
L'Italia sta attraversando una crisi socio-economica che non ha precedenti, Mai come ora, i rapporti che la politica e più in generale le istituzioni, intrattengono con i cittadini hanno toccato un livello così basso, quasi ai limiti della conflittualità. Se è vero che la crisi, nella sua parte meramente economica
è mondiale, è anche vero che in Italia è aggravata da una situazione gravemente deficitaria di moralità soprattutto pubblica. Appelli come quello più volte reiterato di Giorgio Napolitano: “Le forze più rappresentative della politica devono dimostrare in questa fase di saper varare riforme istituzionali condivise, già per troppo tempo eluse e devono tendere a garantire nel futuro comportamenti trasparenti sul piano della moralità, nonché più alti livelli di qualità nelle rappresentanze istituzionali e di governo.” Unite a dichiarazioni di autorevoli componenti della Chiesa, che da tempo evitava di prendere posizioni in proposito, (e anche da ciò è verosimile presumere che l'epopea berlusconiana è giunta al capolinea) come quella recentissima e inequivocabile del cardinale Angelo Bagnasco: "C'è da purificare l'aria, perché le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate”. Hanno più il sapore di un allarme sociale contro un sistema malavitoso che un richiamo a dei soggetti istituzionali.
Qualche sporadica dissociazione da questo sistema, appare più un sussulto di dignità da parte di singoli, indignati dalla criminalità dell'agire politico, (non credo di esagerare visti i sacrifici che ci stanno chiedendo) piuttosto che i segnale di un inversione di rotta. Nonostante la corruzione ci accomuni ad altri paesi di consolidata democrazia, in Italia ha raggiunto proporzioni non più comparabili non solo con questi paesi, ma addirittura con paesi che democratici non sono. La ragione è da ricercare in almeno due motivi; primo la costituzione da parte del sistema politico-imprenditoriale di un vero e proprio"cartello di potere politico". Secondo , la forse più determinante, (soprattutto del passato) "complicità politico-popolare." Nel concreto ciò significa che, mentre negli altri paesi in presenza di fatti penalmente o anche solo moralmente sanzionabili, il sistema reagisce espellendo i responsabili di tali comportamenti (ma di solito non ce ne neanche bisogno, in quanto il soggetto si dimette di sua volontà) in Italia non soltanto il "colpevole" non si dimette ma addirittura si attiva una protezione da parte degli altri soggetti politici con loro in affari, al fine di assicurare l'impunità al collega, verosimilmente perchè questi potrebbe parlando svelare altarini di altri, visto che nessuno sembra essere esente da scheletri nell'armadio.
Così Giulietto Chiesa sul Fatto Quotidiano: Questa faccenda della Lega Nord mi fa venire in mente due o tre cose (tra le tante). La prima è che la dentro, nel Palazzo, il più sano ha la rogna. Voglio dire che l'intreccio delle complicità e dei ricatti reciproci fa si che ci sia un dossier per ognuno. E che, all'occorrenza (se qualcuno rompe l'omertà) questo fascicolo vedrà la luce. La seconda cosa che mi viene in mente, appunto, è la straordinaria ipocrisia del sistema politico e informativo italiano. Che adesso, dopo avere espulso Bossi, gli tributa gli onori del grande leader rinnovatore. Perchè lo fanno? Perchè erano suoi complici nel degrado. Lo salutano rendendogli gli onori, come in un simbolico ammainabandiera. Pensano al loro tramonto, incerti se sarà nel silenzio o se dovranno scappare inseguiti dai forconi.
Ecco perciò spiegato il motivo per cui i soggetti politici oggetto di indagine, sono ormai così sicuri di potere contare sulla protezione del resto dei colleghi, oltre che in quella di leggi che negli ultimi anni hanno reso sempre più difficili gli interventi da parte della magistratura; vedi la depenalizzazione del falso in bilancio, i tempi di prescrizione dei processi, ed altre leggi "ad personem" più che ad personam, che ormai ostentano un'intollerabile disprezzo nei riguardi della legge e della morale. Ne deriva che in presenza di questo humus favorevole, la corruzione è diventata da noi un vero e proprio sistema di governo; che coinvolge un'intera classe politica, amministrativa, imprenditoriale, in una parola un'intera classe dirigente.
Classe dirigente che al fine di tutelare se stessa da una poco gloriosa fine, è disposta ormai a percorrere tutte le strade percorribili, anche le più improbabili; Nessuno avrebbe potuto fino a qualche settimana fà immaginare di vedere uniti Bersani, Casini e Alfano; ma quando ci sono di mezzo gli interessi derivanti dalla gestione del potere, anche i connubi contro natura diventano leciti. Se pensiamo che in una situazione socioeconomica che definire critica è un eufemismo, la loro unica preoccupazione è la disaffezione degli italiani alla politica, ci rendiamo conto di come questa gente non ha capito nulla, e di come continuare a lasciare nelle loro mani la gestione del sistema Italia significherà la vanificazione di tutti i sacrifici che siamo stati chiamati a fare, e l'inevitabile ammesso che evitabile lo sia ancora (personalmente non ci credo più) fallimento della nostra economia.
Che c'èra qualcosa che non funzionava e che non funziona nel modo di intendere la politica, da parte della nostra classe dirigente, avremmo dovuto capirlo dalla messa in campo del governo tecnico, sostenuto nei fatti da tutti gli schieramenti.
La motivazione per cui si è deciso di affidare a Mario Monti, il risanamento dei nostri conti, con il troppo secondo me ottimistico nome di decreto "salvaitalia" che peraltro non ho capito come farà a salvare l'Italia senza salvare gli Italiani, é giustificata con l'impopolarità delle norme fiscali che si sarebbero dovute mettere in atto.
In un paese normale, il partito o i partiti che in quel momento si fossero trovati a governare, se ne sarebbero assunti la responsabilità, magari con la messa in campo di un governo di emergenza composto da maggioranza e opposizione. Sostenuti anche dalla convinzione più volte manifestata dai leader di questi partiti, che gli italiani avrebbero secondo loro, capito e accettato le misure prese, con gli annessi sacrifici loro richiesti.
In Italia questo non è stato possibile, perchè il rischio di poter perdere il consenso nelle prossime consultazioni elettorali, non è stato ritenuto sostenibile, ad ulteriore riprova se ormai ce nè fosse più bisogno, di come gli interessi di mantenimento del potere con tutti i suoi positivi personali risvolti economici per chi lo detiene, vengano prima degli interessi collettivi.
Altra anomalia difficile da digerire, è il fatto che il governo Monti ha avuto dalla politica mano libera per agire su tutte le classi sociali, ma non ha la stessa mano libera per agire sulla politica, sulle banche, insomma sui poteri che lo sostengono; è questa è evidentemente una ulteriore presa in giro per gli Italiani che si ritrovano oltretutto a dovere sorbirsi, in un teatrino senza fine, le finte ipocrite difese da parte della classe politica che li sta ancora una volta fregando. Il risultato è che si sono svuotati per decreto le tasche degli Italiani, senza essere riusciti a togliere un euro dalle tasche della politica, per non parlare delle banche alle quali addirittura ne sono stati dati. Ma è sul fronte del rapporto classe politica/cittadini, che in Italia si è venuta a determinare una vera e propria connivenza; infatti l'altro capolavoro che la politica degli affari è riuscita a fare fin dagli anni 80, è stato quello di convincere gli italiani che se fossero stati furbi, avrebbero potuto partecipare anche loro al "banchetto", chiaramente con una quota appropriata al grado di "furbizia"; grado di furbizia determinabile in termini di: "conoscenze" "amicizie" "connivenze" ecc. i premi erano costituiti da "posti di lavoro" "false invalidità" "finanziamenti indiscriminati di progetti spesso inutili e destinati in partenza al fallimento ecc." Soltanto che mentre noi "rubavamo le briciole dei nostri soldi," loro stavano rubando "tutti i nostri soldi", anche quelli che avremmo ancora dovuto guadagnare, facendo crescere così a dismisura il debito pubblico. Il conto ci viene presentato come è sotto gli occhi di tutti ai giorni nostri, soprattutto alle giovani generazioni. Se la politica ha potuto continuare questa escalation di immoralità e di ruberie così a lungo, è stato proprio perchè ha trovato la nostra incosciente interessata complicità. Infatti una cosa in cui hanno sbagliato le opposizioni, imbufalite dall'essersi viste sottrarre di sotto il naso ad opera di Berlusconi l'ambito giocattolo del potere politico finalmente a portata di mano non per merito loro, ma ad opera di "mani pulite", è stato proprio il fatto di non avere capito che cercare di combattere il berlusconismo attraverso una campagna di moralità piuttosto che attraverso dei concreti progetti politico/programmatici, non aveva senso, in quanto il nostro paese non è l'America, e da noi alcuni comportamenti non proprio etici, complice lo sdoganamento mediatico di un certo tipo di morale, che già da tempo le televisioni soprattutto del cavaliere stavano portando avanti, più che suscitare scandalo suscitavano e forse ancora suscitano invidia o peggio emulazione. Di fatto il cittadino italiano al posto di Berlusconi, vorrebbe esserci, senza alcuna vergogna; e ad onor del vero se vogliamo essere onesti fino in fondo, anche in chi lo avversava a spada tratta non era azzardato cogliere una qualche malcelata sfumatura di invidia. Inoltre alla luce di quanto emerso soprattutto nella parte vorremmo augurarci conclusiva di questa lunga oscura fase della vita della nostra repubblica, (ma purtroppo questo forse oggi non dipende più da noi o almeno non soltanto da noi) neanche le opposizioni avevano particolari motivi di ergersi a paladini di una moralità, che con le dovute percentuali se non di correttezza almeno di accortezza nel non lasciarsi scoprire da chi indagava, possedevano. Come ebbe a dire in intervista un magistrato di cui non ricordo il nome. "In Italia, non ci sono innocenti, ma solo colpevoli in attesa di essere scoperti. Un diversivo tra gli altri, che la politica crea in questi casi, al fine di distogliere l'attenzione dagli sprechi e dai privilegi che imperterrita continua a mantenere, è quello della lotta all'evasione fiscale, non che questa non ci sia, ma oggi è più una difesa che il cittadino usa per tutelarsi dalla vera e propria rapina che lo stato perpetra giornalmente nei suoi confronti, che un evadere le tasse; del resto con una pressione fiscale come quella italiana, che in europa ma anche nel mondo non ha eguali, correttezza vorrebbe che si cominciasse partendo dal risparmio e dai tagli agli sprechi istituzionali anzichè dall'applicazione di nuove imposizioni. Le motivazioni che la politica adduce al continuo rinvio dei tagli da tempo richiesti da diverse parti, sta nel fatto che ciò richiede un pò di tempo, tempo che però non è loro occorso per reintrodurre i rimborsi elettorali ai partiti che con un decreto legislativo attuato nell'arco di una notte, sconfessarono il referendum del 93 con cui gli italiani si erano espressi in favore dell'abolizione del finanziamento pubblico agli stessi. Un altro modo a dir poco subdolo di distogliere l'attenzione dei cittadini dai veri problemi, sta nel cercare di mettere gli uni contro gli altri le vittime, giocando sul rapporto di correttezza fiscale tra liberi professionisti e pubblico impiego. L'idea che l'evasore possa essere solo il libero professionista, che con la sua cattiva condotta fiscale danneggia tutto il sistema sembra essere il messaggio che la politica e i sindacati con il loro fingere di difendere soltanto il lavoro dipendente vogliono far passare, tralasciando di evidenziare il fatto che molti di coloro che operano nel pubblico impiego fanno, anche per necessità, un secondo lavoro, espletandolo spesso addirittura in ufficio durante le normali ore di servizio regolarmente ma anche insufficientemente retribuite, oltretutto con gravi disagi per i cittadini che vedono trascurate le proprie esigenze; per non contare coloro che timbrano il cartellino e vanno a sbrigarsi gli affari loro, o coloro che dirottano i clienti dagli ospedali verso i propri ambulatori privati senza alla fine rilasciare neanche la regolare obbligatoria ricevuta. Se volessimo stare ad elencare i vari ambiti in cui è possibile rilevare estremi di frode ai danni della collettività, potremmo scrivere un intero libro, al termine del quale rischieremmo solo di dover prendere atto che la situazione è così complessamente degradata, da non poter essere più rimessa entro accettabili limiti di legalità. La grande sfida che l'Italia e gli italiani si troveranno perciò a dovere affrontare e categoricamente dover vincere, per cercare di uscire da questa crisi morale prima ancora che economica, sarà proprio quella della ricostruzione della moralità pubblica e come abbiamo visto anche individuale. Il volano che potrà avviare questa inversione di rotta, in direzione della virtuosità, sarà quello economico, o meglio quello derivante dal disastro economico in cui la classe media si sta inesorabilmente venendo a trovare. Disastro che il governo tecnico/politico attuale, non sembra vedere, quasi in una sorta di scollegamento con la realtà che il paese sta vivendo. Scollegamento che ad onor del vero non deve meravigliarci se teniamo conto che spesso questi soggetti guadagnano in una settimana ciò che un operaio medio guadagna nell'arco di un intero anno di lavoro. Purtroppo un elemento che non fa ben sperare, in una civile e progressiva soluzione della crisi che stiamo vivendo, è al momento la mancanza di reazioni significative da parte dei cittadini; quasi una sorta di pericolosa rassegnazione, che sia il governo tecnico, che la politica per bocca dei vari leader di partito, miopemente scambiano per "maturità civica degli Italiani" ad ulteriore prova di quanto il loro status li estranei ormai dalla vita di tutto il resto del paese. E ciò è molto pericoloso, poichè non consente a chi sta tirando la corda di avere la misura di quanto i margini di resistenza siano ormai abbondantemente raggiunti, rischiando di arrivare a risultati che potranno diventare catastrofici. In altri tempi per motivi molto meno gravi di quelli che stiamo oggi vivendo, i cittadini sotto la guida dei sindacati, che ancora non si erano inebriati essi stessi del potere, scendevano in piazza, a rivendicare con forza quanto da loro legittimamente richiesto. Oggi assistiamo senza alcuna apparente immediata reazione al varo di finanziare che è eufemistico definire inique, che salvaguardano le banche e danneggiano i pensionati, che editano leggi basate soltanto su astratti teoremi reddituali, come il caso dell'IMU, la nuova tassa sugli immobili che viene a sostituire l'ICI, la quale tassa si dovrà pagare sul reddito catastale (però notevolmente aumentato) dell'immobile e non sul reddito effettivo da esso derivante (affitto) o dal possessore conseguito, da altra attività commerciale da impiego o altro; il risultato sarà che soprattutto al sud dove ci sono persone che hanno duo o più immobili, in molti casi frutto del lascito dei genitori e che però hanno un reddito da pensione o da lavoro dipendente, non riusciranno a pagare questa tassa; soprattutto se teniamo conto del recente taglio delle pensioni e degli stipendi, e dei recenti aumenti dei costi dei servizi, del gas, dell'energia ecc. Dunque una situazione davvero complessa, i cui risvolti sociali non sono per niente scontati, soprattutto se la politica continuerà ad astenersi dal prendere atto che pur nella gravità della situazione, il conto non lo potranno pagare come sempre solo ed esclusivamente le fasce più deboli e meno protette, anche perchè di soldi adesso non ne hanno proprio più. A tal proposito sarebbe forse opportuno cominciare a stilare una statistica dei casi di suicidio che sempre più spesso, cominciano a popolare le pagine dei quotidiani italiani, il cui movente comune è direttamente o indirettamente riconducibile alla crisi in atto.
"Quest'anno - dice Di Pietro sul suo blog - viviamo uno dei momenti più difficili nella storia della nostra Repubblica: la crisi ha precipitato nella miseria e nella paura milioni di persone e la corruzione non è mai stata così diffusa. La classe politica - denuncia - continua a mettere le mani nella marmellata" e i "mariuoli, come Lusi e i leghisti, utilizzano i soldi dei cittadini per i loro porci comodi". Ciò che ha ottenuto la stagione giudiziaria denominata "Mani pulite", altro non è stato che la sostituzione di politici che rubavano per il partito, con malfattori che rubano per sè. Ricordo che la riflessione che ebbi a fare in quel periodo, anche parlando con qualche amico, èra stata che avrei preferito condannare gli stessi politici di allora a rimettere a posto la situazione che si era venuta a creare; e questo perche ero e rimango convinto che comunque i politici di allora, al di là degli errori commessi, erano comunque di una caratura tale che difficilmente sarebbero stati potuti rimpiazzare, specialmente dall'oggi al domani. Se proprio questi signori che stanno oggi al potere, volessero in un sussulto di dignità fare un favore alla nazione, potrebbero farlo in un modo soltanto; togliendosi di torno, poichè la strada che dovremo percorrere da ora in poi, è così in salita che non sarà più possibile percorrerla trascinandoci dietro anche la loro ormai dannosa, inutile zavorra.
Dal canto loro i cittadini, dovranno da ora in poi assumersi con propositiva convinzione le difficoltà che sono chiamati ad affrontare; dovranno rendersi conto che questa che stiamo vivendo non è una crisi come tante altre, questa è una crisi che o la si supera insieme, tutti, o ci travolgerà, tutti. Dovranno cercare di ricostruire con nuovi criteri una nuova classe dirigente, che abbia a cuore gli interessi della collettività, e che metta in agenda come obiettivo primario il bene comune, rinunciando in partenza a qualsiasi tipo di privilegio, che possa condurla in un tempo più o meno breve alle aberrazioni che hanno caratterizzato quella precedente; dovrà delegare, ma al contempo vigilare; dovrà sostanzialmente educare la politica ad essere "buona politica" e per far ciò, sarà determinante la richiesta di buona politica, in assenza della quale, l'offerta che di per sè è sempre inadeguata, non sia destinata a diventarlo ancor di più.
Se l'esperienza ci insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto.
DI CHRISTOPH HERMANN
Socialist Project
Mentre nelle crisi precedenti la riduzione dell’orario di lavoro fu analizzata per combattere la disoccupazione in crescita, dal 2007 a oggi possiamo notare sorprendentemente che questa misura non è mai stata proposta in una qualsiasi agenda politica. Neppure in Francia e in Germania, i campioni dell’orario di lavoro ridotto che avevano introdotto la settimana corta di 35 ore per affrontare l’alta disoccupazione degli anni ’80. È ancor più straordinario se si pensa la riduzione dell’orario di lavoro per un periodo limitato, applicato da vari paesi europei nel corso delle crisi, si è dimostrato uno strumento utile per limitare la disoccupazione (anche se lascia inalterate le diseguaglianze del capitalismo)[1].
Anche se il capitale europeo dette il benvenuto alla riduzione dell’orario di lavoro nella fase iniziale della crisi, i datori di lavoro richiesero rapidamente un orario più lungo e una maggiore flessibilità quando la crescita cominciò a riavviarsi nel 2010.
In alcuni paesi i governi hanno annunciato un posticipo dell'età di pensionamento nell’ambito di una serie di misure di austerità adottate per limitare i deficit di bilancio causati dalla crisi. Un'età di pensionamento più bassa e l'introduzione del pensionamento anticipato furono usati negli anni ’80 per creare opportunità di lavoro per i giovani lavoratori. Con un'inversione radicale nell’approccio, ora ci si aspetta che i lavoratori rimangano attivi per più tempo e per più anni per conservare il posto di lavoro e ricevere una pensione.
L'incremento dell’orario di lavoro
Negli Stati Uniti la settimana lavorativa media nel 2000 era, piuttosto sorprendentemente, più lunga di 1,6 ore rispetto al 1970 [2]. Dalla fine degli anni ’90 i lavoratori americani hanno inserito una settimana supplementare rispetto ai primi anni ’80. Nel settore produttivo, dove la percentuale del part-time è tradizionalmente bassa, la differenza tra il 1975 e il 2000 ammonta a più di due settimane. Anche la Svezia mostra una forte tendenza al rialzo per l’orario di lavoro annuale, specialmente negli anni ‘80. La differenza tra il 1990 ed il 2000 è di 80 ore. In Svezia la crescita può essere in parte spiegata dal numero di donne che sono passate da un part-time al tempo pieno.
In Gran Bretagna le ore lavoratori in un anno sono aumentate sostanzialmente negli anni ’80 (di 70 ore dal 1981 al 1989), ma sono calate di nuovo negli anni ’90. L’orario medio annuale nel 2001 era in pratica lo stesso del 1981. Anche il Canada ha sperimentato un aumento delle ore lavorate negli anni ’90 e nel 1999 i lavoratori hanno effettuato 13 ore più l’anno rispetto al 1991. Diversamente dal Regno Unito, le ore di lavoro in Canada sono arretrate di poco dopo il 2000. In Germania e Francia la media delle ore lavorate annualmente era in calo negli anni ’80 e nei ‘80, ma è rimasta costante o è leggermente aumentata tra il 2003 e il 2008.
Media lavorativa annua per lavoratore.
Fonte: OCSE. *Fino al 1990 Germania Ovest; ** tutti i lavoratori.La media delle ore lavorate annualmente include i lavoratori a part-time. Se analizziamo solo i lavoratori a tempo pieno, in Germania l’orario lavorativo è più o meno stazionario tra il 1992 e il 2006 e tra 2003 e 2008 in Francia. Ma ci sono cambiamenti notevoli per l’orario a tempo pieno. In Germania, ad esempio, la percentuale di lavoratori maschi tra le 36 e le 39 ore settimanali è diminuita dal 53% del 1995 al 21% del 2008, mentre la proporzione di coloro che hanno lavorato 40 ore è aumentata dal 31 al 46% nello stesso periodo.
Questo cambiamento radicale delle politiche del tempo lavorativo è ancora più forte se si osservano le ore lavorate pro capite (includendo quelli che hanno o non hanno un lavoro, sia i lavoratori che la popolazione dipendente). Negli Stati Uniti le ore pro capite sono aumentate del 18% tra il 1985 ed il 2000, mentre il Canada ha registrato lo stesso livello di crescita tra il 1970 e il 2008. In Gran Bretagna, le ore pro capite sono in pratica stazionarie tra il 1980 e il 2008. Lo stesso è avvenuto in Svezia tra il 1985 e il 2008. Secondo l'OCSE, "L'inversione della tendenza al ribasso delle ore lavorate pro capite negli anni ’90 era molto diffusa nei paesi e nelle regioni OCSE, con solo poche eccezioni che ancora registrano cali significativi." [3]
Fra i pochi paesi che ancora registrano un calo delle ore lavorate pro capite negli anni ’90 c’erano Francia e Germania. Ma in questi due paesi, l’effetto ha subito un arresto nella metà degli anni ’90, con un livello di ore lavorate pro capite che è rimasto stagnante tra il 1995 e il 2008. Un altro modo per analizzare questo passaggio è dato dal confronto delle ore lavoratore per famiglie, invece che per lavoratore. La settimana di lavoro per le coppie sposate negli Stati Uniti è aumentata da 52,2 ore nel 1970 a 63,1 ore nel 2000. [4].
Per ore di lavoro pro capite. Fonte: OCSE.L'assenza della riduzione dell’orario di lavoro nel dibattito pubblico dei paesi centrali del capitalismo sui possibili rimedi per la crisi del lavoro è il culmine di un processo più lungo. Negli ultimi tre decenni, il ribasso secolare del tempo lavorativo ha rallentato in modo netto. Nella gran parte dei paesi, si è arrivati allo stallo. L'OCSE, il FMI e la Commissione Europea hanno dato il benvenuto a questo processo, che è stato ritenuto un miglioramento nella percentuale di utilizzo del lavoro. Anche se non hanno fornito una definizione chiara dell’utilizzo del lavoro, si suppone che il termine rifletta l'intensità lavorativa (di solito, misurata in produttività) e il numero totale delle ore lavorate da una specifica popolazione (il tasso di disoccupazione, il tempo speso per l’istruzione, la lunghezza della vita lavorativa, eccetera). Se così fosse, è abbastanza vicino a quello che i marxisti identificano come tasso di sfruttamento. Importante non è solo l’orario medio di lavoro. I tassi di occupazione (ad es. la percentuale della popolazione che percepisce denaro col lavoro) e il numero degli anni necessari per la pensione sono importanti allo stesso modo. A causa di un aumento dell’età pensionabile e dei tassi di lavoro femminile, nella seconda metà degli anni ’90 l’utilizzo del lavoro in Europa è aumentato a ritmo più veloce rispetto agli Stati Uniti (come la Commissione Europea indica con orgoglio nel suo report sul “Lavoro in Europa 2007”).[5]
L'aumento del tasso di utilizzo del lavoro è un aspetto essenziale dell'era neoliberista. Un orario di lavoro più lungo, flessibile e frammentato è una caratteristica tipica del modello di vita neoliberista. Nonostante le straordinarie differenze nella lunghezza della giornata, della settimana e dell’anno lavorativo, tutti i paesi industrializzati hanno accettato il bisogno di aumentare il tassi di occupazione e di rendere il lavoro più flessibile, incrementando l’utilizzo del lavoro.
Polarizzazione del tempo di lavoroI paesi hanno cambiato raramente le leggi e gli accordi raggiunti collettivamente sui limiti del tempo di lavoro nel corso del periodo neoliberista. C'è stato, invece, un indebolimento degli standard collettivi dell’orario di lavoro: la concessione di autorizzazioni ed esenzioni; l'erosione e il decentramento della contrattazione collettiva; l'introduzione di nuove forme nuove di flessibilità che rendono arduo un controllo sul tempo di lavoro (così come sul conteggio del tempo di lavoro individuale); l'individualizzazione dell’orario di lavoro con l'introduzione di meccanismi volontari (come l’accordo per la settimana di 60 ore in Ontario); e l'accettazione di grandi quote di orario straordinario (come applicato in Francia dopo il 2002 per sminuire gli effetti della settimana di 35 ore).
La de-standardizzazione dell’orario di lavoro è stata con una svolta verso il workfare nelle politiche sociali, costringendo un maggior numero di persone al lavoro e obbligandole a rimanere più a lungo per poter andare in pensione. L’individualizzazione e la flessibilità si sono basate sull’incremento della competizione più che sulle preferenze dei lavoratori. Ciò ha indebolito notevolmente la solidarietà della classe lavoratrice. Comunque, siccome questi cambiamenti sono stati alimentati dalla competizione, la conseguenza non era un allungamento generalizzato della giornata o della settimana di lavoro. Invece, l’esito è stato quello di una polarizzazione del tempo di lavoro, con una percentuale crescente di lavoratori che hanno orari molto lunghi o particolarmente brevi. Il Regno Unito eccelle nella diseguale distribuzione dell’orario di lavoro. Anche se la polarizzazione è diminuita in una qualche misura negli ultimi anni, nel 2008 era ancora meno di un terzo il totale dei lavoratori britannici impiegati tra le 30 e le 40 ore. Inoltre, il 30% dei lavoratori maschi hanno effettuato più di 45 ore la settimana, mentre il 12% delle donne meno di 16 ore la settimana. In Germania, nel 2008 c’era ancora il 46% dei lavoratori maschi che lavoravano per 40 ore settimanali. Ma la percentuale di lavoratori maschi che ha lavorato dalle 41 e alle 48 ore è più che raddoppiata tra il 1995 e il 2008. Nello stesso periodo, la percentuale di donne che ha lavorato meno di 20 ore è aumentata del 60%.
Negli Stati Uniti la proporzione di lavoratori che lavorano per 40 settimanali è calata dal 48% nel 1970 al 41% nel 2000. La percentuale di chi lavora 50 o più ore settimanali è aumentata dal 21% al 26,5% nello stesso periodo. Anche il Canada ha registrato una sempre maggiore polarizzazione dell’orario di lavoro tra i primi anni ’80 e la metà dei ’90. Questa tendenza fu invertita in qualche modo tra il 1997 e il 2006. In Francia e in Svezia, le ore di lavoro sono distribuite più uniformemente, con una proporzione abbastanza piccola di persone che lavorano meno di 30 ore la settimana. Ma in Francia la percentuale degli uomini che lavora 40 ore o più è aumentata dal 20% nel 2002 a più del 35% nel 2008.
Tempo di lavoro e solidarietà nella classe lavoratrice
L'erosione di standard collettivi del tempo di lavoro è stata causata in parte dalle offensive padronali contro i sindacati e la contrattazione collettiva e dall'adozione di una legislazione di contrasto ai sindacati. Comunque, anche i sindacati hanno sostenuto indirettamente questa trasformazione, quando sacrificarono la riduzione dell’orario per poter proseguire le trattative, o quando accettarono che l’orario di lavoro fosse negoziato a livello aziendale piuttosto che settoriale. Lasciando campo libero, i sindacati si sono arresi alla logica della competizione e almeno implicitamente hanno ammesso che l’allungamento dell’orario potesse salvare posti di lavoro.
Ma l’allungamento dell’orario ha alimentato la disoccupazione invece di diminuirla. Di conseguenza, il potere del movimento sindacale si è ulteriormente deteriorato, rendendo i lavoratori ancora più vulnerabili alle richieste del capitale. In alcuni paesi i rappresentanti dei lavoratori sono stati ancora capaci di ottenere una riduzione dell’orario di lavoro negli anni ’90. Ma, con la flessibilità e il passaggio alla contrattazione aziendale, hanno poi pagato un prezzo pesante. È stato rapido il passaggio dalla flessibilità all’individualizzazione delle regole e del tempo di lavoro, con il conferimento di esenzioni e un'erosione ancora più forte della contrattazione collettiva. Da quando la flessibilità ha iniziato ad andare di pari passo con la mercatizzazione, l’orario breve e flessibile è diventato rapidamente lungo e flessibile.
Nei decenni post-bellici i sindacati hanno ripetutamente negoziato un orario più corto i cambio di un salario più alto e un migliore tenore di vita (in senso materiale). Teorici come André Gorz criticarono questo atteggiamento perché, invece di liberare il lavoro dalla dominazione capitalista, l’accelerazione del ciclo produci-consuma rendeva i lavoratori ancora più dipendenti dal capitale [6]. Questo ciclo di accumulazione non solo fu basato sullo sfruttamento sempre maggiore del lavoro, ma anche delle risorse naturali. Marx aveva già notato le similarità tra il sovrasfruttamento del lavoro e quello del suolo. Per questo la riduzione dell’orario di lavoro doveva essere indirizzata a una serie di iniziative per spostarsi verso una forma più sostenibile nella riproduzione umana, così come verso l’espansione della libertà nei confronti del dominio capitalista.
Fin dagli anni ’80, il salario reale nei paesi centrali del capitalismo è aumentato solo moderatamente, quando non è aumentato affatto. Invece di trattare un orario di lavoro più corto per un reddito più alto, le famiglie dei lavoratori ora trascorrono sempre più ore al lavoro per mantenere inalterato il proprio tenore di vita. In questa situazione, è divenuto sempre più difficile per i sindacati tentare di convincere i membri della necessità di una riduzione dell’orario. Comunque, un orario più corto, non solo nell’ambito di lavoro giornaliero o settimanale, ma anche sotto forma di periodi di aspettativa retribuiti o di pensionamenti anticipati, è ancora al centro di alcune iniziative per rianimare la solidarietà della classe lavoratrice.
Siccome non dipendono dai costi di vita locali, un orario più corto potrebbe – e dovrebbe – essere una richiesta internazionale condivisa dai lavoratori nei differenti paesi (come è stato dimostrato dal movimento per l’introduzione della giornata di otto ore). Distribuendo il lavoro disponibile tra un numero maggiore di persone, un orario più corto non andrà solo a vantaggio dei sindacati, ma anche di coloro che non hanno un lavoro. E questo era, in effetti, il motivo più importante nella lotta storica per la riduzione dell’orario di lavoro.
Un tempo lavorativo più corto offre alle persone l'opportunità di pensare e sperimentare modi di vivere alternative, non capitalisti e più democratici. Alcuni lavoratori che hanno ridotto il loro orario a part-time durante le crisi, ad esempio, non sono voluto più tornare al lavoro a tempo pieno.
Per di più, una riduzione del tempo lavorativo renderebbe più semplice distribuire lavoro pagato e non pagato anche tra i generi. Non per caso, le femministe svedesi richiesero per l'introduzione di una settimanale di lavoro di 30 ore per tutti negli anni ’70. Un orario di lavoro più corto è cruciale per riformare la capacità del movimento dei lavoratori per affrontare il capitale e costruire una società sostenibile, più ugualitaria ed ecologica.
Note:
2. Ellen R. McGrattan and Richard Rogerson, “Changes in Hours Worked, 1950–2000,” Federal Reserve Bank of Minneapolis Quarterly Review, 28: 1 (2004), p. 17.
3. OCSE, OECD Employment Outlook 2004, Parigi, OCSE, 2004.
4. J.A. Jacobs and K. Gerson, “Understanding changes in American Working time” in Fighting for Time: Shifting boundaries of work and social life, eds., C. F. Epstein and A. L. Kalleberg. New York, Russel Sage, 2004, pp. 25-45.
5. Commissione Europea, Employment in Europe 2007 (Bruxelles: Commissione Europea, 2007), pp. 127-8.
6. Vedi, ad esempio, André Gorz, Capitalism, Socialism, Ecology, London: Verso, 1994.
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Fonte: Neoliberalism and the End Of Shorter Work Hours
25.01.2012
Traduzione per comedonchischiotte a cura di SUPERVICE