggettiva coincidenza con la prospettiva politica del terrorismo fondamentalista – che in Siria andrebbe a separare Alauiti-Cristiani, Sunniti e Drusi, contagiando anche il Libano in una conflagrazione interetnica.Nella politica del caos è sempre più evidente il ruolo degli “attori esterni”, così il Segretario di Stato, Hillary Clinton, accusa Mosca di avere fornito ad Assad gli elicotteri impegnati nella repressione (in realtà, acquisiti in tempi non sospetti da un libero Stato sovrano), la Russia ricorda come gli Stati Uniti abbiano da tempo deciso per il sostegno massiccio in armi, equipaggiamenti e fondi agli insorti, e le stesse Nazioni Unite denunciano nuove ingenti forniture di armi pesanti, arrivate da finanziamenti di fonte saudita per i “ribelli”. E il Consiglio di Sicurezza già discute dell'istituzione di una “no fly-zone”, cercando un pretesto per l’intervento, mentre sul campo l’opposizione armata combatte con scontri campali e il terrorismo qaedista fa saltare palazzi e compie stragi inaudite, con una studiata tempistica allineata all’agenda in discussione nel Palazzo di Vetro dell’ONU. Ha fatto scalpore, ma non ha fatto riflettere, la lettera con cui l'inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, a pochi giorni dalla sua nomina, metteva in guardia usando parole difficilmente equivocabili: «Si è insediata in Siria una forza terrorista, ostile a ogni mediazione». Così come, sempre nelle parole di Kofi Annan, il massacro di Houla – perpetrato dai ribelli su membri alauiti e su appartenenti a minoranze sciite, come appurato sul campo dal Frankfurter Allgemeine Zeitung – è stato il "punto critico" nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per il quale il regime siriano è stato immediatamente accusato dalla “orchestrale” totalità dei media occidentali. Si rimane ammutoliti, del resto, per la carneficina quotidiana nell'Iraq a governo sciita, stremato dagli attentati, perché quello che accade in Siria è parte di una resa dei conti finale tra schieramento sciita e sunnita, indotta dalla politica occidentale tramite l’operato diretto delle immense e corruttive risorse finanziarie dell’Arabia Saudita e del Qatar, che hanno fidelizzato una Lega araba ridotta a cassa di risonanza demagogica e strutturato significativi apparati militari e di intelligence, oltre che di manipolazione (si vedano la recente “metamorfosi” e il ruolo assunto dal network leader dell’informazione nel mondo arabo Al Jazeera).Gli apprendisti stregoni dell’interessato sconquasso globale perseverano a preparare la guerra nell’opinione pubblica mondiale, farneticando di agire «come si è fatto in Libia». Un intervento militare in Siria, ancorché motivato, secondo copione, da ipocriti falsi pretesti (la più profonda e inverificabile delle fosse comuni, un coinvolgimento dell'esercito atlantico di Ankara ecc.), avrebbe ben altro tipo di attrito e farebbe letteralmente esplodere l’intero Medio Oriente, con un unico vincitore regionale desiderato: lo Stato d’Israele. È emblematico – in tal senso - quello che è accaduto nella scala limitata dell'intervento “umanitario” in Libia nel marzo del 2011. Se l'obiettivo era quello di fare cadere la dittatura di Muammar Gheddafi, per avviare il Paese verso una nuova era di “pace e democrazia”, oggi assistiamo invece al caos realizzato: sfiducia reciproca tra un governo ad interim e le fazioni sul campo, elezioni rimandate sine dia, con la Cirenaica che annuncia la secessione e le milizie armate che spadroneggiano, arrivando a rioccupare l'aeroporto di Tripoli e a prendere a cannonate la sede del governo; il tutto mentre i diritti umani vengono violati sistematicamente, le carceri sono un inferno e gli immigrati dall’Africa subshariana vengono fatti oggetto di una brutale “caccia all’uomo”. È per questo risultato che la Nato ha bombardato per mesi, causando centinaia di vittime civili, denunciate anche nei rapporti dell'ONU? In compenso, una cosa sola funziona oggi in Libia: le ripristinate pompe di petrolio.Paradossalmente, l'unica “legittimità” evocata negli ambigui corridoi del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per un intervento in Siria rischia di essere quella di fermare una paradossale “deriva afghana”. I media mediorientali scrivono che la «Siria è il nuovo Afghanistan», per la presenza iperarmata delle milizie salafite e di Al Qaeda. Un Afghanistan nel Mediterraneo? Il cerchio, dunque, si riapre: per uscire dalla guerra post-11 settembre al terrorismo islamico e dal sostegno al corrotto Karzai a Kabul, gli Stati Uniti e la NATO riaprono l'agenda di guerra, a sostegno però non di un regime collaborazionista (come a Kabul), ma dei “terroristi” insorti, rimodulando mediaticamente – per l’obnubilata opinione pubblica occidentale – i “buoni” e i “cattivi”. Una nuova guerra, quindi – se sarà – nel bel mezzo di una profonda crisi strutturale dell’economia capitalista e, in senso più generale, dell’incrinato modello di sviluppo occidentale. Distruzione, dissipazione, speculazione per alimentare l’iniqua legge di mercato che divarica come mai storicamente le risorse e i consumatori in scala globale: comunque sia, si tratterà quindi di una guerra liberaldemocratica, capace di compattare la NATO e di catalizzare nel “nemico oggettivo” la totalitaria volontà di dominio dell’Occidente. Nel limite delle nostre possibilità, ma nella certezza della nostra coscienza, onestà intellettuale e compostezza etica, vi ci opporremo, in nome dell’autodeterminazione dei Popoli, del pluralismo e di una visione del mondo e dell’essere non piegati alle ragioni dell’utile, dell’usura e del dominio materialistico. -
L'ordinanza e le intercettazioni. L’imprenditore fomenta la rivolta per ricattare il Comune «Blocca gli stipendi dei lavoratori, così s’innervosiscono»VENEZIA — «Loro devono comprare tutti i miei camion. Senza i miei camion la città è finita, ma io voglio prendere più soldi». Il tono entusiasta di Stefano Gavioli intercettato dalla Guardia di Finanza è di quelli che si riservano per le grandi opportunità: le rivolte dell’autunno del 2010 hanno messo Napoli in ginocchio e il Comune guidato da Rosa Russo Iervolino deve fronteggiare circa seicento tonnellate di spazzatura sparsa per le piazze del centro senza un numero adeguato di camion portarifiuti.La truffa dei camion «Sai che hanno bruciato tanti camion a Napoli...», continua Gavioli parlando con l’imprenditore tedesco Adolf Lutz contattato per firmare un falso contratto di acquisto dei camion di Enerambiente per far schizzare ancora più in alto il prezzo dei mezzi. «Fire, fuoco. Capisci? - aggiunge il veneziano - è un affare per tutti». Così grosso che a Gavioli non bastano le rivolte di piazza e il finto contratto di compravendita per vecchi mezzi spacciati come nuovi («Facciamo questa commedia, ho bisogno di dire che tu hai comprato i miei camion per vendere più caro, capisci?»), ma spinge per alimentare la rabbia dei lavoratori delle cooperative e aumentare così la tensione che attraversa la città partenopea. «Il modo migliore è quello di non pagare gli stipendi in tutti i cantieri così gli operai si innervosiscono», dice Gavioli a Pina Totaro, la socia napoletana della Enerambiente che per alimentare la tensione arriva a fornire false informazioni ai giornalisti del Tg5 che in un servizio televisivo fomentano la rabbia delle cooperative contro il Comune di Napoli.Le manipolazioni della rivolta «Il Tg5 darà la notizia che Enerambiente avanza dieci milioni di euro dal Comune di Napoli e per questo motivo non possiamo pagare gli stipendi», spiega Totaro a Gavioli («Brava Pina hai fatto bene») che ha preso contatto anche con i sindacalisti per avvertirli che «Gavioli non c’ha più nulla da anticipà, grazie alla gestione di merda che è stata fatta dal vecchio amministratore che ha fatto perdere la fiducia delle banche» e per sottolineare che «l’unica soluzione è che i sindacati e i lavoratori protestino contro il Comune di Napoli». È subito dopo aver sentito Gavioli che Totaro chiama Enrico Prandin (che aveva il compito di vigilare sul bilancio di Enerambiente) per dirgli di bloccare tutti i bonifici in uscita («Abbiamo da fà la sceneggiata») fino al momento dello scoppio della rivolta.Il coinvolgimento dei sindacati «Ascolta Stefano, mi sono incontrata con la Uil e la Fiadel che mi prepareranno un comunicato congiunto. Come d’accordo sto portando avanti l’iniziativa di Tonetto», continua Totaro sempre parlando al telefono con Gavioli che la interrompe: «Chiamalo prima Tonetto perché finché non lo chiami lui non da ordine di pagare gli stipendi. Lo facciamo anche per il sindacato così dopo ci stanno più vicini per le prossime scadenze». L’idea infatti è quella di far sbloccare i pagamenti solamente alla fine della rivolta contro il Comune di Napoli perché sembri una vittoria delle sigle sindacali che hanno giocato un ruolo importante anche prima dello svuotamento della società di Gavioli. I sindacati infatti hanno lavorato di concerto con i soci di Gavioli per alimentare le tensioni.Il reclutamento e i ricatti Secondo la magistratura napoletana Vittorio D’Albero, segretario della Fidel della Campania, garantiva il rapporto tra la società di Gavioli, i lavoratori e gli enti pubblici in cambio di denaro. Il sindacalista infatti recluta la manodopera per le cooperative che lavorano in subappalto per la Enerambiente e partecipa a diverse riunioni con i soci di Gavioli che incontra anche a Venezia. All’indomani delle prime perquisizioni nella sede di Enerambiente però Gavioli e Totaro decidono di scaricare tutte le responsabilità sull’amministratore unico della società, l’avvocato brindisino Giovanni Faggiano, e qualcosa si rompe anche nel rapporto con il sindacalista napoletano. «Così ha rovinato l’equilibrio che avevamo creato tutti insieme», dice D’Albero a Faggiano di ritorno da un viaggio a Venezia.I conti correnti I conti correnti del sindacalista e di sua figlia sono serviti anche per far transitare i soldi della Enerambiente come si evince da una telefonata tra D’Albero e sua figlia che si vede rifiutare un mutuo dalla banca per acquistare una casa. «Papà ma tu ’sti cosi quando te li riprendi? Qui non capiscono perché voglio fare un mutuo quando ho tutti ’sti soldi in banca». «Lascia perdere il mutuo prendi 50, 100 mila, quello che ti serve poi più avanti me li ridai», conclude D’Albero.Le banche Il rapporto con le banche non si ferma ai depositi in conti correnti di prestanome. Grazie all’appoggio di Alessandro Arzenton, Manuela Furlan e Mario Zavagno Enerambiente ha ottenuto prestiti senza garanzia per 15 milioni di euro tanto che Gavioli telefona direttamente al presidente della Banca del Veneziano- Bcc Amedeo Piva per spiegare i motivi per cui è in ritardo con i pagamenti e giustificarsi. «Mi sono emersi dei movimenti contabili che fanno rabbrividire, ma pagherò al più presto», spiega Gavioli ormai in tensione per le ispezioni di Bankitalia alla Bcc dopo l’emersione di un aumento delle sofferenze che hanno portato alla rimozione dall’incarico dei funzionari infedeliAlessio Antonini
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Che sarà mai ?
dal dizionario indottrinamento [in-dot-tri-na-mén-to] s.m.
Educazione ideologica condotta in modo metodico,- così da determinareuna persuasione profonda eun'adesione acriticaValori Fondamentali per un pensiero conscio ed una democrazia partecipativa !!!Quando ho letto la notizia su zeusnews sono rimasto di stucco e mi sono chiesto: sarà vero che il PD cerca volontari nella capitale per avviarli ad indottrinamento ?Così ho chiesto ai colleghi di Zeus News di farmi avere la fonte della notizie per poter verificare e prontamente mi linkano alla pagina ufficiale Facebook della federazione romana del PD ed è tutto vero.
Gianluca Santilli A.A.A. VOLONTARI CERCASI - Per le esigenze del Dipartimento Comunicazione del PD Roma, si ricercano le seguenti figure di volontari:
* Democratici Comunicatori Porta a Porta - età compresa fra i 16 e i 60 anni, meglio se auto o moto muniti, disponibili a frequentare un corso di indottrinamento presso la Federazione di Roma, da impiegare nei contatti "porta a porta" da Novembre 2012 ad Aprile 2013. (100 posti)* Democratici Comunicatori della Rete - età compresa fra i 16 e i 70 anni, dotati di computer e connessione ad Internet, buona conoscenza della rete, dei blog e dei social network, disponibili a frequentare un corso di indottrinamento presso la Federazione di Roma, da impiegare nella diffusione delle notizie relative al PD e nel contrasto della disinformazione propalata sulla Rete. (100 posti)
* Programmatori Democratici Junior - buona conoscenza di PHP, Javascript, CSS, JQuery e Wordpress - conoscenza basica di Adobe Photoshop. (2 posti)
* Grafici Junior - buona conoscenza di Adobe Photoshop e Adobe Illustrator, gradita la conoscenza di QuarkXPress e Adobe Acrobat Pro. (3 posti)
Le candidature dovranno essere inviate via e-mail o fax a:
posta: comunicazione@pdroma.net
fax: 06.90206001Ma dico complimenti ...almeno ammettono le finalità.I N D O T T R I N A M E N T Oo forse è solo un problema di uso improprio di parole ???o è l'effetto "Grillini = Cittadini informati" che spaventa il PD ?
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Carlo COTTICELLI - Tesoriere del Pd di Roma
Gianluca SANTILLI - Responsabile della Comunicazione
Sabrina ALFONSI - Politiche della Scuola
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Alberto MANCINELLI - Politiche della Sicurezza Urbana
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Fabrizio PATRIARCA - Politiche Economiche
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Marco TOLLI - Politiche delle Periferie
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“m’addizzanu i carni “ “m’annerbu” e “me sfuari”… , capirete perché leggendo l’articolo 44 del decreto sulle liberalizzazioni, un modo come un altro per infilarci saccheggi e privatizzazioni.“Geo Group” che ha anche istituti di pena in Cile[1], USA e in diversi altri Paesi ha come maggior azionista Goldman Sachs (detiene 29.425.000 bond), ovvero la stessa banca di cui l’attuale presidente del consiglio Mario Monti è consulente internazionale (almeno fino al 2011), la stessa banca protagonista del collasso dell’economia europea. Ma Goldman Sachs insieme ad American Express è anche tra i maggiori azionisti della CCA, il primo gestore in USA di penitenziari-fabbrica.. Coincidenze solo coincidenze.”“L’Articolo 44 è stato voluto da Passera e non dal ministro della giustizia”[2]Lo chiamano Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie.Ovvero diamo ai privati la gestione delle carceri, adesso mancano solo i palazzi di giustizia per la prossima manovra “Vola Italia” ! Si Italia vola sulle fesserie della tua classe politica-tutta[3] come fosse il tappeto magico di Aladin, scruta i cieli ed osserva come la stampa che finanzi con le tue tasse sa bene cosa e come pubblicare una notizia, come la giostra economica si regge sul disinteresse collettivo, sulla difficoltà e l’inaccessibilità del popolo ai contenuti di un decreto legge a carattere economico (ormai solo quelli si vedono), solo quattrini volanti , telecomandati dalle nostre tasche a quelle dei “poteri forti” che la stampa e il governo forse più ricco dell’emisfero occidentale ha recentemente individuato nei taxisti, farmacisti, avvocati, notai … quella classe medio-alta che si accinge forse alla propria fine. La delocalizzazione e quindi il conseguente accentramento del potere governativo, informativo, scientifico e quindi di controllo verso sempre meno “persone” ne elette ne scelte da Dio rende inutili ormai al mantenimento dello status quo la presenza di fasce/“ceti” di garanzia.Quel gruppo di persone direttamente collocato sopra i poveri che ti ricordava non più tardi di 10/20 anni fa che potevi farcela anche tu (non era così se non in minima parte), uno strumento stabilizzante, l’architrave dell’illusionismo delle professionalizzazioni, studia … studia che c’arrivi … ma a fare che ? Ad affossare il letto della cameretta alla soglia dei 30 anni ? Già, l’illusione è divenuta rassegnazione, anche il super enalotto che di super ha solo le trattenute dello stato è ormai anacronistico. Bisogna divenire famosi o accontentarsi del call center o finire in galera a questo punto. Così cari professionisti e “caste” varie che sempre sudditi come noi povera gente eravate preparatevi al patibolo, è giunta forse la vostra ora? La “perequazione” vi renderà più uguali ai poveri o agli “statali” garantiti (non è vero) come me.Nel frattempo i nobili prenderanno ancor più terreno, rimarranno ingabbiati nella melma del male speculativo quei pover uomini, “ingranaggini” infarciti di nozioni alla corte di Morgan Stanley o Goldman Sachs, di Intesa o Unicredit con l’aspirazione di poter imitare un giorno i loro idoli, i Passera o i Monti o i Draghi che suona meglio (che cognomi) che con un click o con un cenno decidono le sorti, il destino, la data di presunta morte di migliaia di persone, perché è quello che fanno, pronto a dimostrarlo a meno che a titolo di esempio non si vuol fingere che autorizzare e lucrare su transazioni per miliardi e miliardi di euro di armi non sia decidere la morte di migliaia di persone. Siamo liberi di non considerarlo o di ritenerlo giusto per poi farci assolvere dal peccato del silenzio al primo confessionale dopo la curva.Adesso che insieme ai privati “le fondazioni di origine bancaria” contribuiranno per legge ad almeno il 20% dei capitali necessari agli investimenti “per fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente al sovraffollamento delle carceri” possiamo aspettarci un “EVVIVA” popolare attendendo l’inasprimento delle pene cosicché da più anni in carcere si ottenga un maggior guadagno dalla tariffa che verrà corrisposta. E un “MA VAFFANCULO” popolare perché a fare le leggi magari saranno uomini a doppio portafoglio, uno parlamentare e l’altro bancario o industriale. Che business da ridere se poi per i loro falsi in bilancio(frodi) o per la corruzione tutto rimarrà come prima, per farci un giorno ricordare com’eravamo imbecilli a consentire il loro salvataggio dallo Stato o da quell’Europa, chimera democratica come il governo Monti.Certo, in tempo di penuria e con le carceri che scoppiano vorrai mica fare un altro indulto? Risulterebbe impopolare, meglio consegnare la “riabilitazione” del detenuto, ex essere umano in mani proficue che con un tot a carcerato te lo rimettono a posto. Io gli affiderai anche l’attività investigativa o le cure psichiatriche a mezzo elettroshock ma é probabile che sull’esempio degli USA, esempio che calza sempre a pennello per quelli che si devono sciacquare la bocca, si facciano lavorare i detenuti in concorrenza (Monti è esperto) con le aziende del mercato (della vucciria?) e dal ricavo ottenuto più la tariffa statale “per la gestione della struttura e dei servizi connessi” a esclusione della custodia (per quella c’è tempo) l’imprenditore X si ingrosserà e fioccheranno le bustarelle non per bloccare i processi o alleggerire le pene ma per il contrario. Che Sballo, ecco la differenza con Berlusconi!Poi, bisognerebbe chiedersi come mai negli USA uno ogni 138 americani è in galera, il record mondiale d’imprigionamento[4], il “Correctional Business” ha portato negli ultimi 20 anni al raddoppio degli istituti/fabbrica e dei detenuti, il mercato carcerario privato con 168 istituti rappresenta il 7% del totale con un incremento annuo del 35%. I due colossi Correctional Corporation of America (CCA) e Wackenhut Corrections Corporation sono quotate in borsa e gestiscono rispettivamente il 51% e il 22%. Quest’ultima recentemente ribattezzata “Geo Group” che ha anche istituti di pena in Cile e in diversi altri Paesi ha come maggior azionista Goldman Sachs[5] (detiene 29.425.000 bond), ovvero la stessa banca di cui l’attuale presidente del consiglio Mario Monti è consulente internazionale (almeno fino al 2011), la stessa banca protagonista del collasso dell’economia europea che ha dato a Monti lo scettro di "Salvatore". Ma Goldman Sachs insieme ad American Express è anche tra i maggiori azionisti della CCA. Coincidenze solo coincidenze alle quali Bersani, Alfano, Di Pietro & Co. non badano.Sono 264 le carceri fabbriche – dato 2007[6] - (introdotte da Roosevelt nel ’34 con la creazione della Federal Prison Industries, oggi UNICOR, 39° fornitore degli USA con 111 fabbriche in 79 penitenziari) le quali vengono utilizzate soprattutto per rifornire l’industria bellica, il 60% del prodotto va al Pentagono.Già durante la seconda guerra mondiale vennero prodotte tende, paracaduti, aerei, bombe. Oggi in Texas si producono tutti gli elmetti Kevlar utilizzati dai soldati americani e dagli stabilimenti di Greenville, Illinois, escono ogni giorno mille magliette mimetiche. Nel 2002 il Pentagono ne ha acquistate quasi duecentomila.Secondo Left Business Observer, l'industria federale carceraria produce il 100% di tutti i caschi militari, cinghie delle munizioni, maglie a prova di proiettile, placche di identificazione, camicie, pantaloni, tende, borse e spacci di bevande. A parte i rifornimenti militari, gli operai della prigione forniscono il 98% dell'intero mercato per i servizi di assemblaggio di apparecchiature; il 93% delle vernici e dei pennelli; il 92% dell'assemblaggio di cucine; il 46% delle armature protettive; il 36% degli elettrodomestici; il 30% di cuffie/microfoni/altoparlanti; e il 21% delle forniture di ufficio. Parti di aeroplano, forniture mediche, e molto più: i prigionieri stanno persino allevando cani-guida per ciechi.[7]I prigionieri lavoratori ricevono uno stipendio inferiore al 20% rispetto i minimi salariali e ne lasciano l’80% all’istituto per vitto e alloggio, una volta usciti vivi gli vengono consegnati 200 dollari e i vestiti di 20 anni fa e chi se visto se visto!Arriveranno poi come in California le carceri a 5 Stelle[8], dove a suon di quattrini puoi ottenere praticamente ogni agio ma solo per i reati minori (boh tipo il falso in bilancio italiano?), dall’i-pod, al cuscino ma puoi anche ottenere il cellulare o il privilegio di ricevere 2 visite a settimana e continuare indisturbato ad operare.Ma che vantaggi poi1. Niente più delinquenti per le strade - a New York, la legge anti-droga di Nelson Rockefeller[9] del 1973 prevede una pena obbligatoria in carcere da 15 anni fino all'ergastolo per un possesso di 4 once di una qualsiasi droga illegale. L'approvazione in 13 stati della "legge dei tre colpi" (ergastolo dopo una condanna di tre crimini), ha reso necessaria la costruzione di 20 nuove prigioni federali. Uno dei casi più preoccupanti derivati da questa misura è stato quello di un prigioniero che per aver rubato un automobile e due biciclette ha ricevuto tre pene di 25 anni.[10]2. Più lavoro per tutti ed emersione dal nero - I carcerati dei penitenziari di stato generalmente ricevono lo stipendio minimo per il loro lavoro, ma non tutti; in Colorado, ottengono circa 2 $ all'ora, ben al di sotto del minimo. E nelle prigioni private, ricevono solo 17 centesimi all'ora per un massimo di sei ore al giorno, l'equivalente di 20 dollari al mese. La prigione privata con le paghe migliori è la CCA nel Tennessee, dove i prigionieri ricevono 50 centesimi all'ora per quelli che chiamano “impieghi altamente qualificati.” A quelle cifre, non sorprende che i carcerati trovino la paga nelle prigioni federali molto generosa. Là, possono guadagnare 1.25 $ l'ora per otto ore al giorno di lavoro, ed a volte fare straordinari. Possono mandare a casa 200-300 $ al mese.[11]3. Pene più lunghe – Secondo uno studio delle carceri del Nuovo Messico, è stato trovato che i carcerati della CCA hanno perso il "tempo della buona condotta" ad un tasso otto volte superiore a quelli dentro le prigioni di stato.4. Rilancio dell’edilizia. ( Pensa come si fionderanno sull’affare i Caltagirone, i Pesenti …. , la mitica Impregilo, sovvenzionati dalle quote Intesa del Ministro Passera), serviranno sempre più carceri – Negli USA la popolazione carceraria era di 300 mila detenuti del 1972, un milione nel 1990 per arrivare ai quasi tre di oggi.[12]5. Rilancio dell’’industria – In america la lista delle aziende che hanno investito contiene la crema delle corporazioni USA: IBM, Boeing, Motorola, Microsoft, AT&T, Wireless, Texas Instrument, Dell, Compaq, Honeywell, Hewlett-Packard, Nortel, Lucent Technologies, 3Com, Intel, Northern Telecom, Twa, Nordstrom, Revlon, Macy, Pierre Cardin, Target Stores, e molte altre. Tutte queste imprese sono eccitate dal boom economico generato dal lavoro carcerario. Solo tra il 1980 e il 1994, i profitti sono saliti da 392 milioni di dollari a 1.31 miliardi.[13] I titoli obbligazionari delle prigioni garantiscono un profitto per gli investitori capitalisti come Merrill-Lynch, Shearson Lehman, American Express e Allstate.[14]6. Rilancio del terzo settore: sempre sul modello americano e in previsione di un federalismo reale - Quando una legge firmata da Clinton nel 1996 - che terminò la supervisione e le decisioni della corte - causò sovrappopolamento e violenza, condizioni pericolose nelle prigioni federali, le società carcerarie private del Texas cominciarono a mettersi in contatto con altri stati le cui carceri erano sovraccaricate, offrendo servizi "affitta-una-cella" nelle prigioni della CCA situate in piccole città nel Texas. La commissione per un rappresentante dell'affitta-una-cella è di 2.50 - 5.50 $ al giorno per posto letto. La contea ottiene 1.50 $ per ogni prigioniero.7. Accelerazione dei processi8. Aumento del PIL ( Pensa neanche possono scioperare i carcerati)9. Introduzione del reato di clandestinità così avranno ciò che cercano in Italia, il lavoro! O non vengono più?10. Attrarre investimenti esteri - Un'azienda che operava una maquiladora (impianto di assemblaggio in Messico vicino al confine) ha chiuso i suoi stabilimenti e li ha rilocati nella prigione di stato San Quentin in California. Nel Texas, una fabbrica ha licenziato i suoi 150 operai e si è assicurata i servizi dei prigionieri-operai dalla prigione privata di Lockhart in Texas, dove vengono montati i circuiti stampati per aziende come IBM e Compaq.[15]11. Riduzione delle guardie carcerarie - Le prigioni private ricevono un importo garantito di denaro per ogni prigioniero, indipendentemente dal costo per mantenerlo. Secondo Russell Boraas, un amministratore di una prigione privata in Virginia, "il segreto dei costi di gestione bassi sta nell'avere il numero minimo di guardie per il numero massimo di prigionieri." La CCA ha una prigione ultra-moderna in Lawrenceville, in Virginia, dove cinque guardie nel turno di giorno e due di notte vigilano oltre 750 prigionieri.Che risultato STRAORDINARIO urleranno le folle festantiè così Vissero Carcerati Per Sempre !!!Noi prendiamo esempio da gente per bene, gente che si è portata dietro scienziati e strateghi Hitleriani dopo averli finanziati, gente che prima va a braccetto con Osama e poi lo uccide.[16]"I contratti privati per il lavoro dei carcerati sono un incentivo per imprigionare sempre più gente. Le prigioni dipendono da questo reddito. Azionisti corporativi che fanno i soldi grazie al lavoro dei carcerati fanno lobbing a favore di pene più lunghe, per espandere la loro mano d'opera. Il sistema si autoalimenta," dice uno studio del Progressive Labor Party, il quale accusa l'industria carceraria di essere "un'imitazione della Germania Nazista riguardo al lavoro forzato schiavista e ai campi di concentramento."Vai su google, scrivi “Liberalizzazioni Farmacie” troverai “il messaggero”, “repubblica”, “corriere” li trovi tutti a parlare delle stesse cose. Adesso scrivi “Privatizzazioni Carceri” e ualà nemmeno un quotidiano nazionale solo un “Blitz” che sa di squadrismo e un MicroMega non tanto micro perché spesso scrivono cose serie ne tanto mega perché passa e non conta, non incide sul pensiero pubblico(la massa) e dicono cose funeste come <<ad abbattere le torri gemelle non sono stati gli aerei>>, <<il rapporto che indicava armi atomiche in Iraq era falso>>, <<con l’occupazione l’Afghanistan è divenuto il maggior esportatore di oppio, coprendo il 95% del fabbisogno mondiale>> e a nulla vale che sia stato dimostrato, “Non è così” diceva Brunetta, “ve lo ricordate il Britannia?” Io si e quando le coincidenze iniziano a moltiplicarsi viene fuori uno scarabocchio di umanità.Ah ne parla il fatto quotidiano[17] che come noto non riceve per scelta propria i fondi di sostegno all’editoria ma sono giustizialisti e comunisti.Abramo Lincon «Potrete ingannare tutti per un po’. Potrete ingannare qualcuno per sempre. Ma non potrete ingannare tutti per sempre».[1] http://www.inventati.org/comitato_liberate_ilcalabro/fsolid/carcere_tecn.htm[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/carceri-private-volute-passera/185911/[3] Intesa quella che siede nei palazzi e che non viene tenuta alla porta.[4] http://www.homolaicus.com/politica/carceri_usa.htm[5] http://www.italy.indymedia.org/node/3673[6] http://byebyeunclesam.wordpress.com/2011/08/05/carceri-fabbriche-negli-usa/[7] http://carcereoltre.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1886212[8] http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/esteri/carceri-lusso/carceri-lusso/carceri-lusso.html[9] Nelson Rockfeller nel 1957 con un capitale significativo contribuì all'apertura della prima catena di grande distribuzione aperta in Italia, la Supermarkets Italiani, oggi conosciuta come Esselunga. Fratello di David Rockfeller massone e fondatore del contestato Gruppo Bilderberg, di cui Mario Monti è membro nella commissione permanente.[10] http://carcereoltre.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1886212[11] idem[12] http://www.anticorpi.info/2010/08/carceri-private-il-modello-stelle-e.html[13] http://carcereoltre.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1886212[14] http://byebyeunclesam.wordpress.com/2011/08/05/carceri-fabbriche-negli-usa/[15] http://carcereoltre.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=1886212[16] Postilla: LO SAI che i marines che hanno “preso” Osama Bin Laden” sono tutti precipitati su di un elicottero?[17] http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/23/carceri-private-volute-passera/185911/












