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Un contributo scritto, quello del mio amico Filippo Ales, alcuni impegni a farne avere altri, manifestati a seguito di mie sollecitazioni SMS, costituiscono il primo concreto segnale dell’avvio del Confronto da me proposto ed insistentemente auspicato sia nel mio libro che successivamente anche con la mia riflessione pubblicata su Nuova Belmonte.
Mi sembra presto per un giudizio definitivo sulla possibilità o meno che la creatura, quella del Confronto voglio dire, diventi adulta o resti solo il timido segnale di una nascita molto fragile.
Questo mio nuovo intervento, nel mezzo di una situazione di incertezza, vuole essere come una respirazione bocca a bocca per ridare una spinta ad un processo che vorrei tanto procedesse con il vigore che merita la causa che si vuole sostenere: quella della crescita della qualità della nostra Comunità. Intanto, la mia costanza nel tenere vivo il ragionamento mi sembra una buona medicina per tenere in vita il tema.
Per agevolare la crescita della creatura che citavo prima, formulo una richiesta indirizzata ai rappresentanti della politica e delle istituzioni, ma anche ai miei concittadini, in particolare, a quanti, in varie occasioni hanno dimostrato attenzione alle problematiche qui accennate.“Ti chiedo la cortesia di rispondere ai quesiti sotto indicati che si riferiscono alla mia riflessione: “IL CONFRONTO. NECESSARIO PER LA CRESCITA DELLA COMUNITA’ LOCALE”, pubblicata sul Blog Nuova Belmonte, il 7 maggio scorso. Le tue risposte serviranno a fare decollare una importante iniziativa per la crescita del nostro paese.GrazieSalvatore MiglioreCondividi il tema affrontato? |SI| |NO|Perché?...................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................………………………………………………………………………………………………………………Hai suggerimenti da dare?..................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................... -
Avete mai sentito parlare della malattia di Parkinson? Conoscete qualcuno che abbia questa malattia?. Sicuramente qualcuno si, ed in particolare chi conosce il sottoscritto che ne soffre da 17 anni, e come vedete, si può anche trascorrere una vita, più o meno normale, più o meno serena. La prima cosa da fare per chi ha avuto diagnosticato questo ma
lanno, è non scoraggiarsi, ed abituarsi ad accettare la malattia per quella che è, per poterla combattere. Essa porta il nome dell’inventore, o meglio di chi l’ha scoperta: Mister Parkinson. Perché mi è venuto di scriverne e palarvene?. La malattia di Parkinson è una malattia molto diffusa nel mondo. Si stima che il morbo di Parkinson sia la seconda malattia più frequente dopo l’Alzheimer - e colpisca in Europa un individuo ogni 500 persone. Considerato l’enorme numero di malati affetti dalla grave patologia, credo sia interessante saperne di più, al fine di poterla curare e creare una rete, soprattutto per accudire chi in casa ha un
“parkinsoniano” e per attivare i servizi sociali di cui questa malattia necessita. Sarebbe utile che, come nel resto d’Italia, potessero svilupparsi anche da noi dei gruppi di auto-aiuto e di sostegno sociale per chi ne avesse bisogno e credetemi sono tanti, sono troppi coloro che hanno bisogno….di aiuto. Vorrei che questo gruppo potesse servire a scambiarsi informazioni e link utili
al fine di una conoscenza più approfondita e seria della malattia! La “malattia di Parkinson”si presenta sotto varie forme: le più comuni sono:
a) rigidità, ossia blocco di uno o di tutti e due gli arti inferiori,
b) discinesia, ossia movimenti involontari e scomposti del corpo,
c) tremore agli arti inferiori e superiori .
Ci sono poi una serie di “cosiddetti parkinsonismi” che, in alcuni casi, somigliano al Parkinson, ma non sono veri e propri “Parkinson”. Detto ciò, la malattia è curabile? E se si, come si può curare? Diciamo subito che dalla malattia di Parkinson non si guarisce con una cura, ma vanno
sperimentate, di volta in volta, le cure per renderla meno aggressiva. Possiamo dire che oggi il Parkinson è una malattia progressiva e invalidante, pertanto è una malattia, che ha bisogno di cure continue. Ricordiamoci, per riderci un po’, che questa malattia ha colpito i più grandi attori e le maggiori personalità del mondo. Ad esempio: il più grande papa degli ultimi tempi Papa Santo Giovanni Paolo II°, il pugile Cassius Clay erano affetti del morbo di Parkinson e numerosissimi altri attori. Ciò che necessita è consentire al paziente di svolgere al meglio le funzioni, si da rendere più vivibile la qualità della vita del parkinsoniano. Ma quando ci si ammala di Parkinson? Quando diminuiscono, o vi è assenza nel cervello di quella materia grigia che si chiama “dopamina”, la malattia progredisce. Attualmente come sicura? Prevalentemente con medicine a base di levodopa che serve a riprodurre la dopamina che manca nel cervello. Ma a parte le cure di cui abbiamo parlato, quali altre cure e su quali speranze può contare l’ammalato di Parkinson? Considerato i progressi della scienza non è lecito scoraggiarsi , ma occorre guardare avanti con interesse e seguire i passi, che mam mano si vanno facendo. Ma andiamo al concreto: tra i passi avanti più importanti quali possiamo annoverare tra i più percorribili?
LA STEP BRAIN STIMULATION
Quando decisi di fare il passo che sto per raccontarvi, il mio medico curante, neurologo, la dott.ssa Marina Rizzo, mi consigliò di andare al “San Paolo” di Milano, sicura che avrebbero saputo gestire al meglio la preparazione all’intervento. La dott.ssa Rizzo, godeva della mia fiducia e della mia stima. Armi e bagagli partii, accompagnato da mia moglie, che mi ha sempre seguito nella gestione del mio Parkinson, per Milano (per la cronaca io risiedo a Palermo…). Dicevo che, dopo accurata… preparazione, fatta al S.Paolo di Milano, nel corso della quale i neurologi, guidati dal dott. Filippo Tamma e gli psicologi presenti mi hanno preparato all’intervento, anche scoraggiandomi molto spesso, dicendomi tutto ciò che di brutto poteva succedere, ma anche i vantaggi che avrei avuto dallo stesso. Io, per fortuna, avevo affrontato il problema in tutti i suoi aspetti con mia moglie, ed ero perfettamente deciso a farlo. A me che il pk portava rigidità nei movimenti, provocandomi spesso anche brusche cadute e qualche volta con rotture varie, soprattutto alla spalla. Ma ciò di cui maggiormente mi lamentavo, e che mi dava più fastidio era la discinesia (ovvero movimenti involontari). Soprattutto che ancora, (cinque anni fa) lavoravo e svolgevo ruoli pubblici, la discinesia, ossia questi movimenti per me erano diventati sempre più
insopportabili. Mi sentivo ridicolo ed erano, incompatibili con i ruoli che svolgevo per il mio lavoro. Ero presidente di una cooperativa sociale che si occupava di disabili, anziani, minori, tossicodipendenti (etc. etc.), e svolgevo anche attività di rappresentanza. Ah dimenticavo dirvi che il pk mi era stato diagnosticato nel 1996, ma ne soffrivo già da oltre due anni prima. Torniamo al S.Paolo. Mi spiegarono che vi erano due tipologie di intervento possibili in rapporto ai risultati che si voleva raggiungere ed in rapporto ai disturbi di cui soffrivo. Gli interventi che potevano eseguirsi erano dunque due: al pallido ed al sub-talamo. I miei preparatori avevano già deciso: per loro l’intervento “al pallido” era quello che mi avrebbe dato i risultati migliori soprattutto per la discinesia. Io, invece pensai che giacchè tutti si orientavano sul sub-talamo, i miei medici volessero sperimentare il pallido, perchè non veniva praticato da una decina d’anni e ne volevano testare i risultati(sarò stato una mala lingua… però l’ho pensato!). Dopo 15 giorni torno a casa, e vado a prepararmi per il grande passo, che sarebbe avvenuto in un giorno indimenticabile, il 29 Febbraio 2008, giorno bisestile. Arrivai qualche giorno prima e mi sistemai al padiglione Beretta. Conobbi il dott. Egidi ed il dott. Locatelli, neuro chirurghi. Conobbi poi una schiera di infermieri professionali molto bravi. Appena arrivato mi tolsero le medicine che prendevo in quel momento (levodopa e mirapexin), mi prepararono per l'intervento che doveva svolgersi la mattina seguente. La cosa che più mi impressionò fu il sentire che sarei stato con un casco di ferro imbullonato alla testa e che l'intervento sarebbe durato circa otto ore. Io ho un nipote medico chirurgo, molto affettuoso, che, sentito dell'intervento che avrei fatto, volle accompagnare me e mia moglie a Milano e chiesi, una volta arrivati al "Beretta" al dott. Egidi se mio nipote poteva assistere all'intervento. La risposta fu positiva ed allora presentai ad Egidi
il dott. Fabio Santangelo e fui felice di avere accanto in quei momenti particolari anche da mio nipote Fabio. Mi portarono a fare la tac, mentre la risonanza magnetica me la fecero fuori, al S. Raffaele. Siamo al giorno fatidico. Non facevo altro che pensare e ripensare.... Ecco perchè al San Paolo tentavano di scoraggiarmi dal fare l'intervento...E se non fossi tornato vivo. Pensavo ai miei figli, e pensai che l'unica cosa da fare era pregare, e così feci per ore. Però Egidi mi faceva parlare in continuazione, mi chiedeva mille cose diverse, mentre mi imbullonava la testa dentro un casco di metallo, fino a quando non si muoveva più e non potevo guardare che un solo punto alla parete. Il tempo passava, i medici scherzavano e per fortuna che c'era Fabio accanto a me che mi
stringeva la mano e cercava di tenermi sveglio. Forse non ve lo avevo ancora detto. L'intervento non è in anestesia perchè il paziente deve stare sveglio e collaborare. E mentre i medici parlavano con me, sentivo che con un trapano mi bucavano, in diversi punti diversi, la testa. Alla fine mi resi conto poi che mi avevano bucato la testa in sei punti diversi. Non potete immaginare come ci si sente: il fastidio di non potersi muovere, il non sentire dolore mentre con il trapano ti bucavano la testa (credo che iniettassero anestesia in superficie), e tra un buco e l'altro sentivi i medici che ridevano, raccontavano barzellette, cercando anche di coinvolgermi. E mentre le ore passavano i medici traccheggiavano con i fili: erano i diodi, che dalla testa sarebbero stati collegati ad una batteria posizionata in un punto sul petto, al lato destro. Questo avvenne in un secondo intervento che fu fatto dopo tre giorni dal primo, in anestesia generale, di durata inferiore, all'incirca due/tre ore. Ma torniamo al primo. Cominciano a togliermi i bulloni che legavano il casco, operazione questa che durò moltissimo. L'intervento finisce quì. E' inutile dirvi che a quel punto sono veramente sfinito. Comincio a non farcela più. Per fortuna che Fabio continua a parlarmi e mi dice finalmente, che abbiamo finito. Esco dalla sala operatoria, ricordo che un pianto liberatorio mi fa abbracciare mia moglie e i miei figli che mi aspettavano fuori da otto ore.
Filippo Ales
Belmonte Mezzagno, 21.03.2012 -
Pasquale Ales nasce a Belmonte Mezzagno (Pa) nel 1930. Nel 1937 il padre, Silvestro, volle tentare l'avventura coloniale emigrando dal piccolo paese del'entroterra palermitano in Africa Occidentale, coinvolgendo nell'impresa moglie e figli. E' a Sirte, infatti, che Pasquale, terzo di cinque fratelli, vive gli anni più importanti e spensierati della propria fanciullezza. Lì, la sua amatissima madre gestisce una tabaccheria, mentre il padre (già barbiere ed all'occorrenza dentista, fotoreporter, poeta e cantore dialettale, nonché suonatore di chitarra e mandolino), assume la rappresentanza di una compagnia petrolifera.
Le vicende drammatiche della 2.a guerra mondiale, però ricondurranno l'industriosa famigliola al paese natale, dove Pasquale compirà gli studi classici , diplomandosi nel capoluogo palermitano.
Dopo svariate attività lavorative da lui intraprese negli anni giovanili, finalmente si impiega , rivestendo incarichi e funzioni di sempre maggiore rilievo alle dipendenze della Prefettura, prima a Brescia, dove incontrerà e sposerà sua moglie, dalla quale avrà due figli, e successivamente a Trapani dove rimarrà fino al compimento del'età pensionabile. Nel corso della sua lunga carriera di onesto servitore dello Stato, viene insignito di due onorificenze: Cavaliere Ufficiale e Commendatore “al merito della Repubblica”.
Dotto e moderato, esperto nelle arti della mediazione e ella diplomazia, si dedicò con passione sincera al sindacato ed alla politica, legato da sempre ai più elevati ideali valori democratici.
In questo ambito riveste, a livello locale, anche ruoli di spicco e di rappresentanza politica.
Elegge Erice, sua seconda patria, e la amerà tanto da assumere e sostenere, con sincera abnegazione, molteplici iniziative finalizzate ad incrementare la vita culturale e sociale, anche attraverso la collaborazione di Associazioni locali dedite alla promozione della cultura e delle tradizioni popolari.
Diviene instancabile organizzatore e animatore di incontri e conferenze evidenziando perizia e passione intensa per le lettere, l'arte, la poesia e sopratutto la lingua siciliana.
Figlio d'arte - Silvestro Ales suo padre aveva fondato la prima “Filodrammatica” a Belmonte Mezzagno - paese, del quale rimarrà sempre innamorato, e conserverà l’amicizia di quanti lo conobbero e l’apprezzarono - partecipa, in quanto appassionato cultore dei dialetti d'Italia, a spettacoli, dove interpreta alcune tra le composizioni liriche tratte dagli autori più rappresentativi e prestigiosi della letteratura dialettale regionale e siciliana in particolare.
Il suo profondo amore per il vernacolo fa si che negli ultimi anni della sua esistenza, prima che le sofferenze fisiche lo aggrediscano ineluttabilmente, egli venga invitato a tenere corsi di Dialetto presso l'Università del Mediterraneo per le tre età, con sede ad Erice. Continuerà, con puro e scanzonato divertimento, ad allietare gli incontri con i suoi “giovani” allievi universitari fino all’incalzare della malattia, che lo costringerà a trascorrere l’ultimo anno di vita chiuso nella sua casa tra gli affetti familiari, celando, con pudore e fierezza, tutta la sua sofferenza.
Si spegne, seguito dal generale rimpianto, il 10. 02. 2012, data in cui verrà accompagnato all’ultima dimora, nel suo paese natio, con l’estremo saluto di familiari ed amici, consapevoli del vuoto incolmabile che la sua scomparsa ha creato. Fu un uomo pervaso da pacato ottimismo, uno di quelli che cercano di dare la giusta dimensione ad ogni cosa, di guardare sereno agli eventi. I parenti, gli amici e quanti ebbero la fortuna di incontralo, ne ricordano la carica inesauribile del suo bon umore, la singolare bonomia, la sottile vena ironica con cui condiva ogni atto, ogni gesto, ogni discorso.
Fu un fervente ambasciatore di cultura, riuscendo a scuotere la città dove visse (Tapani) dal grigiore che talune volte l’opprimono. Basta citare quello che fu il suo fiore al’occhiello: il rilancio e la promozione, a livelli sempre più elevati del premio letterario nazionale “Erice Anteka”, alla cui regia si dedicò per anni con grande energia, raccogliendo, per questa originale manifestazione, fior di talenti, provenienti da ogni parte d’Italia.
Con tale manifestazione (chiusa, sotto la sua guida, alla XIV edizione) e mediante la tessitura di rapporti con personaggi di alto calibro, che hanno onorato la cultura locale, nazionale ed internazionale egli intendeva innescare quel circolo virtuoso, atto a generare, nella ridente vetta ericina, una linfa potatrice di nuovi fermenti culturali ed arricchimento spirituale.
Egli coinvolse, con entusiasmo, smisurato altruismo e generosità, in questa impresa , quella fitta schiera dei suoi più stimati amici poeti, autori e critici, avendone appieno compreso la grandezza.
Pasquale Ales ebbe l’onorevole intento di intercettare, diffondere ed amplificarle loro voci e la loro fama, insieme alla grande messe di storie, narrazioni e messaggi tra i più autorevoli tra quelli prodotti dalla società locale e nazionale.
Tra essi, spiccano illustri e compianti nomi quali: Dino D’Erice, Nino Blunda, Salvatore Giurlanda , Franco Di Marco, insieme al critico d’arte Dino Ales – suo adorato fratello- tutti personaggi ispirati ai valori più elevati dello spirito, i valori del civile vivere, della solidarietà e della pace, dell’amore per le proprie tradizioni e radici culturali, nel rispetto della legalità e della persona umana. Spinto da profondo amore e ammirazione per la bellezza e la cultura del territorio trapanese e ericino in particolare, il Nostro serbava in se l’auspicio che, con l’istituzionalizzazione in Erice di un premio letterario prestigioso, si potesse contribuire a promuovere ed esaltare, e ancor di più ed oltre i confini territoriali, l’immagine della cittadina e dei personaggi che le hanno dato lustro ed onore.
Convinto assertore del ruolo insostituibile degli anziani come veicolo privilegiato di valori e tradizioni del passato, nei confronti delle nuove generazioni, .non perse l’occasione per rivolgersi al mondo della scuola, unendosi ad un trio di cantastorie e contastorie, si divertiva ad esibirsi nella recitazione di poesie dialettali di fronte a un giovanissimo uditorio, nell’ambito di significativi spettacoli ispirati alle tradizioni popolari tipiche dell’hinteland locale.
Gli piaceva citare questa frase tratta da uno degli editorisli di Renzino Barbera sul Giornale di Sicilia , titolato IL PARERE DI DON TOTO’(da quando i nonni nun cuntano chiù favoli, ci sono picciriddi diavoli, nipoti della televisione! )
di Filippo Ales -

Filippo Ales, ex corrispondente del Giornale di Sicilia ed ex vice presidente del TRIDENTE, ci racconta la sua esperienza con il giornale IL TRIDENTE negli anni ’60.
Sono trascorsi 46 anni dalla pubblicazione del giornale “IL TRIDENTE”. Un giornale dalla vita breve ma intensa. Fatto da giovani, con la presenza di un prete, Don Mariano Passamonte. Un’intensa attività che visse la comunità belmontese dal 1964 al 1970.
Ma chi era Don Mariano Passamonte e cos’era il TRIDENTE?
La storia c’è la racconta Filippo Ales, in un libro intitolato “Il tempo di Don Mariano, un parroco, un giornale in un paese, Belmonte Mezzagno, che sembrava … come tanti altri”
Don Mariano Passamonte era un giovane sacerdote nato a Cerda, in provincia di Palermo, da una famiglia di contadini. Era l’anno 1964 quando viene nominato parroco della parrocchia di Belmonte Mezzagno, dall’allora Cardinale Ernesto Ruffini.
C’era fermento in quel periodo. Erano gli anni del boom economico, dell’edilizia, ma anche delle massicce immigrazioni verso il nord Italia e verso l’America. Erano gli anni dello scoppio del movimento culturale, che da lì a poco portarono alla rivoluzione del ’68.
Belmonte di quei tempi era una piccola comunità con mille problemi, soprusi, allarmi sociali, interessi, curiosità. Il disagio giovanile era notevole. Gli unici luoghi di aggregazione erano i bar dove si andava a giocare a carte. Non esisteva nessuna iniziativa culturale, né sportiva né ricreativa. In questo contesto, poco confortevole ecco che appare Don Mariano. Da subito la sua presenza nel paese venne da tutti avvertita e da subito ebbe amici e nemici.
Siamo nel 1965 quando un folto gruppo di giovani studenti capitanati da Don Mariano, decidono di dar vita a un giornale locale “IL TRIDENTE”.
Ma non era solo un giornale era uno strumento d’informazione, di costruzione, di rinascita belmontese.
IL TRIDENTE divenne subito uno scomodo testimone che con le sue inchieste veniva a turbare gli equilibri consolidati negli anni. Da quelle pagine nasceranno “faccia a faccia” e confronti politici. Iniziative e soluzioni che non furono ben viste da chi gestiva il potere cittadino in quegli anni.
Ma quel sacerdote e i suoi amici si accorsero ben presto di essere soli. Indifesi.
L’esperienza parrocchiale a Belmonte per Don Mariano finì nell’ottobre del 1970, dopo sette anni di intenso impegno. Non si sa con certezza quali siano state le cause reali della sua rimozione, se politiche o religiose o etiche. Belmonte non ha dimenticato quegli anni di così intenso fervore, non ha dimenticato il suo parroco, non ha dimenticato IL TRIDENTE.
Don Mariano Passamonte adesso è in Tanzania, in Africa, dove ha fondato un’Associazione Missione Nyololo – Un Ponte per l’Africa, a cui aderiscono molti giovani di un tempo.
L’azione di Don Mariano e il TRIDENTE a Belmonte, ebbe vita breve ma segnò la vita e la coscienza dei Belmontesi in maniera indelebile. -

Filippo Ales, ex corrispondente del Giornale di Sicilia ed ex vice presidente del TRIDENTE, ci racconta la sua esperienza con il giornale IL TRIDENTE negli anni ’60.
Sono trascorsi 46 anni dalla pubblicazione del giornale “IL TRIDENTE”. Un giornale dalla vita breve ma intensa. Fatto da giovani, con la presenza di un prete, Don Mariano Passamonte. Un’intensa attività che visse la comunità belmontese dal 1964 al 1970.
Ma chi era Don Mariano Passamonte e cos’era il TRIDENTE?
La storia c’è la racconta Filippo Ales, in un libro intitolato “Il tempo di Don Mariano, un parroco, un giornale in un paese, Belmonte Mezzagno, che sembrava … come tanti altri”
Don Mariano Passamonte era un giovane sacerdote nato a Cerda, in provincia di Palermo, da una famiglia di contadini. Era l’anno 1964 quando viene nominato parroco della parrocchia di Belmonte Mezzagno, dall’allora Cardinale Ernesto Ruffini.
C’era fermento in quel periodo. Erano gli anni del boom economico, dell’edilizia, ma anche delle massicce immigrazioni verso il nord Italia e verso l’America. Erano gli anni dello scoppio del movimento culturale, che da lì a poco portarono alla rivoluzione del ’68.
Belmonte di quei tempi era una piccola comunità con mille problemi, soprusi, allarmi sociali, interessi, curiosità. Il disagio giovanile era notevole. Gli unici luoghi di aggregazione erano i bar dove si andava a giocare a carte. Non esisteva nessuna iniziativa culturale, né sportiva né ricreativa. In questo contesto, poco confortevole ecco che appare Don Mariano. Da subito la sua presenza nel paese venne da tutti avvertita e da subito ebbe amici e nemici.
Siamo nel 1965 quando un folto gruppo di giovani studenti capitanati da Don Mariano, decidono di dar vita a un giornale locale “IL TRIDENTE”.
Ma non era solo un giornale era uno strumento d’informazione, di costruzione, di rinascita belmontese.
IL TRIDENTE divenne subito uno scomodo testimone che con le sue inchieste veniva a turbare gli equilibri consolidati negli anni. Da quelle pagine nasceranno “faccia a faccia” e confronti politici. Iniziative e soluzioni che non furono ben viste da chi gestiva il potere cittadino in quegli anni.
Ma quel sacerdote e i suoi amici si accorsero ben presto di essere soli. Indifesi.
L’esperienza parrocchiale a Belmonte per Don Mariano finì nell’ottobre del 1970, dopo sette anni di intenso impegno. Non si sa con certezza quali siano state le cause reali della sua rimozione, se politiche o religiose o etiche. Belmonte non ha dimenticato quegli anni di così intenso fervore, non ha dimenticato il suo parroco, non ha dimenticato IL TRIDENTE.
Don Mariano Passamonte adesso è in Tanzania, in Africa, dove ha fondato un’Associazione Missione Nyololo – Un Ponte per l’Africa, a cui aderiscono molti giovani di un tempo.
L’azione di Don Mariano e il TRIDENTE a Belmonte, ebbe vita breve ma segnò la vita e la coscienza dei Belmontesi in maniera indelebile.











